Nightmare – Dal profondo della notte (W. Craven, 1984)

Un gruppo di adolescenti americani scopre di avere un incubo ricorrente in comune, con un uomo che li perseguita e che sembra capace di trasformare gli incubi in realtà.

In breve. Uno dei film horror storicamente più importanti per atmosfera, storia, interpretazioni e “morale”. Standing ovation per la regia.

La cronaca dell’epoca racconta di un gruppo di rifugiati cambogiani della tribu Hmong i quali, sfuggiti al regime di Pol Pot, si erano nascosti negli Stati Uniti. Molti di loro iniziarono a soffrire di tremendi incubi, e dopo qualche notte si rifiutarono di addormentarsi: dopo una cura per l’insonnia finalmente tornarono in braccio a Morfeo, svegliandosi poco dopo urlando di terrore e morendo sul colpo. Ad essere vittime di questo singolare caso fu prima un giovane uomo, sei mesi dopo un altro, e tempo dopo anche un ragazzino. La cosa che colpì Craven, quando lesse questa storia, fu il fatto che l’ultima vittima fosse morta senza una causa apparente, non riconducibile nè ad un attacco di cuore nè a nulla di simile. Basandosi su questa storia in bilico tra cronaca e leggenda metropolitana, il regista fornisce una poetica interpretazione dovuta ad un assassino che opera tra dimensione onirica e realtà, mettendo in piedi uno dei più celebri film dell’orrore mai realizzati. E come tradizione horror amava fare in quegli anni, si guarda bene dal far capire allo spettatore dove cominci l’incubo e dove finisca la realtà. Questa caratteristica rende particolarmente spaventoso l’intero film, a partire dalla famosa scena iniziale in cui Freddy Krueger, un uomo bruciato vivo per mano di alcuni cittadini che lo accusavano di pedofilia, terrorizza una giovane ragazza all’interno di una inquietante fabbrica fumosa, sbucando fuori dai posti più improbabili.

Con la partecipazione del grandissimo John Saxon (Donald Thompson), dell’icona del cinema horror Heather Langenkamp (la figlia Nancy) e di un Johnny Deep appena ventenne (Glen), Freddy tormenta i sogni dei figli di coloro che lo hanno ucciso, riuscendo ad ucciderli nella realtà varcando le porte del sonno, e senza perdere mai quel suo tocco di humor nero decisamente caratteristico. Un film incalzante, spaventoso e con varie scene cult: su tutte l’artiglio che esce fuori dalla vasca da bagno ed il povero Glen che viene letteralmente “risucchiato” dal proprio letto. Tutte scene non semplicemente “di cassetta”, ma cariche di valenza simbolica.

Il fatto che sia stato ripreso nel 2010 nel remake di Samuel Bayer – il regista di Transformers, tanto per capirci – mi suggerisce che, nell’industria cinematografica moderna, le idee scarseggino da un bel po’: rifare “Nightmare – Dal profondo della notte” oggi è come chiedere ad un giallo del 2011 di sembrare più settantiano, o come chiedere a Reign in blood degli Slayer di uscire quest’anno. Il punto davvero critico della questione legata al Nightmare “rifatto”, al di là del banale “non si giudicano i film prima di guardarli” (non l’ho visto, e difficilmente lo farò), è legato alla scelta di rimuovere l’elemento ironico da Freddy Krueger, che era una delle sue caratteristiche più note ed amate dal pubblico ottantiano. A questo punto tanto valeva cambiare il titolo e scrivere un soggetto “ispirato a“, che sarebbe stato anche più divertente per tutti ed avrebbe lasciato libero sfogo alla fantasia della sceneggiatura, senza provare a shakerare un cult “sacro”, un’icona che non è riproducibile oggi proprio perchè contava l’idea, all’epoca, e gli effetti speciali elaborati non avevano troppa importanza: erano essenziali il modo di girarlo, le paure del periodo, e (non ultimo) un pubblico più facile da impressionare.

In fondo lo spessore di Nightmare conferito dal professor Craven in questo originale, che aveva fatto scomodare più di un critico a riguardo, era annesso allo scherno sarcastico delle sue vittime, con il quale esaltava la propria immoralità all’ennesima potenza. Sebbene i temi principali del film siano la perdita dell’innocenza e la mancanza di comunicazione tra generazioni, Freddy divenne  simbolo di un Male che, come spesso in Craven, finisce per ritorcersi contro giovani sprovveduti, dei quali problemi gli adulti si mostrano preoccupati solo in apparenza. In effetti i genitori delle vittime di Freddy non badano agli incubi raccontati dai figli: questa incomprensione generazionale emerge splendidamente nel primo Nightmare, e – del resto – di figli degli anni 80 senza punti di riferimento, tormentati da incubi e paranoie, ne fu grande espressione anche il mondo della musica punk-hardcore (Luca dei Nerorgasmo, per fare un esempio). E’ questo il punto che, secondo me, sfugge a qualsiasi speculazione si possa fare oggi su Freddy Krueger: all’epoca si doveva mostrare che si poteva fare cinema horror miscelando paure, speculazioni sociologiche, scene surreali ed ironia. Forse il vero problema è che oggi non c’è più spazio per certe cose, e l’ importante è “fare numero” sfruttando, se possibile, il passato come cassa di risonanza.

Nel nostro paese esistono due versioni del film: una più corta di circa con il taglio delle scene più violente, e la “Director’s Cut” integrale che comprende le scene censurate, inserite nella versione digitale, dove si nota che alcune parti non sono state mai doppiate in italiano (sono in lingua originale). Per quanto riguarda la questione del finale, esiste una notissima “happy end” razionale che suggerisce si sia trattato di un semplico incubo, e due versioni “pessimistiche” in cui Freddy sbuca fuori in due modi alquanto imprevedibili (tutto questo materiale è disponibile nel DVD come “alternate endings“).

Per chi volesse tuffarsi nella croni-storia del personaggio, trovate su questo sito le recensioni di tutti i film “ufficiali” della saga (ad esclusione dei vari spin-off): Nightmare – Dal profondo della notte, Nightmare – La rivincita, Nightmare – I guerrieri del sogno, Nightmare – Il non risveglio, Nightmare Il Mito, Nightmare La fine.