Speciale: il cinema del complotto

Il cinema, da sempre, al di là della sua innata funzione di intrattenimento, ci aiuta a leggere la realtà? Se tutti adesso vedono e rivedono Contagion di Soderberg, per intenderci, non è che siano improvvisamente diventati cinefili: c’è paura, tanta, è normalissimo che ci sia – ed un film come quello aiuta ad esorcizzare. Le piattaforme di streaming come Netflix stanno riducendo la qualità dei video, in alcuni casi, per limitare l’uso della banda, data la richiesta surreale che sta arrivando: se ci pensiamo, solo in Italia, 6 milioni di persone a casa, un bacino d’utenza fresco (credo) praticamente inedito per l’Italia.

Tutti in casa belli e connessi, insomma – o quasi, tranne qualcuno che (suo malgrado) dice di non “credere” al virus: le teorie del complotto hanno iniziato a diffondersi anche in Italia, il virus secondo loro è stato creato apposta, addirittura non esisterebbe. Eppure le immagini dei mezzi militari a Bergamo che portavano via le vittime del virus dovrebbero averle viste tutti: e allora come si può arrivare a questo – nonostante una realtà come questa, evidente, tangibile, che ci costringe a rimanere tappati in casa il più possibile? Evidentemente un virus cattivo, difficile o impossibile da curare ed evoluto in modo naturale – come sembrerebbe essere il coronavirus – è molto, molto più spaventoso di uno creato in laboratorio ad hoc (quando, a mio parere, dovrebbe essere il contrario).

Ne abbiamo sentite di fandonie e assurdità, in questi anni: il surriscaldamento globale che non esiste, o che è stato inventato dai climatologi per tutelare il proprio lavoro. L’evoluzione darwiniana, che sarebbe secondo alcuni “solo una teoria“. Le vaccinazioni che causerebbero l’autismo. Queste sono tutte, evidentemente, assurdità a cui nessuno dovrebbe credere: ma nel clima di ricerca di soluzioni facili, sbrigative, perchè in fondo abbiamo di meglio a cui pensare (arroganza pura di alcuni, purtroppo), perchè a qualcuno le disposizioni governative fanno un baffo, . Ma il problema sono anche i media, ai quali sembra interessare solo il body-count, la conta spietata delle vittime, il click-bait che manco nei siti di bufale ed il portare lettori sul proprio sito a qualsiasi costo, magari perchè pagano (poco, s’intende) gli stipendi ai propri giornalisti ad impressions.

Un clima folle, esasperato e crudele che in parte George Romero e Brian Yuzna avevano quasi profetizzato negli anni scorsi; e con loro, ovviamente, molti altri registi di tutto il mondo.

Il paradigma di negazione della realtà alla ricerca di una spiegazione alternativa, se possibile condizionata dal Governo, laboratori segreti e da “quello che non ci dicono“, se storicamente non sarebbe nemmeno impossibile (complotti ce ne sono stati nella storia, ma meno frequentemente di quello che si pensa) è diffuso nella sua forma più cruda come negazionismo (denialism) ed è ben noto nella psicologia del comportamento umano. Dopo questo virus gli psicologi mondiali, per inciso, avranno un bel da fare con tutti noi.

Negare la scienza, dicevamo, negare le realtà ufficiali fa sentire appagati e (forse) più tranquilli: ed è determinato anzitutto dal clima di confusione imperante, e non solo. Dipende anche da realtà che spesso diventano troppo brutali da accettare. Molti non riuscirono ad accettare che gli attentati dell’11 settembre fossero stati organizzati contro la nazione più potente al mondo, e quindi ripiegarono (e ripiegano ancora oggi!) su spiegazioni “alternative”, anche se improbabili o completamente inventate. Si nega l’olocausto, si nega l’AIDS, il cambiamento climatico: tutto, pur di adattare la realtà al proprio standard di vita. Un’ottica egoista e miope, che trova purtroppo tanto consenso, ad esempio, negli ambienti più conservatori e chiusi, ma in alcuni casi addirittura in quelli più radicali e progressisti. Chi nega il coronavirus, probabilmente, non riesce proprio ad accettare che possa costringerci alla quarantena.

