Mi capita spesso di parlare di cinema con amici e conoscenti: parlandone in seguito, spesso mi ritrovo a consigliare film poco conosciuti che secondo me andrebbero riscoperti. È una vecchia storia:  è difficile trovare film che mettano d’accordo tutti.

La domanda vera, a questo punto , potrebbe essere: come valutare un horror?

Se non avete voglia di leggere, potete ascoltare il podcast qui.

Andiamo per gradi.

  1. Considerare il contesto – Quando è uscito il film è un aspetto fondamentale, da cui è sbagliato prescindere – e che vale sia in modo diretto (i film del primo Wes Craven uscivano in un periodo in cui era sostanziale la contestazione giovanile) sia in modo indiretto (i film di Rob Zombi si rifanno a quel cinema, ma riflettono in versione modernizzata e nichilista le fobìe di sempre). Il contesto è tutto, ed aiuta a capire perchè negli anni 80 uscissero vari post-apocalittici o perchè, ad esempio, di recente ne siano usciti diversi legati al mondo online (ad esempio Unfriended). Se non si considera il contesto, ogni film appare avulso, scollegato.
  2. Considerare la narrazione – Se la narrazione non funziona, il film difficilmente si salva: questo non significa che tutta la narrazione debba essere lineare (anzi: i film con una narrazione non lineare che funziona sono spesso una spanna sopra gli altri) o peggio, debba essere non lineare (le idee semplici, se efficaci, nell’horror rendono meglio di qualsiasi altra cosa).
  3. Considerare il regista – Non si tratta di aver letto la sua biografia: si tratta soprattutto di capire cosa il regista abbia voluto trasmettere. Un compito semplice, sulla carta, ma che molti recensori (specialmente sul web) mancano regolarmente, lasciandosi trasportare da aspetti soggettivi o dalle prime considerazioni che gli vengono in mente.
  4. Guardare qualsiasi cosa rienti nel “genere” – Questo mi porta a prendere un rischio enorme, cioè quello di considerare bella qualsiasi cosa. Al tempo stesso, mi darà un termine di paragone più flessibile per apprezzare meglio film poco marketizzati, o sottovalutati ingiustamente.
  5. C’è un patto tra voi ed il regista – Quando guardate un film accettate di sottoscrivere un contratto formale col suo regista: sarete disposti a guardarlo, e a provare ad accoglierlo. L’atteggiamento più sbagliato e fuorviante che si possa avere, quando si guarda un film, è giocare a cercare intellettualismi di facciata nelle sue immagini, oppure partire con l’idea che il film vada “sbufalato” (un atteggiamento tipico del pubblico più nerd) o, ancora, che si debbano per forza scovare difetti negli effetti speciali (a meno che, ovviamente, non siano veri e propri errori). Un film è un film, e va vissuto per quello che è.
  6. La paura è sempre soggettiva – Se è vero che i grandi temi dell’horror (dalla morte improvvisa alla malattia, passando per la contaminazione e l’invasione dello straniero) sono sempre gli stessi o quasi, cambiano i modi in cui vengono rappresentati. Motivo per cui è anche normale che possa considerare capolavori film che non dicono nulla ad altri, o viceversa: il punto è che lo scopo degli horror non è solo di fare paura. Quello è un concetto da drive-in anni 60 che andrebbe superato, in favore di una visione che sappia suggerire allo spettatore opportune suggestioni (ed in certi casi addirittura riflessioni): in tal senso un film è sempre come un libro, e fermarsi a giudicarne solo la paura equivale spesso a giudicarlo dalla copertina. La narrazione deve saper trasportare lo spettatore: è un fatto soggettivo, ma è fondamentale.
  7. Non è solo questione di spaventare – Sono tempi in cui si vive in una sorta di bipolarismo: da un lato trovi gente che ride per amenità (i cinepanettoni, ad esempio), e se non ti unisci a loro ti rimproverano con il classico “ma fattela ‘na risata ogni tanto“.  Dall’altro, poi, se un film coglie nel segno e spaventa sul serio, viene rimproverato per i suoi eccessi (Green Inferno, ad esempio, raccolse critiche feroci – quanto superficiali – per la violenza che conteneva, senza che nessuno o quasi abbia notato una critica miratissima e intelligente a certi movimenti politici). Questo dimostra che non è solo questione di farti saltare sulla sedia: quando vediamo un horror non siamo al luna park. Il discorso è saper mantenere la tensione, raccontare una storia quantomeno significativa e farlo nel tempo a disposizione senza divagare o farti scappare dal cinema.
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Di seguito ho raccolto le obiezioni più comuni che mi vengono fatte quando propongo film vagamente “fuori dalle righe”.

