Shutter – Ombre dal passato (M. Ochiai, 2004)

Dopo una cena tra amici una giovane coppia (un fotografo ed una studentessa) investe una ragazza per strada, e scappa senza soccorrerla: stranamente nessuno reclama l’accaduto e, cosa ancora più singolare, a nessuno risulta un ricovero in zona, quella notte. In seguito uno spirito apparentemente ostile sembra volersi manifestare attraverso degli scatti fotografici…

In due parole. Un horror thailandese alquanto artigianale ed altrettanto valido, incentrato sulle apparizioni di fantasmi all’interno delle fotografie (un mito alle urban legend diffuse su internet). Da non confondersi con il remake americano del 2008 (non male, per quanto sostanzialmente inutile), è un crescendo di terrore ed intrigo da non perdere.

Oggetto di “Shutter“, film del 2004 passato relativamente in sordina, sono le fotografie – (“shutter” è l’otturatore delle macchine fotografiche) e le loro implicazioni: non certo una novità, in ambito di storie già raccontate da altri per quanto, in questa sede, sviluppate in modo intrigante, in particolare insistendo su un concetto interessante: il come la rappresentazione più fedele della realtà possa, in realtà, essere tremendamente distorta (“Tutto dipende da come l’immagine viene inquadrata, da quello che viene rivelato e quello che rimane nascosto. Fondamentale è la vostra prospettiva“).

Questa frase è probabilmente la più importante chiave di lettura del film, capace di guidare lo spettatore in un crescendo di tensione  e scene davvero spaventose, oltre che di giocare sulla suggestione nella credenza nei fantasmi, fino all’inatteso finale, degno di Dario Argento e di un suo Profondo Rosso o Trauma. Il film è pervaso, inoltre, da un’idea romantica che caratterizza le presenze spiritiche, ed è questo – per quanto sembri strano – il principale punto di forza dell’intreccio – che diversamente sarebbe un film “alla The Ring” come altri.

Per quanto Shutter risparmi parecchio sullo splatter, preferendovi il potere dell’attesa e della suggestione accennata, e soprattutto per quanto tenda a sembrare l’ennesimo spin-off a base di fantasmi orientali (Ju-On, The Shock Labyrinth), si caratterizza in modo piuttosto originale. Le trovate spaventose non mancano, a cominciare dal fantasma che si “affaccia”, letteralmente, all’interno delle fotografie, fino alle allucinazioni del protagonista e all’inaspettata rivelazione finale che mostra, come spesso in questi casi, una realtà sorprendente.

Un buon film in definitiva, una spanna superiore rispetto alla media del genere e che presenta numerosi pregi, pur non brillando particolarmente in termini di interpretazione ed effetti speciali.

“Ah Jane, sei in anticipo… no lascia, rispondo io. Pronto?”

“Ciao, sono Jane, arriverò un po’ più tardi”

Blade Runner 2049 (D. Villeneuve, 2017)

In breve. Ben lontano dall’essere un film “necessario” (del resto quale film lo è davvero?), Blade Runner 2049 è una buona fantascienza che conferma una particolare teoria sui sequel: tanto vale un rehash libero con gli stessi personaggi di un classico, che un sottovvalutabile sequel di una storia di culto, peraltro già perfetta nella sua oscura incompiutezza. Il risultato, qui, rischia di indurre confusione…

La mia impressione su Blade Runner 2049 è altalenante almeno quanto il ritmo del film stesso, sospeso tra momenti di alto lirismo ed oscuri precipizi in cui non si riesce a capire il ruolo. Del resto sarebbe troppo brutale sparare a zero su un film di genere – che non è un brutto film, tutt’altro – per via dello stesso fenomeno che accompagna certi appassionati di rock e metal, per i quali solo “l’old school” è degna di attenzione, mentre tutto il resto “per carità”. Voglio restare lontano da questo rischio, per cui passo a sezionare un po’ storia e dettagli della stessa. Si tratta di un sequel dell’originale Blade Runner del 1982, in cui molti anni dopo vengono scoperti i resti di quella che sembrerebbe la figlia (o il figlio) di una replicante (un robot altamente tecnologico, del tutto simile ad un essere umano). Il resto si gioca su ambiguità, riferimenti e ammiccamenti che lasciano senza dubbio affascinati, ma di cui secondo me è impossibile cogliere ogni sfumatura.

Denis Villeneuve dirige con grande stile e mezzi più che adeguati la sua storia, deliziando visivamente lo spettatore dalla prima all’ultima scena e cercando, se possibile, di emozionarlo e coinvolgerlo con sincera attitudine. Al tempo stesso, poi, infarcisce in modo sapiente il suo film di riferimenti all’opera di Ridley Scott: Rachel e Deckard invecchiato ed il loro indecifrabile e sublimato rapporto, il cavallo di legno (che ammicca all’origami dell’unicorno dell’originale) la pupilla in primo piano all’inizio del film, l’ossessivo test di riconoscimento per replicanti,  le pubblicità olografiche, l’atmosfera decadente e ammiccante al noir-cyberpunk.

Il tutto resiste fino ad un certo punto alla manìa citazionista fine a se stessa: se nel cinema di genere la cosa, del resto, funzionerebbe senza intoppi, in un film come questo (che ammicca apertamente al grande pubblico, tanto che la produzione ha ammesso di averlo sovrastimato numericamente) rischia di collassare e – udite udite – quasi annoiare lo spettatore. Beninteso che Blade Runner 2049 non è un sequel indegno (come tanti, purtroppo, ne abbiamo visti in altre situazioni), ma avrebbe avuto migliore fortuna come “riedizione libera” della storia originale: una cosa che in pochissimi azzardano, ma che secondo me potrebbe funzionare meglio di tanti azzardate riproposizioni e rielaborazioni di cult movie.