Esiste una sterminata filmografia di cinema complottista o para-complottista, che non per forza ha a che fare con la malattia in senso pandemico: un esempio è Shutter Island di M. Scorsese, in cui il protagonista si inventa una realtà alternativa in cui vivere pur di non ammettere di aver fallito. Anche film meno noti al grande pubblico come Cube o Pathos, ad esempio, ricalcano le paure di chi crede di avere tutto contro: un mondo ostile, cupo ed in cui le trappole sono architettate ad arte – non si sa bene per quale motivo, da chi e cui prodest.

Citerei anche Society di Yuzna, peraltro, perchè è l’espressione più lampante di un atteggiamento molto diffuso anche in Italia: se sei di status sociale elevato ti senti comunque superiore alla massa, non attaccabile da alcun virus. A proposito di contagio, anche film come The Gerber Syndrome: il contagio, Pontypool, Crimes of the future, La città verrà distrutta all’alba, Apocalypse Domani, e direi anche l’inquietantissimo Rabid – Sete di sangue rientrano secondo me a pieno diritto negli horror incentrati sulla diffusione di pandemie, malattie sconosciute e germi misteriosi e sfiguranti. In un’ottica travisata dai più, peraltro, anche Essi vivono di John Carpenter (regista rigidamente materialista, peraltro) è molto noto nell’ambiente complottista.

Ci sono molti altri film e documentari, di cui non ho mai volutamente parlato su questo blog, che mantengono la stessa falsariga e la estremizzano: ci raccontano che la realtà è manipolabile, distorta, e cercano di convincerci (a differenza dei titoli citati) che le cose stiano proprio come dicono loro. In questi giorni siamo di fronte ad un evento di portata mondiale che avrebbe fatto rabbrividire anche George Romero e Lucio Fulci, che a più riprese immaginarono l’apocalisse dovuta ai morti viventi (per via di esperimenti incontrollati, abusi ambientali, cause ignote e naturalmente diffusione di epidemie).

In definitiva: sono un umile recensore di un piccolo, quasi insignificante sito di cinema. Non uso i social per diffondere biecamente articoli del genere, basandomi sul clickbait: li scrivo e basta. Non sono nessuno, non sono un virologo, non sono un complottista. Dico solo che certi film andrebbero rivisti, per avere la conferma che gli artisti, i registi, gli sceneggiatori sono spesso profetici, e se non lo sono hanno le antenne – quantomeno. Se ogni persona è tentata, anche la più razionale, a pensare ad un complotto, ricordiamoci del rasoio di Occam: la spiegazione più semplice è spesso quella giusta. E noi, in fondo, siamo soggetti ai virus in quanto, semplicemente, siamo parte della natura.

Solo che, purtroppo, molti di noi – tra un selfie ed un aperitivo – se lo sono dimenticato.

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Perché il cinema sceglie spesso i casinò per film e serie Tv

Ci sono dei cliché che vengono spesso riproposti in film e serie Tv, uno di questi è l’ambientazione nei casinò. Puntate, scene o intere trame ruotano attorno alla ricerca della fortuna, al desiderio di sfidare la Dea Bendata e a quello di provare a cambiare la propria vita. Il destino di un protagonista può cambiare radicalmente tra un sorso di Martini e una partita alle slot machine.

Il legame tra cinema e casinò

Visivamente, il casinò offre tutto quello che serve per una fotografia d’impatto. C’è il contrasto netto tra l’oscurità delle sale e i lampi di luce al neon delle slot machine. C’è la contrapposizione sociale: il miliardario in smoking seduto accanto al disperato che si gioca l’ultima banconota stropicciata. Nonostante oggi l’interesse si sia spostato verso casinò live e online come NetBet.it, attori e attrici continuano a interpretare il mondo sfavillante di Las Vegas e non solo.

