Antichrist (L. von Trier, 2009)

Dopo aver perso tragicamente il proprio figlio, una coppia decide di prendersi una pausa recandosi nella baita Eden…

In breve. Un film che nasce con intenti horror e che valica il genere, diventando una delle migliori produzioni degli ultimi anni: carico di simbolismo, tesissimo e violento fino al parossismo. Non esattamente un film “da consigliare”, eppure si tratta di un autentico masterpiece.

Scritto e diretto da Lars von Trier, è il primo capitolo della cosiddetta (non ufficiale) Trilogy of Depression – che prosegue con Melancholia e culmina con Nymphomaniac; sarebbe difficile iniziare qualsiasi discussione su questo Antichrist senza considerare lo stato d’animo del regista all’epoca. Uscito da circa due mesi di cura anti-depressiva, von Trier pensa immediatamente al titolo Antichrist, per poi passare ad elaborare il soggetto che, nelle intenzioni, sarebbe dovuto essere un horror puro. Le intenzioni sono quelle, ma alla fine von Trier non rinuncia al proprio “tocco” personale (le parti in slow motion sono da antologia), anche sfruttando l’eccellente lavoro alla fotografia di Anthony Dod Mantle.

Distribuito dalla Zentropa Entertainments – che per il film pensò anche al concept di un videogioco, Eden, sotto la supervisione di von Trier ma mai realizzato – è sicuramente uno dei migliori e più lugubri film del regista, forse anche in assoluto. Un film che risente di molteplici influenze, non ultime lo stato d’animo del regista (che sembra immedesimarsi nella protagonista) e che pare volersi collegare alla corrente del new horror francese alla Martyrs.

Le costanti suggestioni di Antichrist – sempre più sinistre, che sembrano quasi voler assorbire o “aggredire” lo spettatore – sono incentrate su una relazione tra due individui che pagano a caro prezzo il prezzo della propria passione (perdono il figlio mentre stanno facendo sesso). Questo porterà ad una lotta tra razionale (lui) ed irrazionale (lei) in cui fino alla fine sembra poter avere la meglio il primo, ma che finirà – secondo dinamiche al limite del torture porn – per far saltare qualsiasi previsione. Per fare un paragone suggestivo, potremmo pensare all’estremismo visuale di A Serbian film (che sarebbe uscito appena un anno dopo) declinato non come metafora politica, quanto come simbolo della potenza inesorabile della depressione nel devastare i rapporti umani.

Sbaglia, pero’, chi teme di trovarsi al cospetto ad un esercizio di stile: a differenza di molti epigoni del genere, infatti, il linguaggio di von Trier non è accennato e “per esperti”; piuttosto è esplicito, soprattutto si pregia di non usare i simboli come orpelli decorativi e punta dritto al punto, proponendo un’inquietante filosofia in cui la Natura coincide col Male assoluto. Ciò che sembra in effetti una storia di violenza domestica “ordinaria” (nel senso a cui siamo, purtroppo, abituati da certa cronaca) diventa, di fatto, un gioco di relazioni oppressive in cui il sesso è elemento, prima che di piacere, di puro predominio. Lo stesso meccanismo che permetterà a lei, di fatto, di diventare l’elemento più disturbante della storia, intrecciata con una ricerca sulla stregoneria nel Medioevo che sembra averle deviato la mente.

Del resto, il fatto di aver invertito i ruoli tipici, inventandosi la figura di subdola donna-padrona che riesce a dominare il razionale psicoterapista, mostra un mondo senza riferimenti, in cui la natura è ostile all’uomo (ma anche alla donna, a ben vedere) e la stessa figura femminile, rassicurante come tradizione vuole (“Madre Natura“), è in realtà un mostro capace di divorarti. Il logo stesso del film, a ben vedere, include il simbolo di Venere stilizzato associato alla parola “anticristo”, mentre la frase forse più significativa del film – neanche fossimo in una rielaborazione di The Omen – afferma che “la natura è la chiesa di Satana“.