Superata l’incantevole prima parte della storia, è soprattutto nella seconda metà del film che emergono i limiti della stessa, la quale eredita dalla “fantascienza filosofica” di qualche decennio fa il feeling generale, ma lo declina traducendolo in canoni vuotamente comprensibili, al limite del semplicistico, in modo tale (forse) che risultino empatici per il mitologico, terrificante (cit. Fantozzi) e vituperato “grande pubblico“. Del resto sentire la storia di una città post apocalittica fumosa, meravigliosa ed oscura, in cui sembrerebbe che una replicante abbia avuto una figlia (!) è talmente sconfortante nella sua ingenua, materno-centrica concezione – a quando le “replicanti pancine” che scrivono con le “k” e contano l’età dei figli in mesi? – da risultare imbarazzante, almeno quanto vedere un replicante sfondare muri come se nulla fosse, in sequenze d’azione che c’entrano poco col feeling generale della storia, e che starebbero meglio in un ennesimo sequel di Terminator o, al limite, in un film con il buon Schwarzy.

La sensazione, nonostante queste ultime (che avremmo definito anni fa “americanate”) è tutto sommato positiva, perchè Blade Runner 2049 non mostra vere e proprie scempiaggini, coinvolge quanto basta ed è concreto quanto elaborato, ma i suoi toni spesso finisco per virare sul sentimentale-umanizzato ad ogni costo, cosa da cui Scott (per non parlare dello stesso Dick) è stato sempre avulso. Mostrare un replicante che sospetta di aver appreso l’umanità dai suoi “simili” è diverso, del resto, dal voler insinuare che in fondo “anche loro sono esseri umani”, come sembra suggerire questo film: il tutto per la stessa ragione per cui, ad esempio, non dovremmo dare per scontato che tutti gli alieni siano umanoidi.

Blade Runner 2049 sembra voler spiegare – e linearizzare, soprattutto – ciò su cui orde di fan hanno teorizzato per decenni, col risultato di essere un film che vive a sprazzi, è abbastanza lento e viene rallentato all’estremo nel suo (dal mio punto di vista, s’intende) interminabile finale.

Deckard, da poliziotto tipicamente noir cinico, tormentato da ricordi che non sa se sono suoi oltre che spaventato dai propri (presunti) sentimenti, diventa un personaggio vittima di se stesso e delle proprie paure, pieno di rimorsi e (forse vuotamente) nostalgico di Rachel; il resto dei personaggi, tra bellezze algide (soprattutto Ana de Armas, conturbante quanto dichiaramente immateriale), replicanti poco riconoscibili, cinici personaggi ovviamente esperti di arzi marziali (Steven Seagal, salvaci tu).

Non voglio dire che Blade Runner 2049 non valga la visione perchè non è così: il film, anzi, merita di essere (ri)scoperto, anche perchè spingerà tante persone a colmare la lacuna di vedere la Director’s cut di Scott. Certo non riesce ad soddisfare quelle che erano, per ovvie ragioni, altissime aspettative.

Perchè Jack Torrance in Shining dice “Here’s Johnny?”

Chi non ha mai visto Shining di Stanley Kubrick, tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King (e rielaborato secondo idee e stilemi del famoso regista statunitense) dovrebbe provvedere entro le prossime 24 ore al massimo: il film è davvero un “must” per ogni appassionato di cinema, e possiede il grande pregio di aver dato spessore, in maniera inequivocabile, al cinema horror liberandolo dalla sua fama di essere “alla buona” o, peggio, privo di messaggi.

La famosa scena in cui Jack Torrance impazzisce si esplica nella tentata aggressione alla propria famiglia: la moglie si è appena nascosta nel bagno chiudendosi a chiave, ma Jack non si da’ per vinto. Dopo qualche minuto, infatti, è riuscito a sfondarla con un’ascia e si affaccia pronunciando la fatidica frase “…sono il lupo cattivo!” – nell’originale “Here’s Johnny!“.

The Shining GIFs - Find & Share on GIPHY

Da cosa deriva tutto ciò?

Il riferimento è il Tonight Show (uno show televisivo americano che dura fino ad oggi) condotto da Johnny Carson, storico conduttore e showman americano che ha seguito lo show fino al 1992. La frase pronunciata dal protagonista, diventa virale in seguito ed interpretata magistralmente dal buon Jack Nicholson, richiama proprio il tormentone con cui Carson veniva presentato ed introdotto ad ogni puntata.

Jack, del resto, è diminuitivo di  Jonathan, e da qui nasce l’idea.

Di seguito il video che mostra l’originale che ha ispirato.

Perchè i pirati fanno “aaaaar”?

Da che mondo è mondo, i pirati fanno AAARRR mentre parlano. Vi siete mai chiesti il perchè? In questo articolo proverò a svelarvi l’arcano, in modo che possiate dare finalmente un senso a questa giornata (piovosa, almeno qui).

Nell’immaginario televisivo nostrano a fare il verso “AAARRRR” è il Capitano Horatio McCallister dei Simpson: non un pirata, ma comunque un “vecchio lupo di mare” stereotipato. Nell’immaginario popolare dei marinai sono in effetti molto comuni versi quali: “arrr”, o “harr”, “ahoy” oppure “aye”, o ancora Rrrr!”, Yarrr!, Arrr, Argh, Ahaaaarr e Yargh. Ma per quale motivo?

La questione assume una certa importanza – tanto che l’Urban Dictionary ha dedicato ad arrr una voce specifica.

Secondo un post di Reddit dedicato a questo importantissimo argomento, un verso del genere farebbe parte del modo di parlare degli inglese del West Country, tanto da farlo sembrare un paese frequentato da pirati per antonomasia (can confirm, I live here and everyone sounds like pirates), con particolare riferimento alla lingua cornica (Cornish) ed alla sua presunta cadenza.