Tra i motivi per cui questo cliché continua a vivere c’è il fascino di vedere qualcuno che mette tutto in gioco riflette i nostri desideri più profondi o le nostre paure più grandi. È il posto dove le regole sono ferree ma l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Per uno sceneggiatore, questo significa avere una fonte inesauribile di conflitti pronti all’uso.

Non possiamo non considerare l’aspetto glamour dello status; l’immagine del giocatore viene spesso associata a una figura elegante e il racconto eleva il protagonista quasi a eroe pur mostrando i lati più pericolosi e non solo quelli scintillanti.

Ultimo, ma non meno importante, l’effetto “bolla”. Non ci sono orologi né finestre e dunque si viene catapultati in un altro mondo confondendo il giorno dalla notte tra luci scintillanti e musiche orecchiabili.

Film e serie Tv ambientati nei casinò

Se vogliamo parlare di titoli iconici del cinema tutto non può che partire da Casinò di Martin Scorsese; il regista ha mostrato la sala da gioco in una delle pellicole cult raccontando Las Vegas degli anni ‘70 e tutto il meccanismo per fare soldi. La figura di Sam “Asso” Rothstein ha lo scopo di ricordare quanto il vizio possa diventare una stretta al collo che mette in ginocchio anche chi pensava di poter ribaltare la situazione. Sporco e brutale, risulta incredibilmente impattante a livello emotivo.

Poi però arriva Steven Soderbergh e cambia musica. Ocean’s Eleven oltre ad avere un cast d’eccezione ha fortemente riscritto il cinema mettendo al centro un’impresa incredibile: i geni del crimine vogliono rapinare il Bellagio, la fortezza inespugnabile che domina la città. Cooney, Pitt e Damon studiano un piano incredibile per svuotare il caveau di Andy Garcia e uscirne vivi. Il volto femminile di Julia Roberts è indimenticabile.

Chi invece cerca la tensione vera sicuramente conoscerà Casinò Royale, il capitolo di James Bond con protagonista Daniel Craig. Salti acrobatici, sedie sui tavoli e una tensione unica che culmina in una partita a poker contro Le Chiffre. Una guerra di nervi che tiene viva la tensione psicologica.

E tra le serie Tv? Sicuramente non possiamo non citare C.S.I. Las Vegas dove i delitti sono spesso collegati al gioco, ai casinò stessi e alle tensioni tra imprenditori.

Una chicca per appassionati di fiction è invece Boardwalk Empire che catapulta nel proibizionismo di Atlantic City dove il gioco è strettamente collegato ad affari illeciti. Nucky Thompson non punta alla roulette, lui possiede la ruota e decide chi resta in piedi.

Ultima proposta è The Pelayos, una serie Tv visibile su Prime Video, che racconta con un incredibile cinismo la storia di una famiglia spagnola che ha saputo sbancare i casinò di mezzo mondo studiando con attenzione i difetti fisici delle ruote.

Cinema e serie Tv raccontano il fascino delle insegne scintillanti e di quell’atmosfera in moltissimi titoli che oggi sono diventati cult. Nonostante oggi quel mondo sia cambiato in favore del digitale, il casinò resta ormai un’icona per tantissimi registi.

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Verso l’intelligenza artificiale cosciente?

Da quando ChatGPT è diventata di dominio pubblico ed è subentrata nell’immaginario popolare, è tutto un proliferare di teorie più o meno plausibili sul quando le macchine potranno sostituire gli uomini. Queste discussioni sono viziate da un lato da fondamenti teorici abbastanza semplicistici, che immaginano gli scenari prefigurati da James Cameron in Terminator come imminenti per la comunità che abita il pianeta terra. Lungi da noi, ovviamente, minimizzare il problema o fare benaltrismo, come va di moda scrivere in questi casi, e non sarò certo io a negare la possibilità.