Questo è costato a von Trier accuse di misoginia: l’Ecumenical jury a Cannes arrivò a dare ad Antichrist un anti-award per questo motivo. La rappresentazione estrema della protagonista è stata universalizzata, e considerata “troppo”, addirittura offensiva da molti. Questo forse farà sorridere i fan di Argento, che è per anni si è beccato accuse del genere pur rappresentando – all’opposto, mutatis mutandis – donne come perenni ed inermi vittime (cosa peraltro falsa, a ben vedere). Un’analisi superficiale porterà quindi a valutare male anche qui molti elementi di Antichrist, tra cui i gesti estremi della protagonista ed il suo inesorabile imporsi in negativo (“una donna che piange è una donna che trama, falsa di gambe, falsa di cosce, falsa di petto, denti, capelli e occhi”): ma la chiave di lettura più autentica non dovrebbe mai prescindere dal suo autolesionismo, di cui Antichrist è probabilmente il saggio più compiuto degli ultimi anni. Quanto male saremmo disposti a farci nel caso della perdita improvvisa di un caro? Diversamente, quante responsabilità siamo disposti a prenderci?

La cattiva percezione o la banalizzazione di Antichrist è legata, forse, alla difficoltà di certuni nell’accettare la conflittualità morbosa che qualsiasi relazione affettiva può comportare, tant’è che von Trier la traduce in termini di predominio prima fisico (gli attori girano spesso nudi, a sottolinearne il legame sempre più soffocante) e subito dopo mentale (quando i due arrivano a fare sesso “a comando”). Chiaro che più di una provocazione viene lanciata in modo esplicito, e in questi casi – tanti film controversi lo insegnano – non è banalissimo far passare il vero messaggio, o intavolare discussioni: proprio perchè l’argomento è un campo minato, urta troppe sensibilità, senza contare che si tratta di quel tipo di film che ti fanno quasi sentire “sporco”, dopo averli visti. Le scene insostenibili racchiuse nel finale sono un autentico – e mai fine a se stesso – pugno nello stomaco.

La banalizzazione della questione porta invece ad un paradosso: hanno fatto più scandalo i genitali in vista (prestati da controfigure degli attori) che la graphic violence o la storia di per sè: non per tutti i gusti, mai autoreferenziale. Una violenza che fa paura perchè realistica, perchè interiorizzata in due protagonisti umani, vicini a noi, superbi nelle rispettive interpretazioni – ed in cui sarà impossibile non immedesimarsi.

Interessante, poi, la simbologia legata ai tre animali feriti o deformi (il cervo, la volpe, il corvo) ognuno dei quali sembra rappresentare lo stato d’animo negativo che caratterizza il momento (rispettivamente afflizione, dolore e disperazione). Queste immagini procedono di pari passo con la progressiva consapevolezza della coppia: da un lato lei (Gainsbourg), protagonista impeccabile, affetta da bipolarismo ed oscillante tra disperazione ed appetiti sessuali improvvisi, dall’altra lui (Dafoe), schiavo di un razionalismo didascalico che lo fa apparire arrogante e sempre più vulnerabile. Se le prima due parti (Grief e Pain, Chaos Reigns, in cui a pronunciare la frase topica è la volpe: un dettaglio grottesco che non tutti hanno apprezzato, credo) sono più che altro incentrate su un orrore “emotivo”, le altre due (Despair, Gynocide e The Three Beggars) lavorano più su quello fisico, sull’aggressione del corpo e su un tragico autolesionismo – che von Trier ci mostrerà esplicitamente in più occasioni (almeno nella versione uncut).

In definitiva valgono parte delle considerazioni fatte su A Serbian film: se si è in grado di contestualizzare e si sa “leggere” un film del genere, vale la pena riservarsi questa esperienza. Diversamente, Antichrist resta un film duro – ripeto, mai banale – che non sempre sarà apprezzato da parte del pubblico, specie se non si tratta di adulti. Pregevole, e particolarmente inquientante nel contesto, la colonna sonora: l’unico brano “Lascia ch’io pianga” di Georg Friedrich Händel.

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