A quanto pare il grugno tipo “Arrr” – con tutte le varianti viste in precedenza – fa la propria comparsa nel cinema nel 1934, con il film L’isola del tesoro (Treasure Island), tratto dall’omonimo romanzo di Stevens, per poi rifare la propria comparsa nel racconto del 1940 “Adam Penfeather, Buccaneer” di Jeffrey Farnol. Ha consolidato poi la propria fama mediante il classico del 1950 L’isola del tesoro della Disney, un film che dovrebbe essere rimasto inedito ad oggi (è molto più noto il cartone animato uscito in seguito) e di cui è disponibile il seguente frammento su Youtube – purtroppo senza alcun “aarrr” al suo interno.

L’opera comica The Pirates of Penzance,  non presenta riferimenti ad arrrr nello specifico, per quanto molti personaggi tendano a marcare la presenza delle “r” nelle parole che pronunciano i vari pirati, come ad esempio “hurrah!” e “pour the pirate sherry“.

Andando a guardare qualche altra informazione a livello storico, si scopre dell’esistenza della giornata internazionale “Parla come un pirata” (19 settembre), ovvero la International Talk Like a Pirate Day (ITLAPD) inventata nel 1995 da John Baur (nome piratesco: Ol’ Chumbucket) e Mark Summers (o Cap’n Slappy), due americani dell’Oregon.

I blogger cercano visualizzazioni: facciamo pace con questa idea

Leggo moltissime critiche sullla famigerata blogosfera ed il suo modo di produrre informazioni infime, di bassa qualità, dove una “fonte” è semplicemente un link che sarà utile alla SEO altrui e dove basta scrivere titoli smezzati, morbosi o attrattivi per fare click baiting.

I blogger hanno rovinato il mondo (e non solo quello dell’informazione), basandola troppo spesso sul pettegolezzo, sulla voce non confermata, sulla citazione ad muzzum, sul gossip, nei casi più eclatanti sul leak (pubblicando documenti riservati degli stati, indiscrezioni, foto intime di VIP, e via dicendo). Questo apparentemente avrebbe dovuto mostrare al mondo che i blogger siano espressione del popolo oppresso che si ribella alla tirannide dei “potenti” o dei “poteri forti”: nulla di più sbagliato.

Spesso si accusano i blog di aver rovinato un po’ tutto: di aver rovinato il mondo del cinema, ad esempio, con recensioni autoreferenziali che lasciano il tempo che trovano. Di aver fatto anche peggio nel mondo musicale, infarcendo le recensioni di paroloni inutili che poco o nulla fanno (o faranno, o facevano) capire sulle intenzioni dell’artista. Di aver letteralmente smembrato il mondo e, come racconta Ryan Holiday nel suo meraviglioso libro Credimi! Sono un bugiardo!, di essere addirittura arrivati a raccontare una realtà inventata, inesistente, immaginaria, bizzarra (e creduta vera dai più!), pur di generare visualizzazioni o page-views. Il tutto, ovviamente, aggredendo il lettore con titoli altisonanti, addirittura creando interi siti di informazioni inventate (i siti di bufale che ormai conosciamo tutti). Ma non voglio dilungarmi su questo, oggi.

Bisogna imparare ad accettare i blog per quello che sono, secondo me: esistono blog di qualità e blog cattivi, esattamente come esistono ingegneri competenti e gente che ha scippato la laurea mentre il presidente di commissione era distratto. La qualità paga sempre, anche sul web e anche se Google ed i social (ancora) con le proprie dinamiche un po’ selvaggie non se ne sono accorti. Il concetto è molto semplice, in realtà: ogni blog per sopravvivere a se stesso (alle pressioni economiche nonchè a quelle di amici e conoscenti che invitano i vari blogger, con cadenza quasi giornaliera, a “trovarsi un lavoro vero”) deve necessariamente fare visualizzazioni: senza quelle, senza nessuno che ti legga, non esisti. Saresti un soliloquio umano, un solitario masturbatore della tastiera, un eretico dal pensiero sovversivo che pero’ non si caga neanche tua zia. Triste, ma realistico.

Se non sfruttassero qualche tecnica anche borderline per fare visite, semplicemente non avremmo ragione di parlarne: secondo alcuni sarebbe un mondo migliore, se non fosse che quegli stessi blog, in molti casi, sono la fonte (vedi sopra) di notizie che poi leggiamo nelle testate serie dei giornali. Per cui a qualcosa servono, anche solo per soddisfare la fame di conoscenza e di lettura (o visualizzazione che dir si voglia) del pubblico. Della “ggente“, se preferite. In questa accezione “il popolo del web” di cui spesso si sparla fondamentalmente non esiste, se non come idea astratta e indefinita di ciò che non è mai stato (internet come strumenti anti-oppressivo, per intenderci: almeno non da queste parti, visto il dilagare di populismo sui social e non, per dire, di contenuti troppo culturali).

Facciamo pace una volta per tutte con questa idea: devono fare visite, esattamente come un qualsiasi professionista che abbia bisogno di qualcuno che gli commissioni dei lavori, cercano lo scoop a tema, pubblicano tanto di inutile, sono vincolati agli analytics per gli argomenti da trattare, fa parte del loro lavoro (con tutte le accezioni del caso, è un lavoro, amisci).

Per inciso, molti blogger sono a busta paga presso famose aziende, molti altri dipendono da programmi di affiliazione (li pagano in base ai click, ma soprattutto agli acquisti, che fate attraverso i loro siti) spesso troppo tirchi. In entrambi i casi voialtri lettori non ne saprete mai nulla, e questo nonostante ci sia gente come me che prova a spiegarvelo.

Il blogger dipende dal click perchè è il web, per come è nato e per come sta diventando, ad imporre questa regoletta. O no?

The signal (2007)

Film dai toni post-apocalittici diviso in tre parti, raccontato da altrettante prospettive diverse, ed incentrato su un misterioso segnale audio, diffuso mediante radio, TV e cellulari, in grado di trasformere le persone in killer.