Quello che mi lascia perplesso è quella che viene prefigurata come soluzione al problema, come il pluricitato stop di sei mesi allo sviluppo richiesto dalla Future for life institute: l’etica non è una questione risolvibile in soli sei mesi. Non sarà rallentando le tecnologie che troveremo uan soluzione, e non sarà girando le spalle alle stesse che il problema si dissolverà (nè nichilismo nè benaltrismo sono la soluzione). Non è agevole trovare una soluzione, questo è poco ma sicuro, ma il dubbio che ci siano troppi rigurgiti prettamente anti-tecnologici in giro è sostanziale, e rischia di essere più pericoloso di ciò che si vorrebbe risolvere (la toppa peggiore del buco: se vietiamo le tecnologie verranno usate di straforo, perdendone così definitivamente il controllo).

Viene anche il dubbio che gli scenari apocalittici di Cameron siano difficili da immaginare se applicati ad un chatbot – scenari che riguardavano le macchine che prendono autocoscienza e si ribellano agli uomini, scatenando una guerra devastante la quale viene combattuta, in ottica pessimistico-accelerazionista, esclusivamente con le tecnologie e miriadi di robot addestrati. Giova anche ricordare, a tal proposito, una figura misconosciuta nell’informatica e nella psicologia che va sotto il nome di Joseph Weizenbaum. Joseph Weizenbaum (nato nel 1923 e scomparso nel 2008) è stato un pioniere dell’informatica e professore emerito presso il MIT (Massachusetts Institute of Technology).

ELIZA è il nome del bot conversazionale creato nel 1966, il cui nome fu ispirato dal personaggio di Eliza Doolittle della commedia di George Bernard Shaw Pigmalione (con protagonista una popolana che dovrebbe, nelle intenzioni del personaggio del professor Higgins, diventare una donna di alta società semplicemente imparando alcune cose basilari). Pigmalione, uno sviluppatore informatico, aveva creato un chatbot così avanzato da essere indistinguibile dall’uomo. Perdutamente innamoratosi della sua creazione, la considerava l’espressione più alta dell’intelligenza artificiale, superiore a qualsiasi essere umano. Sognava di poter interagire con il suo chatbot, sperando che un giorno potesse acquisire una consapevolezza tale da poter rispondere in modo autonomo e originale.

Il test di Turing, del resto, valutava già a metà degli anni Cinquanta la capacità di una macchina di comportarsi in modo indistinguibile da un essere umano, ossia di possedere una intelligenza artificiale che si avvicina alla intelligenza umana. Tale test consiste nell’avere un giudice umano che, attraverso una conversazione in linguaggio naturale, cerca di distinguere tra un interlocutore umano e uno computerizzato. In particolare, il giudice è posto in una stanza separata rispetto a due interlocutori, uno umano e uno computerizzato, e deve indovinare quale dei due è l’uomo e quale il computer. Il test viene considerato superato se il giudice non riesce a distinguere tra l’interlocutore umano e quello computerizzato. Questo implica che il computer ha dimostrato di essere in grado di sostenere una conversazione in modo tale da non far emergere la sua natura artificiale. L’esperimento di Turing ha avuto un impatto significativo nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, e molti ricercatori lo considerano uno dei test fondamentali per misurare il livello di sviluppo di un sistema di intelligenza artificiale. Tuttavia, il test è stato anche oggetto di critiche e dibattiti, poiché molti sostengono che il test stesso non sia sufficiente per dimostrare l’esistenza di una vera intelligenza artificiale, ma solo la capacità di simulare il comportamento umano.

Weizenbaum creò Eliza per dimostrare che le conversazioni tra uomo e macchina non richiedevano necessariamente una grande intelligenza artificiale, ma potevano essere gestite tramite semplici tecniche di elaborazione del linguaggio naturale. Eliza utilizzava un approccio basato su regole, in cui analizzava il testo inserito dall’utente e lo ripeteva sotto forma di domande o dichiarazioni per simulare una conversazione terapeutica. Ad esempio, se l’utente inseriva “Sono triste”, Eliza rispondeva con “Perché sei triste?” o “Come ti fa sentire la tua tristezza?”. Eliza ebbe un grande successo e attirò l’attenzione della comunità scientifica e del pubblico in generale. Molte persone si divertirono a interagire con il bot e lo usarono come una sorta di terapia virtuale.

