Crimes of the future (D. Cronenberg, 1969)

Adrian Tripod, affetto da turbe psichiche, si trova a visitare una serie di cliniche.

In breve: il primo Cronenberg ultra-low budget produce un film imprevedibile e da riscoprire.

Crimes of the future é un mediometraggio del 1969 che anticipa, almeno in parte, le tematiche che saranno sviluppate ampiamente dal regista nel seguito della carriera. Preso per quello che è, si tratta di un prodotto “di nicchia” schizofrenico, eversivo, fuori dai canoni del cinema ed altrettanto denso di significati. La storia di Tripod ci introduce in uno scenario apocalittico, un minaccioso futuro dai contorni indefinibili, nel quale sembra mancare qualcosa di vitale per l’uomo. Tutto sta conducendo le persone a ricercare un modo per garantire la sopravvivenza del genere umano. Molte stranezze che si vedono nel film (e sono tante), non rimarranno risolte nel finale: nonostante il cerchio non si chiuda in modo matematico, per così dire, rimane una grandissima carica di fascino ed il film resta di grande livello.

Crimes of the future è incentrato sulla figura ambigua del personaggio di Adrian, ed è attorno alla sua psiche che si sviluppa l’intreccio, anticipando forse in parte ciò che sarà rifatto, con mezzi decisamente più sviluppato, in Spider. Un personaggio tanto sfumato che il suo ruolo effettivo verrà costantemente messo in discussione, in un magistrale gioco di ambiguità. La sua voce narrante, fuori campo, atona e morbosa, si contraddice più volte, è spesso poco chiara e cita spesso le scoperte del sedicente dermatologo Antoine Rouge. Non solo: i dialoghi degli altri personaggi, che sarebbero preziosi per comprendere linearmente la storia, sono sostituiti dal silenzio, rumori industriali assordanti (che costituiscono la colonna sonora del film) si alternano al monologo principale, e questo è quanto. Un film non banalissimo da seguire, vero pane per i denti degli amanti del regista e del cinema “fuori dalle righe”. E posso confermare, dopo averlo visto, che ne vale la pena, e che non si tratta di una delle tante opere stucchevoli e fini a se stesse come tante, purtroppo, ne abbiamo viste uscire non solo tra anni ’60 e ’70.

Da buon prodotto atipico, potrebbe essere vero quanto scritto dal critico Kim Newman in Nightmare Movies, che ne parla come film più divertente da leggere che da guardare (“more fun to read about in synopsis than to watch“), soprattutto perchè ritmato in maniera poco convenzionale, tanto da rasentare il rischio noia (“it’s possible to be boring and interesting at the same time“). La metafora dell’uomo solitario, che si aggira in mondi che non sono suoi, si affianca ad una specie di mònito per il nostro futuro: i crimini del futuro verranno commessi ed accettati dalla società in nome di un’idea di progresso che, nel frattempo, potrebbe non essere più tale. Le sequenze di immagini non paiono che una giungla di mutazioni genetiche, riferimenti all’evoluzionismo ed alla biologia, malattie contagiose, allusioni sessuali morbose, schizofrenia, solitudine e alienazione. Uno scenario insopportabile e continuamente mutevole, ambientato in cinque cliniche differenti (“House of Skin“, “Metaphysical Import-Export” ed altre) nelle quali il protagonista, suo malgrado, è costretto ogni volta ad ambientarsi ed a trarre nuove conseguenze ed insegnamenti. Conseguenze che saranno portate all’estremo, in un finale di quelli memorabili.

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Crimes of the future (D. Cronenberg, 1969)
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Originally posted 2013-06-09 23:09:04.