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“Realismo capitalista” di Mark Fisher ha profetizzato un Reale che non si può esprimere

Mark Fisher muore suicida a soli 48 anni dopo essere diventato uno degli autori accelerazionisti di spicco e promosso le proprie idee con lo pseudonimo k punk.

All’interno del suo libro Realismo capitalista Fisher delinea un trattato compatto e ricco di riferimenti alla cultura pop su quello che viene definito realismo capitalista. Per farlo, fa partire la trattazione incentrando il focus sull’idea accelerazionista promossa da I figli degli uomini, un film di fantascienza post-apocalittica di Alfonso Cuaròn (noto anche per aver diretto in seguito un episodio di Harry Potter). Una fantascienza fuori dal mainstream che presentava qualche punto di contatto con 2019 dopo la caduta di New York di Sergio Martino: in entrambi si attraversa l’apocalisse come se fosse una condizione ordinaria, alla ricerca di una nuova Eva che potrebbe ridare vita al genere umano, condannata diversamente all’estinzione da uno stop delle nascite, causa eccessiva radioattività. È uno dei tanti film simbolisti e politici che abbiamo visto nei cinema, ma Fisher punta l’accento in particolare sull’attraversamento, sul fatto che l’unico modo per attraversare la crisi sia attraversarla, in qualche modo (the only way out is the way through: l’unica via d’uscita è attraversare le cose), per quanto poi il come finisca per possedere sfumature e modalità molto diverse, da teorie neutre politicamente a quelle di estrema sinistra o, alternativamente, estrema destra. Si presuppone che le nuove tecnologie e il capitalismo debbano essere accelerati il più possibile, partendo dal presupposto che sia impossibile fermarli e anzi, rischi di essere solo controproducente.

Mark Fisher (scatto di Nina Power). Credits: Nero Edizioni
Mark Fisher (scatto di Nina Power). Credits: Nero Edizioni

Una normalità apocalittica, dicevamo, che non sembra nemmeno troppo difficile da immaginare, presi dai nostri piccoli e medi drammi quotidiani mentre assistiamo, del tutto inermi e quasi sempre scoraggiati, al declino progressivo di un’umanità allo sbando, tra clickbait, fake news e periodici annunci di imminenti apocalissi. Possibile – si chiede Fisher – che davvero non ci aspettino sostanziali cambiamenti di sorta, e che non rimarremo più spiazzati da quello che verrà? Nelle ultime pagine del libro, dopo aver attraversato vari argomenti (dal politico al sociale, passando per la psicoanalisi lacaniana e la critica marxista classica) una lapidaria risposta sembra esistere, ed è il massimo dell’esaltazione lirica dello stile dell’autore, che riportiamo qui integralmente:

“La lunga e tenebrosa notte della fine della storia va presa come un’opportunità enorme. La stessa opprimente pervasività del realismo capitalista signfica che persino il più piccolo barlume di una possibile alternativa politica ed economica può produrre effetti sporporzionatamente grandi. L’evento più minuscolo può ritagliare un buco nella grigia cortina della reazione che ha segnato l’orizzonte delle possibilità sotto il realismo capitalista. Da una situazione in cui nulla può accadere tutto, di colpo, torna possibile.”

Realismo capitalista è un’espressione ripresa da Fisher a partire da Michael Should e da un gruppo di artisti pop art tedeschi degli anni Sessanta, e fa riferimento all’arte basata sull’uso delle merci (oltre ad essere, ovviamente, un calco del realismo socialista noto in ambito politico. In quest’opera è da interdersi come il mood che pervade il capitalismo corporativo in cui viviamo, intento a frammentare ed atomizzare le singolarità, facendo sentire l’individuo “solo contro tutti” (in pieno stile liberista) e arrivando addirittura, scrive Fisher, a far considerare le malattie mentali come problematiche individuali senza legame sociale.