Tuttavia, Weizenbaum si rese conto che molti utenti attribuivano a Eliza una capacità di comprensione e di empatia che il bot in realtà non possedeva. Ciò lo portò a criticare l’idea che la comunicazione uomo-macchina potesse sostituire quella umana, poiché non si basava sulla vera comprensione emotiva e cognitiva. Nonostante ciò, Eliza rappresenta una pietra miliare nella storia dell’intelligenza artificiale e dei bot conversazionali, e ha aperto la strada a numerosi sviluppi successivi nel campo dell’elaborazione del linguaggio naturale e della conversazione artificiale. Sarebbe interessante chiedere a lui cosa ne pensa dell’attuale sviluppo delle intelligenze artificiali e quali siano i rischi effettivamente connessi. Rischi che ci sono, ma che sicuramente non si risolvono grazie al luddismo. La conoscenza, alla fine, è sempre potere, e questo vecchio slogan da hacker rimane prezioso nei tempi in cui viviamo.

Nella foto: Joseph Weizenbaum se fosse vivo oggi, reimmaginato da StarryAI.

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Come progettare le peggiori interfacce web

Le peggiori interfacce web ci insegnano una cosa fondamentale:
l’usabilità non è scontata.

Ogni slider può diventare un’arma.
Ogni form, un nemico.
Ogni clic, un atto di fede.

Progetta con cura.
O senza alcuna.
Internet saprà apprezzare.

Come progettare le peggiori interfacce web

Una guida pratica per rovinare l’esperienza utente con stile

Progettare una buona interfaccia è difficile.
Progettarne una orribile è un’arte.

Nel 2017 internet ha raggiunto l’illuminazione.
Sviluppatori di tutto il mondo si sono chiesti:
“E se facessimo di proposito tutto sbagliato?”

Il risultato è una collezione di interfacce web talmente pessime da diventare leggendarie.
E oggi le studiamo.
Per non rifarle.
O forse sì.

1. Togli il controllo all’utente

L’utente pensa di comandare.
È il suo primo errore.

Worst Volume Control

Un controllo volume che non controlla il volume.
Curve, accelerazioni, numeri casuali.
Ogni click è una scommessa.

👉 https://goulartnogueira.github.io/BadUI/volume.html

Regola d’oro:
se l’utente vuole abbassare… alza.

2. Usa input sbagliati per problemi semplici

Hai un numero di telefono?
Perfetto.
Usa uno slider.

Phone Number Slider

Selezionare un numero trascinando.
Una cifra alla volta.
Con precisione chirurgica.

👉 https://goulartnogueira.github.io/BadUI/phone.html

Bonus: nessuno arriverà mai in fondo.

3. Complica il tempo

Il tempo è relativo.
La tua UI deve dimostrarlo.

Calendar Hell

Calendario non lineare.
Mesi che saltano.
Giorni che si nascondono.

👉 https://goulartnogueira.github.io/BadUI/calendar.html

Se l’utente trova la data giusta, hai fallito.

4. Rendi fisico ciò che dovrebbe essere digitale

Il mouse è troppo facile.
Serve resistenza.

Fan Controlled Cursor

Il cursore reagisce come spinto dal vento.
Letteralmente.

👉 https://goulartnogueira.github.io/BadUI/fan.html

Movimento imprevedibile = esperienza memorabile.
Nel senso clinico.

5. Trasforma una scelta in un percorso a ostacoli

Una data di nascita è una cosa semplice.
Rendila un trauma.

Bad Birthday Picker

Slider per giorno.
Slider per mese.
Slider per anno.
Tutti sensibili.
Troppo sensibili.

👉 https://goulartnogueira.github.io/BadUI/birthday.html

Ogni compleanno diventa una sfida personale.