In breve. Discreto horror dalla narrazione non lineare, capace di tenere alta la tensione fino alla fine. Da vedere.

The signal, horror del 2007 (da non confondersi con l’omonimo, di genere fantascientifico uscito nel 2014) è stato ideato da tre registi che vantano una collaborazione dal 1999 e girato con un budget di soli 50.000 dollari, in 13 giorni. Parliamo del trio David Bruckner, Dan Bush e Jacob Gentry, che sono anche autori della sceneggiatura, ed hanno girato seguendo i dettami dell’ horror indie americano: nessun risparmio sul livello di efferatezze e colpi di scena, ed un trama abbastanza semplice infarcita, nonostante tutto, di passaggi notevoli o allucinatori (personaggi che scambiano altri personaggi) e flashback (personaggi che ricordano, o credono di ricordare, il passato).

Se tutto questo potrebbe appartenere alla tradizione lynchiana del genere, The signal non si perde in simbolismi, e strizza più pesantemente l’occhio all’horror crudo anni ’70, fin dalle prime immagini: una sequenza da exploitation modello Non aprite quella porta / L’ultima casa a sinistra, che pero’ rimane come una specie di trailer autoreferenziale (alla Tarantino / Rodriguez per intenderci) per introdurci nel film, a malapena collegato alla trama principale (in realtà è uno spezzone di The Hap Hapgood Story di Gentry). Ed è proprio al regista di Pulp Fiction, con le dovute proporzioni, che sembra richiamarsi la dinamica della storia, suddivisa formalmente in tre parti – ricca di flashback e colpi di scena, in cui nessuno è quello che sembra ed i personaggi vivono, loro malgrado, in una sorta di incubo ad occhi aperti.

Il film è suddiviso in tre parti – che avrebbero dovuto essere di più, almeno stando a quanto pubblicato su Vimeo da uno dei tre registi (assolutamente consigliato, tra l’altro, il video linkato per avere un’idea del film, senza “dire troppo” o spoiler vari), e si basa su un’idea semplice ed efficace: un triangolo amoroso tra la protagonista, il marito di lei ed il rispettivo amante, ed il progetto di rivedersi nella stazione di Terminus, binario 13. Peccato che, nel frattempo, uno strano segnale radio/TV inizierà a plagiare le menti di chi ascolta, giustificandone le efferatezze ed arrivando a rendere chiunque un feroce omicida, e trasformando la città in un deserto in cui la maggioranza cerca di uccidere il prossimo. Non è troppo chiaro, peraltro, quale sia il livello massimo di esposizione al signal senza impazzire, visto che molti personaggi si muovono brillantemente senza farsene condizionare – ma questo è volere essere pignoli, e questo non è il genere di horror declinato sulla precisione. Se i presupposti di The signal non sono nuovi (Essi vivono, forse addirittura Videodrome) la narrazione non lineare e l’uso di riprese multiprospettiva cercano di rendere adeguato, riuscendoci, quel tocco di originalità tale da rendere il film interessante, oltre che scorrevole.

Del resto non si tratta di un post-apocalittico vero o proprio, ma di una storia che è quasi un mashup di tre feeling diversi. Le tre trasmissioni o episodi di cui si compone la trama, infatti, sono incentrati su tre sotto-storie dallo stile ben distinto: Crazy In Love di Bruckner è quello più visceralmente horror e sinistro, The Jealousy Monster di Gentry e strizza l’occhio alla dark comedy ed allo humour nero (il che aiuta a spezzare e non appesantire la trama), mentre Escape from Terminus di Dan Bush conclude con la parte (relativamente) romantica della storia, ovviamente declinata in modo post-apocalittico. L’intero film si rifà chiaramente alla tradizione horror più allucinatoria ed esplicita, con spudorati richiami a certo torture porn (sopratutto il secondo episodio) ed ai classici di ogni tempo del genere (da Shining a Resident Evil, passando per 28 giorni dopo): questo, di suo, tenderebbe a renderlo un prodotto di nicchia, anche se uno spettatore medio potrebbe comunque lasciarsi trascinare positivamente dal film che, in fondo, è una love story declinata in modo grottesco e noir.

Questo, a mio avviso, mette in secondo piano, come tradizione vuole in questi casi, l’intero scenario in cui si ambienta il film, lasciando il focus attivo su sogno di due amanti, neanche a dirlo, di vivere assieme – nonostante il marito di lei, violento ed imprevedibile e letteralmente ossessionato dal tradimento. Il tutto con il rischio di disinnescare la trama (i personaggi sembrano “dimenticare” l’apocalisse in corso, in più momenti), intreccio di suo rinforzato da un ambiguo (e forse non troppo comprensibile) doppio finale, in cui non è chiaro cosa sia sogno e cosa, invece, sia (la dura) realtà.

Nel frattempo il signal – di cui non conosciamo l’origine, ed in fondo poco importa – continua a mietere vittime, e a causare atti di violenza sempre più feroci, scatenati dopo l’esposizione al segnale e giocando su una paranoia molto diffusa anche nelle varie urban legend che circolano da sempre sul web (le onde radio o wireless utilizzate per controllare le persone, o capaci di provocare malattie). In questo senso il film è abile a leggere e rielaborare la realtà, attualizzarla e focalizzarsi sulle paure e le psicosi moderne.

Anche questo, del resto, dovrebbe saper fare un buon horror.

Sola in quella casa (T. Takács) (I, madman, 1989)

Virginia, giovane appassionata di letteratura horror, lavora in una libreria e rimane letteralmente stregata dai romanzi del misterioso Malcolm Brand, tanto da iniziare a vedere i protagonisti delle sue storie nella vita di ogni giorno…

In breve. Discreto b-movie senza pretese, piuttosto equilibrato e ben diretto, anche con una storia piuttosto originale. Da riscoprire ancora oggi.