Vengono pertanto in mente i flussi a cui facevano riferimento Guattari e Deleuze nell’Anti Edipo, in risposta alla diffusa tendenza borghese nell’affrontare le problematiche psico-sociali nel salotto freudiano, come a dire: c’è dell’altro, esistono flussi che partono da un nodo ed arrivano ad un altro, mentre la dimensione psicoanalitica da sola non basta più a spiegare tutto. Va messo anche l’aspetto sociologico in ballo, anche perchè la propaganda capitalista sembra funzionare molto meglio di quella fascista o stalinista, e può rivelarsi complesso da comprendere e contestualizzare, se non lo si fa.

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Una cultura che si limita a preservare se stessa non è una cultura, del resto: e questo dovrebbe essere più che sufficiente a trovare nuovi stimoli per risolvere i dilemmi moderni senza ricalcare stili e scelte fallimentari precedenti. Questo vale a cominciare dalla malattia mentale, con riferimento alla depressione che porterà Fisher al suicidio nel 2017, il cui lascito per le forze progressiste è esplicito: la sinistra dovrebbe urgentemente ripoliticizzare la questione psichiatrica, contestualizzandola alla critica del capitale, scrive l’autore. Il capitalismo stesso è, secondo l’autore, quel che resta quando ogni ideale è collassato allo stato di elaborazione simbolica o rituale: il risultato di questa accettazione passiva (o meglio ancora interpassiva) è un consumatore spettatore che arranca tra ruderi e rovine. Il capitalismo non può esistere, osserva Fisher, senza la nostra esplicita cooperazione.

Il capitalismo diventa, per Fisher, un mostro simile a La cosa di John Carpenter,  informe e dai confini variabili, pronto a cannibalizzare qualsiasi aspetto sociale e quotidiano e a rendere inesistente, ad esempio, la sacrosanta distinzione tra vita privata e lavorativa. Portarsi il lavoro a casa sarebbe l’espressione del massimo disagio indotto dal capitalismo, ed il capitalismo è molto abile a desacralizzare e svilire qualsiasi credenza. Con un risultato tragicamente vero, del resto: senza dimensione sacrale, senza credere letteralmente in nulla, la dimensione simbolica lacaniana viene abolita.

Ricorrendo ad una delle sue consuetre omofonìe (les non-dupes errent, letteralmente i non creduloni vagano, che suona uguale a les noms du père, il nome del Padre) Lacan aveva sottolineato – come Zizek ha più volte rimarcato, per inciso – come la perdita del simbolico indotta sul seguace acritico del capitalismo possa avere conseguenze imprevedibili: chinque si consideri realista, cinico, disilluso, pragmatico (come avverrebbe anche per un incel, in effetti) può sbagliare esattamente come chiunque altro adoperi o creda, a qualsiasi livello, in un sistema simbolico. Anzi, peggio ancora: la dimensione pragmatica o iper-realistica rischia di risultare più ingannevole perchè distinta, di suo, da quella del Reale (se n’era accorto anche Baudrillard formulando i suoi simulacri, in effetti). Alla meglio, il Reale può essere una variabile X non rappresentabile di origine traumatica (secondo la psicoanalisi classica, almeno) che può essere al massimo intravista tra le spaccature o le contraddizioni della realtà che ci appare ogni giorno (i simulacri).

Definire il reale è complicato, nemmeno Lacan ha mai fornito una definizione dello stesso univoca e, in definitiva, “la cosa innominabile”, il realismo capitalista, se ne approfitta bellamente. To get real significa, nell’accezione hip hop stradaiolo ad esempio, confrontarsi con uno stato di natura in cui cane mangia cane, dove o sei un vincente o sei un perdente, dove sei spinto a sentirti sfigato se non ti spari un corso di seduzione online – e dove i più, neanche a dirlo, sono condannati di default a perdere.

L’unica maniera per mettere in discussione realismo capitalista è mostrare in qualche modo quanto sia inconsistente o indifendibile diventa una sola: ribadire che di realista, in qualche modo, questo capitalismo non ha nulla.

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