Il senso della vita (Monty Python, 1983)

Gli stadi della vita, dalla nascita alla morte, visti dagli occhi di Chapman, Cleese, Gilliam, Idle, Jones e Palin.

In breve. Il film che ha consacrato la fama dei Monty Python (i cinque comici inglesi noti per gli sketch del Flying Circus) a livello mondiale: qui curano sia soggetto che regia ed interpretazioni (almeno cinque a testa). Un vero e proprio trattato satirico, capolavoro del paradosso, ed inarrivabile da ogni punto di vista.

Il film si apre raccontando la storia della “Crimson Permanent Assurance“, un’azienda multinazionale, il cui palazzo viene mosso da un gruppo di rematori, schiavizzati a colpi di tamburo. La rivolta è dietro l’angolo, e ci penseranno i vecchi dipendenti a farla pagare ai giovani yuppies; tutto andrà bene, apparentemente finchè non si scoprirà un incredibile fatto che capovolgerà le sorti della storia. Il talento ribelle del Terry Gilliam che, solo due anni dopo, dirigerà individualmente Brazil è evidente: “The Crimson permanent Assurance“, un piccolo capolavoro misconosciuto in parte fino ad oggi, introduce “Il senso della vita” quasi per caso, perchè il bello deve ancora arrivare.

Di per sè, il suo contributo al film del Pythons è evidente: non solo per le parti interpretate, ma anche per la tecnica di animazione che ha prestato a svariate parti del lavoro (che sono riassunte nel video, se interessa saperne di più).

Il senso della vita“, di suo, è un excursus folle, creativo ed allergico alle regole (se non a quelle di una solida regia) sulla vita di un uomo – dalla sua nascita fino alla morte – segnata da sacrifici, dolore e compromessi ai quali si fatica a trovare un senso. Forse perchè un senso non c’è mai stato, o forse perchè è più semplice di quanto si pensi, e bisogna attendere la fine per scoprirlo. Difficile dare una descrizione troppo dettagliata del film, in effetti, perchè le parti si legano tra loro in maniera imprevedibile, le battute fulminanti sono dietro l’angolo e ci sono singoli pezzi che sono diventati storia già da soli (su tutti: la Galaxy Song con epilogo cruento, un corso di eduzione sessuale pratica e l’abbuffata leggendaria di Mister Creosote). Un tipo di umorismo che oggi, forse, non suonerà neanche così moderno, ma che all’epoca si fece notare parecchio per la sua vena colta, anticonformista e mai gratuita.

Senza dimenticare l’altrettanto spassosa sezione che diventa un sapiente musical (sulle note di Every Sperm is Sacred – Ogni spermatozoo è sacro, con riferimento satirico a come la religione, in generale, tenda a considerare la contraccezione), in cui viene mostrata una famiglia cattolica “modello” che possiede un numero incacolabile di figli che fuoriescono da porte, finestre, scaffali ed armadi. I ragazzini coinvolti, per inciso, anni dopo confessarono di non essere consapevoli di ciò che stessero davvero cantando, ripresi in quella che pare sia stata la scena più costosa di tutto “The meaning of life“.

Poco altro da aggiungere, molto da guardare: i Pythons propongono il proprio tipo di comicità paradossale, ereditata dagli sketch teatrali e televisivi del Circo Volante (indimenticabile quello del pappagallo) che ammette i non sequitur per partito preso, e che si lascia guidare dall’istinto e dal gusto per il non-sense come pochi, almeno all’epoca (e prima che diventasse una moda di massa), erano in grado di fare. Assieme al precedente Brian di Nazareth, il film che li consacrerà come artisti poliedrici fino ai giorni nostri.