Il seme della follia (J. Carpenter, 1995)

John Trent è un agente senza scrupoli che stana i truffatori per conto di un’assicurazione, il quale viene incaricato di indagare sulla scomparsa dello scrittore horror americano Sutter Cane. L’uomo è convinto che si tratti di una messinscena di marketing per vendere il nuovo libro, ed inizia a documentarsi sull’autore leggendone le opere (dei “polpettoni” senza capo nè coda). Ma la verità sconvolgente sta per rivelarsi agli occhi del protagonista…

In breve. Uno dei migliori Carpenter di sempre: un film tesissimo, ricco di horror ottantiano, apocalittico e folle. In una parola, perfetto; da vedere almeno una volta nella vita.

La storia di Sutter Cane – lo scrittore dall’aria inquietante che ha probabilmente ispirato, tra gli altri, Ubaldo Terzani – ha fatto scuola, a suo modo, e rimane come testimonianza di una delle migliori opere mai viste sullo schermo in questo genere. Pur con la sua aria da b-movie – ostentata con orgoglio in una delle sequenze più celebri, quella in cui Trent viene rincorso dentro ad un tunnel da creature puramente “lovecraftiane” – scalza dignitosamente molte alte produzioni di livello del periodo, e si candida a diventare negli anni uno dei film di culto del genere horror apocalittico. In effetti esso assume un senso pienamente compiuto se viene affiancato alle altre due componenti fondamentali dello stesso regista (La cosa e Il signore del male), a formare così una trilogia concettualmente molto ben definita e che richiama la poetica del macabro, ad esempio, espressa da Lucio Fulci con i suoi tre film più famosi (L’aldilà, Paura nella città dei morti viventi e Quella villa accanto al cimitero). Si trova qui, per la cronaca, il Carpenter più apertamente nichilista, che dopo aver espresso chiaramente il suo pensiero politico (Essi vivono) riprende in parte le atmosfere dei precedenti Fuga da Los Angeles / Fuga da New York, e le declina come se “la cosa” stesse per arrivare a fare strage sulla Terra. Il risultato è privo di difetti, incalzante, oscuro e con un finale da brivido.

Sutter Cane ha scritto un libro con il quale – potenza dello scrivere, vedi anche “La metà oscura” – prenderà possesso del mondo diventandone un diabolico deus ex machina, popolandolo dei mostri orribili dei suoi intrecci da romanzetti pulp. La stessa Hobbs End, il mitico luogo in cui egli si sarebbe rifugiato, non esiste su alcuna cartina geografica: è un semplice luogo immaginario che testimonia a suo modo l’inafferabilità dell’autore, ed il suo porsi al di fuori della storia come una sorta di nuova divinità. Un film sul potere della penna, dunque, e più in generale sui fenomeni di culto legati ad un’opera, da cui (forse con una certa auto-ironia) il grande regista americano decide di mettere in guardia. Abbondanti nel film sono i riferimenti all’amatissimo (da Carpenter) Lovecraft (verso la fine compare per qualche istante il mostro-pesce Dagon, ad esempio) e ad alcuni classici come “L’esorcista” (donna che scende le scale con la testa rovesciata) ed il poliziotto-zombi che sembra uscito fuori direttamente da “Maniac Cop”: Carpenter fa fuori, quindi, la linearità del racconto riempendolo di non sequitur, ma non per questo il film diventa inintellegibile o vuotamente “accademico”. Piuttosto è un film che si segue con passione, e Carpenter si diverte, nel finale, a giocare pure con il meta-cinema (durante l’apocalisse il protagonista va a cinema a vedere “Il seme della follia” di John Carpenter e… impazzisce dopo averlo (ri)visto!). Un tema, quest’ultimo, che deve essere piaciuto talmente tanto al regista da proporlo in veste rinnovata anche nel suo più recente (e notevolissimo) Cigarette Burns.

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Il seme della follia (J. Carpenter, 1995)
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