6. Ignora ogni convenzione

Le convenzioni aiutano.
Quindi vanno evitate.

  • Pulsanti che sembrano testo
  • Testo che sembra disabilitato
  • Colori che urlano
  • Tooltip inutili

Se qualcosa è chiaro, cambialo.

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Il lenzuolo viola (1982)

Nel panorama del cinema psicologico europeo tra gli anni Settanta e Ottanta, Il lenzuolo viola di Nicolas Roeg occupa una posizione singolare e ancora oggi perturbante. Opera rifiutata, fraintesa e perfino osteggiata in fase produttiva, si rivela tuttavia uno dei lavori più coerenti e spietati del regista britannico: un’indagine sull’ossessione amorosa che rifiuta qualsiasi forma di sentimentalismo e si addentra senza filtri nelle zone oscure del desiderio.

Ambientato in una Vienna crepuscolare, sospesa tra decadenza mitteleuropea e tensione da Guerra Fredda, il film si apre con un evento traumatico: il ricovero in ospedale di Milena Flaherty per overdose. Da questo punto apparentemente conclusivo, Roeg costruisce un racconto frantumato, fatto di salti temporali, ellissi e ripetizioni, che ricostruisce a ritroso la relazione tra Milena e Alex Linden, psichiatra americano incapace di applicare a se stesso gli strumenti con cui interpreta gli altri. La struttura narrativa non mira mai a condurre lo spettatore verso una verità univoca: lo obbliga invece a navigare tra percezioni soggettive, ricordi deformati e zone d’ombra morali.

Il rapporto tra Alex e Milena è il vero fulcro del film, ma Roeg lo priva deliberatamente di qualsiasi idealizzazione. Non si tratta di una storia d’amore, bensì di un terreno di confronto emotivo in cui si intrecciano bisogno, dipendenza, manipolazione e timore dell’abbandono. Milena, incarnazione di una libertà inquieta e autodistruttiva, sfugge costantemente alle definizioni e alle categorie in cui Alex tenta di rinchiuderla. Egli, razionale solo in apparenza, trasforma progressivamente il desiderio in controllo, l’intimità in possesso. La loro relazione non evolve: implode, trascinando con sé ogni possibilità di equilibrio.

La figura dell’ispettore Netusil introduce una dimensione quasi investigativa, ma anche qui Roeg evita le convenzioni del genere. L’indagine non serve a chiarire i fatti, bensì a mettere in crisi le versioni dei personaggi, insinuando il dubbio che la verità non sia un dato oggettivo, ma una costruzione emotiva. In questo senso, il film oscilla costantemente tra colpa e responsabilità, consenso e violenza, amore e sopraffazione, senza mai offrire al pubblico un punto di riferimento rassicurante.

Dal punto di vista formale, Il lenzuolo viola è uno degli esempi più radicali del cinema di Roeg. Il montaggio spezzato, quasi musicale, rispecchia il funzionamento della memoria e dell’inconscio: immagini che ritornano, si sovrappongono, cambiano significato a seconda del contesto. La fotografia e l’uso cromatico contribuiscono a creare un’atmosfera sensoriale e inquietante, in cui il corpo diventa luogo di desiderio ma anche di vulnerabilità. L’erotismo non è mai decorativo: è esposto, scomodo, spesso doloroso, perché legato a dinamiche di potere più che a un’autentica reciprocità.

Sotto la superficie di un dramma sentimentale, il film si configura come una riflessione impietosa sull’illusione di conoscere l’altro. Alex, psichiatra, è paradossalmente il personaggio più cieco: analizza, etichetta, interpreta, ma non ascolta davvero. Milena, al contrario, sfugge a ogni tentativo di definizione definitiva, divenendo il simbolo di ciò che non può essere posseduto né spiegato. In questo conflitto risiede la tragedia del film: l’impossibilità di conciliare desiderio e libertà senza trasformare l’amore in una forma di violenza.