  1. X non fa paura – Dipende sempre dai film che hai visto e che prendi come metro di paragone: io considero terrorizzanti American History X e Sacco e Vanzetti che horror non sono, ad esempio. Tornando all’horror, il più delle volte chi sostiene che X non faccia paura lo dice per una sorta di autodifesa di riflesso – della serie: X non fa paura = X non può farmi paura. Questo la dice lunga sulle potenzialità che l’horror offre.
  2. X non si capisce – l’horror è in grado (come nessun altro genere, a mio avviso) di sfornare perle di ogni sottogenere: simbolismo, espressionismo, exploitation (Wes Craven, Aldo Lado, … ), astrattismo (l’horror come pura idea del Fulci anni 80), art house (Begotten), splatter puro, pseudo-snuff. A volte sono film simili a videoclip e sono considerati  difficili da interpretare per il grande pubblico. Il punto è che molti di questi film non sembrano affatto destinati al grande pubblico, e questo finisce per collocarli in una posizione antipatica – snob. Da qui in poi il disastro è realizzato: se non si capiscono, sembrano snob. Se sembrano snob, il regista è un presuntuoso: il film diventa automaticamente inutile, e viene declassato. L’atteggiamento “se non lo capisco io, non ha senso in generale” è frutto della “bolla” in cui internet racchiude ognuno di noi, facendolo sembrare re o regina di un universo inesistente. Il punto vero di molti film “che non si capiscono” è che sono libere espressioni artistiche dei rispettivi registi, significative in quanto tali, ed andrebbero trattati in modo quantomeno meno superficiale.
  3. X fa ridere – Se è vero che l’horror deve saper inchiodare lo spettatore alla poltrona (solo in senso figurato, of course), c’è una buona componente di film che scivolano nel ridicolo: ma è un ridicolo involontario (segno di scarsa perizia) o voluto? Una cosa è la satira di Tokyo Gore Police, Hanno cambiato faccia o Theatre of blood, altro conto è ridere di effetti speciali posticci e di veri e propri errori tecnici. Quando si guarda un film non è facile distinguere le situazioni e, spesso, si ride di riflesso, senza motivo. Un esempio che faccio sempre: il vomito della ragazzina posseduta ne L’esorcista, fa perdere di vista il punto in cui era arrivata la storia (che è, per inciso, un punto fondamentale). C’è anche una parte di pubblico che considera a prescindere ridicoli i film del passato, senza considerare che il pubblico cambia, generazione dopo generazione, e che le cose che spaventavano 50 anni fa vanno viste con spirito adeguato. Se non ci adeguiamo allo spirito anche il Nosferatu di Murnau diventerà, per qualcuno, ridicolo.
  4. X è eccessivo – Qui si rientra in un argomento controverso, ma significa anche che il film ha toccato le corde “giuste”. Nell’horror si riscontra spesso violenza gratuita o non strettamente necessaria, cose che paradossalmente rendono spesso il film più importante o se vogliamo “famoso”. Ogni horror finisce per stuzzicare il voyeurismo dello spettatore, per quanto ciò accada con gradazioni diversissime tra loro. Se poi è vero che ogni sensibilità è soggettiva, un film considerato eccessivo dovrebbe ricordarci che parliamo di un film, e che rappresenta perversioni, violenze e crudeltà appartenenti al nostro mondo sfruttando simbolismi e metafore di vario genere. Molti sostengono che l’eccesso di un film possa portare conseguenze nella vita reale, oppure che ci sia già abbastanza male nel mondo e che non serva, sostanzialmente, girare degli horror. Il punto è che una società puritana o anti-horror sarebbe molto più spaventosa del più perverso dei film del genere. Molto dipende dal livello di libertà che abbiamo, o pensiamo di avere, o pensiamo valga la pena di avere. Se non incontri mai nulla che ti scandalizza, in fondo, significa che non vivi in una società libera – lo ha scritto Luttazzi sulla satira, ma credo valga anche per certi horror. E soprattutto: ogni regista è libero di girare ciò che vuole, rimane per noi la libertà di criticarlo.

Ogni film è espressione di un pensiero (scalcinato, serio o demenziale che sia), ed obbliga il pubblico ad esprimere un giudizio.

14/05/2019