Begotten (E. Elias Merhige, 1991)

Uno dei film più bizzarri e incomprensibili mai visti su uno schermo: mescola con poca chiarezza messaggi criptici, che diventano chiari (?) solo alla fine, lasciando lo spettatore letteralmente tramortito. Ce ne vuole, ad essere proprio onesti, perchè un arthouse puro del genere sia seriamente equiparabile alle allucinazioni lynchiane o alle complesse simbologie annidate nei più oscuri horror nipponici o tedeschi: così il pubblico rimane annichilito, ma della visione probabilmente sopravvive poco o nulla.

In breve: guardare “Begotten” per intero è un progetto cinematograficamente “suicida”, una “Mission impossible” bella e buona, specie considerando i tempi frenetici di oggi. Un viaggio di sola andata che potrebbe cambiare per sempre la vostra idea del cinema, o – più probabilmente, a mio avviso – farvi maledire Merhige a vita. Se si riesce a vederlo tutto senza sbirciare la trama tanto meglio, ma il messaggio del film è sproporzionatamente più piccolo rispetto al linguaggio utilizzato.

Come una fiamma che brucia l’oscurità, la vita è carne su ossa che si agitano sulla terra“: questa enigmatica frase chiude l’introduzione dell’opera di E. Elias Merhige, regista horror decisamente sui generis, molto debitore dell’espressionismo (suo anche il film L’ombra del vampiro). Il regista di Begotten vuole stupire, questo è certo, e presenta un film essenziale, girato in bianco e nero con lo scopo di causare shock e, in certa misura, fare discutere. Ma attenzione: qui non stiamo parlando degli equilibrismi simbolici azzardati da Jorg Buttgereit in Der Todesking, che (nel loro morboso realismo) si mantengono vagamente comprensibili: la tendenza all’ermetismo è ancora più estremizzata, ancora più accentuata nel mostrare crudeltà e violenza. Quindi è peggio ancora, se possibile, perchè in più parti lo spettatore non capirà cosa si stia guardando, e non è detto che questo sia un bene: nessun dialogo, nessuna musica, nessun punto di riferimento sull’intreccio – se non strane figure mascherate ed incappucciate che sembrano vivere fuori dal tempo. Il suicidio di un uomo mascherato all’inizio, il parto di un umanoide tremante, sevizie e violenze di gruppo, rappresentazione di un dolore senza redenzione, senza motivazione, ed ampio spazio alla rappresentazione della natura (tramonti, albe, alberi e vegetazione in generale): preferisco non raccontare la trama perchè, in fondo, è davvero essenziale e diventa chiara soltanto alla fine.

Begotten, in altri termini, non è altro che un’insostenibile carovana di orrore puramente da cineforum, reso certamente suggestivo da determinati tipi di inquadrature ed accortezze stilistiche, ed è fondamentalmente distante da qualsiasi stile che si possa riconoscere: si puo’ parlare di sperimentazione pura, ma questa è un’arma a doppio taglio per cui lo spettatore potrà, in molti casi (e comprensibilmente) abbandonare la visione dell’opera dopo neanche 15 minuti. Resta il fatto che Begotten è insostenibilmente violento ed esplicito, e va visto con molta attenzione perchè è facile disorientarsi al suo interno. Il rischio è che il tutto venga declassato ad un delirante radical-chic intellettualistico: un rischio, a dirla tutta, abbastanza fondato, che serve – più che a sminuire il gusto e le doti artistiche di Merhige – a mettere in guardia il suo potenziale pubblico. Se lo spettatore regge fino alla fine, del resto, solo dai titoli di coda riuscirà a comprendere il senso dell’opera. A molti, tanto per dare un’idea in più, sembrerà di vedere una commedia di Beckett in chiave horror-concettuale.

Al di là del tema dell’ambientalismo, secondo me, diventa fin troppo complesso fornire interpretazioni ulteriori che sconfinerebbero, a mio avviso, in discorsi generalisti e completamente privi di senso. Tutto sommato l’idea era abbastanza buona, e nessuno mi toglierà dalla testa che come cortometraggio sarebbe stato decisamente più efficace (non necessariamente più “digeribile”, che è una cosa ben diversa). A dirla tutta, come accennavo poco fa, l’idea è tutt’altro che stupida, solo che Merhige non ha la dote della sintesi, gioca pericolosamente con una sorta di elitarismo intellettuale, e si dilunga troppo a spaventare, disgustare ed insistere su dettagli poco chiari, col risultato che – alla peggio – annoia da morire lo spettatore. Le scene hanno comunque una fotografia notevole, tanto che il regista ha affermato che ogni singolo minuto di girato (72 in tutto) ha richiesto ben 10 ore di lavoro in fase di creazione dell’effetto “pellicola consumata” e priva di mezzi toni. Ad ogni modo un film che gli appassionati di sperimentazioni orrorifiche e psichedeliche potranno gradire e, secondo il sito allrovi.com, una delle 10 più importanti pellicole di tutti i tempi. Un’esagerazione un po’ grossolana, quest’ultima, mentre resta il fatto che – quasi certamente – i più curiosi vorranno vederlo, nonostante tutto.

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Begotten (E. Elias Merhige, 1991)
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