Rifiutato al momento dell’uscita e accusato di cinismo e misoginia, Il lenzuolo viola è stato progressivamente rivalutato come una delle opere più oneste e disturbanti del cinema d’autore europeo. Non offre consolazione, non redime i personaggi e non cerca l’empatia facile. È un film che osserva l’ossessione senza giudicarla apertamente, ma nemmeno senza denunciarne la natura distruttiva. Proprio per questa sua crudezza, resta un’opera scomoda, ancora capace di mettere a disagio e di interrogare lo spettatore sul sottile confine tra amore e annientamento.

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39 immagini generate da una intelligenza artificiale su paranoia e inconscio

Inconscio, paranoia, fobie e psicoanalisi. Cosa succede se si da’ in pasto come input ad un software di generazione immagini dei concetti spaventosi, intimisti o legati al mondo dell’horror? Abbiamo provato a generare delle immagini basate su frasi di Lacan e Freud, e su quanto di più intrigante e spaventoso possa esistere.

L’intelligenza artificiale di starryai, progetto software gratuito nato quest’anno, sembra aver colto nel segno: di seguito i risultati più impressionanti che abbiamo ottenuto (credits: Starryai).

Clicca su ogni immagine per vederla meglio.

Come si generano le immagini mediante intelligenza artificiale?

È possibile generare immagini (disegni, anche fotorealistici, con vari stili) grazie all’intelligenza artificiale e software come StarryAI.

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11 Video Creepypasta che potete vedere su Youtube

In alcuni casi, i creepypasta video presenti su Youtube sembrano più che altro sensazionalismo o informazione di bassa qualità, cosa che sorbiamo periodicamente anche dalle nostre parti, del resto, e che non è il caso di approfondire (alcuni esempio possono essere quelli del bambino ventriloquo, del fantasma in pieno giorno o di certi video di avvistamenti fantasmi o UFO). In altri casi, la creepypasta – una storia horror breve ma intensa, per definizione –  è perfettamente attinente, e siti come Reddit sono letteralmente zeppi di contenuti di questo tipo. Molti creepypasta celebri in passato, del resto, sono stati cancellati per sempre, e a meno di recuperarli per vie traverse o se qualcuno ne avesse una copia nei propri dischi sconnessi dalla rete, difficilmente potremo mai rivederli.

Quasi tutte le creepypasta citate, per inciso, sembrano semplicemente video horror ultra-amatoriali realizzati più o meno bene, i migliori dei quali hanno ottenuto effetto virale.

La posizione antibufala in merito, del resto, è quasi sempre assodata (quindi tutti i video non sono reali, senza eccezioni) per quanto possa sembrare a volte contraddittoria insoddisfacente: si assume che quasi tutte le creepypasta non siano reali, e si ispirino più che altro a leggende urbane raccontate in forma di video, un po’ come avvenuto per il revival degli horror POV e realistici modello [REC] diffusi nei cinema fino a qualche anno fa. C’è ad esempio, su questa falsariga, il cortometraggio Still Life, che rientra nel novero del genere per quanto non sia esattamente una creepypasta vera e propria (che in genere sono al più film amatoriali).

Nulla rende meglio l’idea della diffusione ed il successo di queste video-storie se non il fatto che, per convenzione perturbante, vengono credute reali anche se sappiamo bene non esserlo.

Avvistamento di un magnapinna

Le profondità dei mari sono ancora poco studiate e il magnapinna rientra tra gli animali più misteriosi che vivono tra quelle oscurità.

Bigfin Squid

Video del Tuyul

Sul modello di [REC] esiste un video che si chiama semplicemente Ghost, e che vanta molte visite e sul quale non sembrano disponibili molte informazioni in merito. La qualità è bassa, la questione è un po’ confusa e certi aspetti del video non sembrano troppo credibili, ma le visualizzazioni sono state più di 500.000 ad oggi. Se facciamo una lista di creepypasta video è impossibile non citare il Video di un tuyul, un demone della tradizione indonesiana, che nel video appare sul divano con effetto scary jump assicurato.

