La notte dei diavoli (G. Ferroni, 1972)
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In giro per la Jugoslavia per lavoro, Nicola è costretto a fermarsi da un guasto alla macchina presso un’inquietante famiglia contadina…

In breve. Perla di genere horror del regista de Il mulino delle donne di pietra, passata sottogamba fino ai giorni nostri, che meriterebbe una visione soprattutto da parte degli stretti appassionati. Anche chi guarda horror più moderni, di fatto, potrebbe rimanerne piacevolmente sorpreso.

Ottimo lavoro e buon b-movie diretto da quel Ferroni che si era cimentato nel gotico all’italiana con un discreto successo: nonostante qui gli stilemi del genere sembrino quelli di sempre (isolamento, natura animale dell’uomo, incidente d’auto che causa la storia, ma si anticipa in parte – e va detto – la famiglia di redneck modello Le colline hanno gli occhi), il sovrannaturale prende piede sul realismo, e mostra la minaccia di creature demoniache che si nascondono in corpi umani, e si propagano – pur essendo di fatto vampiri – con dinamiche tipiche degli zombi. Il tutto procedendo con buon ritmo nella storia, creando la giusta atmosfera e riempendo la narrazione di inquietanti presagi ed alcune singolari allucinazioni.

Fermo restando che siamo ancora nel 1972 (con tutti i limiti da b-movie d’epoca quale “La notte dei diavoli” è), si tratta di un horror molto convincente e che richiama, nel ritmo e nelle atmosfere, quelli che saranno, solo anni dopo, ad esempio del miglior Pupi Avati: La casa dalle finestre che ridono, ma anche Zeder. L’impressione è che Muroni, alla prese con l’unico horror da lui mai realizzato, abbia saputo cogliere lo spirito del genere in quest’unica, singolare pellicola, per quanto non emerga una caratterizzazione troppo marcata dei personaggi: nonostante tutto, il lavoro si fa apprezzare. Questo avviene perchè il regista lavora bene sul ritmo e sull’ambientazione, conferendo un’atmosfera lugubre e sinistra al tutto, e basandosi sulla figura del malvagio Wurdalac del folclore russo, che aveva peraltro già ispirato Mario Bava (I tre volti della paura nel secondo episodio “I wurdalack“).

Proprio su questa singolare forma di esseri divora-cadaveri bisognerebbe soffermarsi un attimo: l’aspetto poetico e romanticheggiante del vampiro classico, di fatto, viene esaltato all’ennesima potenza con tinte macabro-splatter (mai troppo marcato o fine a se stesso, c’è da dire), rendendolo così un personaggio decisamente intrigante e spaventoso. Vale la pena di sottolineare, poi, come Ferroni li abbia caratterizzati grazie agli effetti speciali del grande Carlo Rambaldi: questo in particolare dopo che gli esseri vengono uccisi, alchè avviene una sorta decomposizione del volto mostrata sempre in primo piano, che ricorda molto quella che si vedrà ad esempio sul cadavere di Der Todesking.

Un orrore mai fine a se stesso, peraltro, perchè sarà alla base del tragico finale, in cui la figura stessa dei wurdalac assume tratti che rimangono sinistri ed indefiniti, facendo sospettare che non tutto quello che ha visto il protagonista sia stata realtà. L’orrore quindi si presenta in bilico, fin dall’inizio, tra fantasia e realtà, come si vede fin dall’inizio dalle allucinazioni goticheggianti del protagonista e la cruda realtà dell’ospedale psichiatrico che lo sta visitando.

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