Sola in quella casa (traduzione arbitraria dell’originale I, madman, e che probabilmente strizzava l’occhio ai titoli gloriosi degli anni ’70) si presenta come un lavoro decisamente originale: la storia che vediamo all’inizio coincide con la narrazione del racconto che sta leggendo la protagonista, appassionata di romanzi horror – oltre che simbolico fan in cui buona parte degli spettatori potranno immedesimarsi. Il film presenta numerosi cambi di punti di vista – tra la Virginia nella vita reale e quella che si immedesima con la protagonista della storia – con la presenza di sequenze piuttosto dirette ed evocative, senza sconfinare nel visionario puro (per una volta questo sembra essere un pregio: gioca a favore della comprensibilità della storia).

Se le sue ripetute letture evocano a più navigati suggestioni modello Ai confini della realtà con il ben noto (e genuino) approccio al genere, tra porte che si chiudono all’improvviso, il leitmotiv del pianista dalla finestra ed i temporali che iniziano puntualmente quando Virginia inizia a leggere, c’è da sottolineare che la creatura di Tibor Takàcs – regista tra l’altro del piccolo cult Non aprite quel cancello, altro titolo da non giudicare male in base all’apparenza – è un rispettabile saggio dell’orrore, non completamente esente da difetti, ma piuttosto compatto come forma e stile.

La storia romantica del mad doctor Malcolm Brand, disposto a tutto per amore (ivi compresa la mutilazione di varie vittime, i cui pezzi sono usati per modificare il proprio aspetto – o quantomeno illudersi di farlo – per piacere all’amata), e l’archetipo di Virginia come simbolo dell’appassionato di horror rendono, già da soli, grande giustizia alla pellicola, penalizzato fortemente solo da un doppiaggio italiano probabilmente non troppo espressivo. Al tempo stesso, non si tratta di un film gotico nel senso stretto del termine (come potrebbe esserlo L’arcano incantatore oppure Il demonio, per intenderci), ma di un buon ibrido in cui parte del feeling deriva sia dai film di serial killer (Vestito per uccidere, Henry – Pioggia di sangue) che dagli horror più intrisi di introspezione, psicosi e ossessioni (Possession).

Mentre legge, Virginia è estremamente coinvolta dal racconto, tanto da sospettare che sia la narrazione a guidare la realtà; una realtà che vedere una serie di omicidi inspiegabili quanto collegati al libro di Brand. Il richiamo a Il seme della follia (seppure in una forma parziale, e senza scomodare paragoni fuori luogo), rimane d’obbligo, tanto che sembra lecito sospettare che il maestro Carpenter abbia potuto farsi influenzare da questo film per la stesura del suo celebre (e forse più lovecraftiano) film girato ad oggi. Inutile sottolineare che la dimensione onirica che vive la protagonista non sarà minimamente creduta dal mondo reale, evidenziando ancora di più la dimensione tragica di chi vive situazioni di isolamento o emarginazione.

La storia sceneggata da David Chaskin rimane ad un livello ordinario, accessibile anche ai non patiti del genere, ed è pesantemente influenzata dagli horror classici, sempre intelligentemente trasposti nei libri letti dalla protagonista senza, per questo, perderne efficacia narrativa e potenza orrorifica (si veda, ad esempio, la terrificante sequenza dell’ingresso del dottore in casa della vittima, prima narcotizzata e successivamente decapitata; oppure l’omicidio visto dalla finestra modello La finestra sul cortile, per poi mostrarsi con le sole ombre dei personaggi).

Sul finale Takács si prodiga in un doppio finale che sembra quasi richiesto a gran voce dagli spettatori; al tempo stesso, conclude in modo ordinario la vicenda e con quel tocco di fantasy che si era accennato all’inizio, senza scomodare sociologia pessimista, finali amari o indagini sulla natura del male (come forse era lecito aspettarsi). Ne rimane pertanto un buon horror ottantiano, e questo è quanto.

3D human – Bald Alien

Grazie a Manuel Bastioni ed al suo straordinario plugin!

Ballata macabra (D. Curtis, 1976)

Una famiglia decide di spostarsi in una vecchia villa per le vacanze estive, a prezzo davvero stracciato: un edificio tanto splendido ed antico da sembrare vivo.

In breve. Un cult settantiano che ha fatto scuola a livello di horror psicologico a tinte sovrannaturali, influenzando una varietà incredibile di autori e registi (da King ad Argento). Una storia semplice a tinte fosche, girata con pochi mezzi ed ottime interpretazioni.

Girato nell’estate del 1975 in soli 30 giorni, e senza alcun set predisposto, ovvero sfruttando la struttura naturale di una vecchia villa, Ballata macabra è uno dei più famosi horror sovrannaturali del periodo, e anche uno dei più efficaci dal punto di vista del linguaggio e dei contenuti. Certo il titolo originale Burnt offerings (offerte votive, bruciate su un altare per motivi religiosi) era forse più suggestivo, ed avrebbe mantenuto un maggiore impatto mistico se lasciato in lingua originale; cosa che non è stata fatta, sfortunatamente, relegando questo film (come suo forse unico sostanziale difetto) nel limbo dei titoli tradotti un po’ arbitrariamente, e che sarebbero dovuti (parere personale, s’intende) rimanere distribuiti in inglese. Questo per la stessa ragione per cui nessuno si sarebbe sognato – e per fortuna nessuno l’ha fatto – di tradurre in italiano l’Alien di Ridley Scott o lo Shining di Kubrick/King.

La storia di Ballata macabra (forse un eco della “danza macabra” tipica dell’arte medievale, caratterizzata da una danza tra uomini e scheletri) è tratta dal romanzo di Robert Marasco con lo stesso nome, e a quanto pare si sviluppa in maniera piuttosto fedele allo stile dello stesso. Tutti ricorderanno la protagonista Karen Black (voluta da Zombi nel suo recente La casa dei 1000 corpi), qualcuno in meno forse avrà presente il regista Curtis, che non è nuovo all’horror ed aveva diretto qualche anno prima Trilogia del terrore.