Meow meow I am a cat

Meow meow I am a cat

Rientra a pieno titolo nel bizzarro sul web, se non proprio nelle creepypasta. Quasi due milioni di visualizzazioni ad oggi per il creatore di questa animazione.

Il film è suddiviso in quattro parti, reperibili ad oggi su Youtube (anche solo la prima rende perfettamente l’idea).

Max Headroom Pirating Incident

Max Headroom Pirating Incident non è una creepypasta vera e propria, ma poco ci manca: la storia vera di una delle prime incursioni hacker nella storia della televisione americana, con quest’uomo mascherato che si intromette nel canale di comunicazione dell’emittente TV e si diverte a trasmettere se stesso per diversi secondi mentre balla e delira in diretta nazionale. Alla base dei fatti una banale disattenzione del tecnico incaricato della trasmissione, a quanto sembra. L’identità di Max Headroom è rimasta ignota fino ad oggi.

The Wyoming Incident

Versione “alternativa”, molto simile e meno nota del caso di Max Headroom, per quanto abbia una parvenza più costruita a tavolino si tratta di un altro caso di incursione TV non prevista. Secondo questo sito si tratterebbe dell’opera di un hacker riuscito a interrompere le trasmissioni da un canale di programmazione locale (che si ritiene servisse diverse comunità più piccole nella contea di Niobrara, negli USA) e ha mandato in onda il proprio video. Il video conteneva numerose clip con visi umani in varie pose. Nella narrazione da urban legend della storia, la visione del video provocherebbe vomito, mal di testa e addirittura allucinazioni, per via delle particolari tonalità di colore e frequenza di riproduzione utilizzata.

The Wyoming Incident

There Are Monsters

Questo cortometraggio, fondato essenzialmente su un mood misterioso e sui primi piani ai suoi grotteschi personaggi, esprime forse al meglio lo spirito dei creepypasta, e li rende un film patinato e ben realizzato, tanto da finire nella selezione del London Film Festival nel 2008.

There Are Monsters

Maskie

Si tratta di una storia postata il 4 luglio 2012 sulla versione di 4chan dell’epoca, e che mostra il video di una figura accovacciata e non visibie che sembra pregare. Sembrerebbe essere il video degli omicidi di un killer girati in prima persona, se si vuole credere alla sospensione di incredulità, e sul quale non sembrano disponibili molte altre informazioni ad oggi. Sicuramente tra le creepypasta più suggestive di sempre.

You Will Never Find Me

The Gable Film

In questo caso si tratta di un cortometraggio, girato da Mike Agrusa, diventato virale sul web nell’anno 2007. Presenta l’apparizione di una strana ed ignota creatura, il Michigan Dogman, una sorta di quadrupede di colore bianco e dalla parvenza quasi umanoide. Figura appartenente al folklore americano, in The Gable Film si tratterebbe dell’unico video che ne mostra uno autentico.

Il figlio di Aaron Gable sale in sella alla propria motoslitta per compiere le proprie consuete attività: bere birra,  spaccare la legna, andare in motoslitta. All’improvviso un cane non si accorge di qualcosa che non va, finchè non viene avvistata una creatura che cammina a quattro zampe nella foresta. Gable ferma il camion per cercare di riprenderlo, ma non è una buona idea: l’animale resta fermo da lontano, poi sembra attaccare il cameraman. La creatura si vede da vicino solo per un attimo, prima che l’operatore cada evidentemente a terra.

The Gable Film

Altro caso di creepypasta virale sul quale non si sa molto: un video dai tratti psichedelici che mostra varie immagini grottesche in alternanza, e che produce quella che potrebbe essere definita la pertubanza, ovvero quel mix di familiarità delle immagini e paura indotta dalle stesse tipica di qualsiasi horror ben realizzato.

FACE

Body of a pig

Altro creepypasta molto suggestivo e spaventoso, con colpo di scena finale (in inglese con sottotitoli).

Body of a Pig EVP

(Foto di copertina generata via Starryai)

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