Burnt offerings contiene una forte carica da horror psicologico a tinte sovrannaturali, ed è davvero infinita la lista di lavori analoghi che sono stati girati anche in seguito (The house of the devil). L’idea di una casa maledetta che influenzi la vita delle persone (in questo caso arrivando a trarre nutrimento dalle stesse fino a farle appassire) è declinata in maniera efficace, senza scomodare effetti speciali memorabili bensì puntando esclusivamente sulle duplici interpretazioni dei personaggi: una prima “versione” ordinaria e piccolo-borghese, una seconda decisamente più imprevedibile e vittima di rispettive ossessioni (la piscina, la casa, l’allucinazione del becchino dal sorriso inquietante). Se volessimo trovare un parallelo ancora più sostanziale, escludendo titoli troppo scontati, potremmo citare Un Natale rosso sangue; il film di Bob Clark condivide con questo intreccio l’idea di un “qualcosa” di invisibile ed immortale nascosto in una soffitta, il quale possiede e controlla a piacimento una casa e che, come da tradizione lovecraftiana, non è mai morta e non potrà morire. In quest’ottica, del resto, il finale del film si prefigura come uno dei più riusciti ed intensi mai realizzati nel periodo (e si scorgono vari echi dei racconti dello scrittore di Providence); attenzione alla versione che visionate, peraltro, perchè ne esiste una che è stata privata dell’unica sequenza esplicita di tutto il film (l’uomo che cade sulla macchina). Il tutto rende giustizia ad una storia decisamente scorrevole, che non si perde mai in lungaggini – questo nonostante la durata non convenzionale di quasi due ore.

Un film che possiede più di un richiamo a Shining (la famiglia in una villa isolata, le influenze misteriose della stessa sulle relazioni tra i personaggi, il dramma che esplode inesorabile, gli orrori della casa che si specchiano nelle relazioni contraddittorie e labili tra i personaggi), tanto da essere uno degli horror preferiti da Stephen King che – anche nel fare un confronto anche approssimativo – ha attinto a piene mani da questo lavoro di Marasco (e dalla rispettive versione cinematografica di Curtis, probabilmente) per scrivere quello che è considerato, ad oggi, uno dei suoi romanzi più famosi.

Chi si nasconde in quella casa? Chi è davvero la signora che la moglie del protagonista dovrà accudire? Perchè il contatto con la piscina e con i letti della casa sembra rendere i personaggi aggressivi gli uni contro gli altri, oltre a provocare loro una sorta di inspiegabile sonnolenza o narcolessia? Sono domande a cui lo spettatore smaliziato saprà trovare risposta immediata e, ammesso che sappia accettare ancora oggi il celebre “patto” di farsi incantare da ciò che il regista gli proporrà, riuscirà a godere della visione di uno dei migliori horror sovrannaturali anni ’70.

La casa del diavolo (R. Zombi, 2005)

La pluri-omicida famiglia Firefly cerca di fuggire dalla polizia, imbattendosi in vari innocenti…

In breve. Dopo essersi cimentato con l’horror settantiano (La casa dei 1000 corpi), Rob Zombi confeziona un thriller a metà tra l’exploitation ed il road movie.

Film strettamente legato al precedente La casa dei 1000 corpi, con riferimenti espliciti alla exploitation anni 70 (in particolare L’ultima casa a sinistra, ma anche Cani Arrabbiati di Mario Bava). A differenza del precedente lavoro, virato su toni horror-splatter ed un gusto per il grottesco-macabro piuttosto prevalente, ne La casa del diavolo è l’aspetto home invasion e di violenza fisica e psicologica ad andare per la maggiore.

Le premesse del film, del resto, sono focalizzate sul cosa farebbero persone comuni per sopravvivere a dei sadici criminali, e sono praticamente identiche a quelle de La settima donna: alcuni criminali in fuga dalla polizia che si nascondono in casa di persone comuni. La cinica brutalità che viene mostratata viene pero’ sviluppata su un duplice piano: da un lato la crudeltà dei villain, dall’altro quella della polizia (lo sceriffo è il fratello di quello morto nel film precedente).

Rob Zombi costruisce così un robusto riarrangiamento del suo precedente lavoro, giocando sempre sul consueto gusto per i dettagli realistici; questa volta sono i colpi di scena, i twist dei personaggi che cercano (inutilmente) di ribellarsi ai propri aguzzini ad andare per la maggiore. Se è vero che i riferimenti sono quelli succitati, Zombi ha ben presente vari capisaldi della cinematografia quali Il mucchio selvaggio, La rabbia giovane e Ganster Story. Al tempo stesso ha affermato che questo film non è un sequel, e non richiede in effetti la visione del precedente lavoro: è come se alcuni dei personaggi de La casa dei 1000 corpi fossero scappati via, ed avessero creato una sorta di universo alternativo altrettanto perverso.

Molti aspetti del precedente film vengono chiariti, utilizzando anche l’arma dell’ironia: imperdibile la scena in cui viene rivelato che i nomi dei killer sono tutti personaggi interpretati da Groucho Marx, e ad un poliziotto viene l’idea di… contattarlo. Nell’universo creato da Zombi esistono molti anti-eroi, nessuno è davvero un “buono” nel senso tradizionale del termine, non c’è redenzione, tantomeno una vera e propria fase di revenge come da tradizione: ogni ruolo è destinato ad invertirsi, ogni crimine rimane intrappolato in un vortice di violenza mentre a liberare i personaggi da ogni fardello resta solo la morte.

Autopsy

Un medico legale ed il figlio assistente di laboratorio vengono incaricati di scoprire la causa di morte di una giovane donna…

In breve. Notevole prova dell’orrore da parte del regista norvegese Øvredal, ricca di riferimenti (da Cronenberg alle migliori serie TV poliziesche) e girata con ottimo ritmo; il risultato si lascia guardare con grande intensità. Molto esplicito e sanguinolento, mai gratuito: da non perdere.

Jane Doe, nome tipicamente attribuito a persona di cui non si sa nulla, è apparentemente una donna di massimo trent’anni trovata sepolta nello scantinato di una casa, teatro di un pluri-omicidio senza testimoni. Saranno due coroner ad avere il compito di ricostruire la verità e stabilire, soprattutto, la causa del decesso: cosa succederà durante l’autopsia?

Non ci sono dubbi che “The autopsy of Jane Doe” si presenti fin dall’inizio come un horror fuori dalle righe: il cast ridotto a tre soli attori (tra cui la defunta), scenografie essenziali e giusto qualche sprazzo narrativo iniziale (sintetico quanto efficace). “Coinvolgente” è un aggettivo poco comune nell’horror in generale, che spesso si racconta senza un briciolo di intensità e, anzi, costringendo lo spettatore a restare seduto sfruttando orrori fini a se stessi e/o effettacci all’improvviso: in questo caso coinvolgente è l’aggettivo giusto, ancor più per via di topic che evocano l’horror di genere più crudo (e spesso gratuito), che qui viene comunque declinato in maniera fredda, lucida e concedendo il giusto spazio alle interpretazioni sovrannaturali. Del resto se il tema della “vendetta dal passato” rimane una possibile spiegazione, resta perfettamente plausibile pensare ad una sorta di isterìa omicida indotta dall’aria inquietante della donna, che – al di là dell’aria decisamente algida – in vari momenti del film sembra cambiare leggermente espressione, spesso in base a ciò che succede attorno a lei (un tocco di umorismo nero decisamente azzeccato, quest’ultimo).

Il ritmo di Autopsy è quello dei classici che non stancano mai, soprattutto nella prima porzione del film (dove la tensione si affetta col bisturi) e meno nella seconda (incentrata su toni quasi introspettivi). Del resto, se non fosse per alcuni dettagli decisamente disturbanti – il proto-splatter che ti aspetteresti ragionevolmente per un film ambientato in un obitorio – sarebbe uno di quei film da vedere e far rivedere un po’ a tutti. Questo non solo per le interpretazioni, tutte di livello, dei singoli attori, ma soprattutto per la regia solida, convinta ed abilissima a creare angoscia e terrore realistici come forse – almeno di recente – solo la generazione di horror francesi alla Martyrs o A l’interieur era stata in grado. In realtà sembra che il regista abbia avuto l’idea di fare un horror dopo aver assistito all’anteprima di L’evocazione – The Conjuring, da cui dovrebbe aver tratto una certa componente sovrannaturale, effettivamente qui presente (alquanto atipica per un film che evoca, a più riprese, soprattutto un “horror scientifico” alla Cronenberg prima maniera).

Basta assistere a qualche minuto preso a caso da Autopsy, del resto, per farsi sorprendere da un’angoscia grottesca, insostenibile quanto attrattiva per lo spettatore, sempre più incuriosito dal voler sapere la verità con cui hanno a che fare i due coroner. Nelle mani di molti altri, questo film sarebbe stato concepito come una sagra dell’orrore a basso costo, cosa che il buon xxx evita accuratamente di fare, per quanto più della metà del plot si basi su una storia raccontata a partire dalle varie fasi dell’autopsia sulla donna. Derivare un intreccio narrativo credibile da questo è un’idea senza dubbio originale, e sono anzi le idee di cui il genere necessita per non collassare nelle citazioni infinite del passato. Da questo equilibrio tra passato ed innovazione, tra citazioni accennate a vari film (tra cui lo Shining kubrickiano, probabilmente: impossibile non pensarci nella sequenza dei corridoi vuoti e dell’accetta), deriva a mio avviso la vera forza di questo film. Autopsy non è comunque esente  da difetti, il principale dei quali è dovuto ad un finale efficace ma troppo “asciutto”, probabilmente, e non troppo ricco dei dettagli che il pubblico, in questi casi, dovrebbe amare particolarmente.

L’intero plot di Autopsy, si basa sui singolari avvenimenti che vivranno, durante l’ennesima seduta di autopsia, un medico legale (padre) ed un assistente di laboratorio (figlio). Riuscire a raccontare una storia in queste condizioni, con unica terza interprete la modella irlandese Olwen Kenny nella singolare parte del cadavere (parte per cui pare abbia sfruttato tecniche di yoga) è un azzardo su cui scommettere: scommessa vinta, in questo caso, perchè il film si regge in piedi perfettamente e, anzi, ci si meraviglia di come sia stato possibile portare avanti una storia da questi presupposti.

Autopsy è il primo film americano del norvegese André Øvredal, e c’è solo da augurarsi – per il bene del genere horror, e per non dover rimpiangere il cinema del passato per il resto dei nostri giorni – che non rimanga l’ultimo con questi toni e queste idee.

Slacker (R. Linklater, 1991)

Un giorno apparentemente ordinario ad Austin (Texas), raccontato in mezzo ad una folla di disadattati, emarginati, amanti della letteratura ed artisti.

In breve. Piccolo cult in costante bilico tra dramma e commedia, ed a cui numerosi cineasti si sarebbero ispirati in seguito. Sicuramente rientra nei 10 film “fuori dalle righe” da non perdere.

Con una innovativa struttura – quasi certamente per l’epoca in cui uscì – Linklater ci introduce nel mondo degli under-30 durante gli anni 90, la “Generazione X” che tanto ha subito in termini di snobistici pregiudizi. Uno slacker, in inglese, non è altro che una persona che rifiuta deliberatamente di svolgere un lavoro – e condurre una vita – normale, pur essendone perfettamente in grado di farlo; secondo l’Urban Dictionary il termine può anche fare riferimento a qualcuno che, pur essendo intelligente, non se la senta di fare nessun lavoro in particolare, oppure “una persona che tenda a rinviare le cose all’ultimo minuto, e non appena arriva quel momento… decide che non fosse così importante. Così se ne dimentica“. Viene in mente, in soldoni, un ibrido di più personaggi, incostante ma al tempo stesso vigile e – direi – con la lucidità del Jack Torrance di kubrickiana memoria, in particolare quando afferma (poco prima di impazzire) che “è il senso del dovere che ci frega, amico mio“: è questo ibrido, in fondo, ad essere il protagonista di Slacker, e ne vedremo diverse caratterizzazioni attraverso i suoi numerosi personaggi.

Fannulloni, depressi, apatici e disperati di ogni genere si riuniscono in una “giornata tipo” collegata per semplici flash ed accostamenti spazio-temporali, senza raccontare una vera e propria storia o meglio, forse, raccontandone parecchie. Il loro rifiuto per il senso del dovere indotto dalla società consumistica li porta in una direzione autarchica, che predilige i rapporti umani e le disquisizioni filosofiche alle attività produttive o puramente lucrative. La tragicommedia, del resto, risiede proprio nel non avere idea di come concretizzare quelle idee, che restano così tali e sono destinate a rimanerci. Nel far svolgere il film, che non possiede una trama ma è l’unione di più storie (spesso incomplete, ma poco importa), Slacker non cede al citazionismo fine a se stesso, o peggio all’astrattismo su cui avrebbero virato molte produzioni indipendenti successive: semmai mantiene un focus equidistante, tanto calcolato da sembrare scientifico, sulle varie storie, e rende il clima suburbano di Austin, la città del Texas, il vero protagonista.

In questo, Slacker potrebbe avere anticipato qualcosa del falso documentario o mockumentary, e ciò lo rende ulteriormente affascinante. Al regista andrebbe ufficialmente riconosciuto l’enorme merito di aver realizzato ciò che viene considerato uno dei più importanti film indipendenti della storia del cinema, ad oggi. Lo stesso Linklater, nel ritagliarsi il ruolo del passeggero del taxi (alle prese con un soliloquio da autentico “filosofo urbano” sugli universi paralleli: “ad ogni scelta che fai o decisione che prendi, la cosa che scegli di non fare si separa e forma una sua realtà, sai, e prosegue all’infinito, da lì in poi“) erge una sorta di manifesto sull’eterna indecisione di quella generazione, nata negli anni 70, che ha studiato meticolosamente l’evoluzione della letteratura, del rock e delle sue sperimentazioni (“Una volta ho pranzato con Tolstoj…un’altra volta ero un roadie di Frank Zappa“), ha fatto nascere un nuovo tipo di cinema ed avrebbe assistito allo sviluppo di una tecnologia che, di lì a breve, sarebbe diventata di massa,  alla portata di chiunque.

Il racconto di vite decomposta e allucinata di un’intera generazione, verso una rivoluzione che mai sarebbe arrivata, ed un mondo del lavoro – già all’epoca – scheggia impazzita e disumana, per cui si sente inadeguata o fuori misura (“A tutti voi, lavoratori là fuori: ogni singola merce che producete è un pezzo della vostra stessa morte“), tra più sogni e realtà che finiscono grottescamente per perdersi nella propria autocommiserazione (“il sogno che ho appena fatto era come questi, solo che non succedeva niente di strano, cioè… non succedeva proprio nulla“). E se mediamente in un film, nella fase di montaggio, secondo IMDB possono contarsi fino a 1000 tagli, in Slacker ce ne sono solo 163, al fine di dare massima continuità ambientale alle scene, limitando così i passaggi bruschi. Potremmo affermare, pertanto, che Linklater ha realizzato un esperimento unico nel suo genere, che in mano a potenziali imitatori sarebbe facilmente risultato caotico, o peggio poco comprensibile al pubblico.

Grandissima importanza, nel film, tendono ad assumere i fitti dialoghi, quasi sempre permeati di riferimenti alla cultura underground: lo stile metropolitano-bohémien, ciò che in seguito sarebbe stato chiamato grunge in contrapposizione agli yuppies, l’emarginazione, la solitudine, le macchinazioni in piccolo (il figlio che ha investito la madre) ed in grande (le teorie del complotto su JFK), i sogni, le passioni, le piccole band con cui provare ad ammazzare il tempo, ma anche le teorie sugli UFO e sugli allunaggi – molto prima, per inciso, che questi argomenti divenissero un fenomeno di massa come poi, di fatto, è avvenuto grazie al web. Slacker finisce per essere un manifesto degli anni ’90 realistico, a volte crudo e dall’elevato contenuto poetico, per chi all’epoca cercasse un lavoro, una vita, un’identità, il tutto sfruttando un espediente narrativo tipico della letteratura moderna come il flusso di coscienza (Joyce viene citato in almeno un’occasione) e le associazioni di idee.

In questo apparente caos di citazioni e vite sconnesse emerge una sorta di manifesto generazionale: quello della Generazione X, sbandata e priva di riferimenti eppure, al tempo stesso, parte integrante del cambiamento radicale indotto da internet e dal web 2.0 che sarebbe arrivato, a livello globale, di lì a breve. Ed è questo, forse, il senso finale – e più plausibile – di Slacker: quello espresso dal personaggio in una delle ultime battute del film: “…i film sono fotografia, 24 volte al secondo. […] Da giovani si piange per una donna. Poi, quando invecchiamo… per le donne in genere. La tragedia della vita è che un uomo non è mai libero: eppure si sforza di essere ciò che non sarà mai. Ciò che è segretamente temuto… succede sempre. La mia vita, i miei amori, cosa sono adesso? Ma più il dolore aumenta, piu’ questo istinto per la vita in qualche modo si riafferma. La bellezza essenziale nella vita sta nell’arrenderti completamente ad essa. Svegliati, America”