Blade Runner (R. Scott, 1982)

All’interno di una Los Angeles distopica nell’anno 2019, la tecnologia ha consentito di creare i “replicanti”, androidi fortemente umanizzati ed utilizzabili per servire gli esseri umani. Sei di essi, particolarmente evoluti e dotati di possente forza fisica, fuggono dalle colonie extramondo e cercano di introdursi nella Tyrell Corporation, la fabbrica che li produce: il poliziotto Deckard è sulle loro tracce… In breve. Suggestivo, sempre straordinario da rivedere e ricco di spunti, suggestioni onirico-futuristiche ed affascinanti ambiguità, mai veramente sciolte dopo oltre 30 anni. Chi sono gli umani, chi gli androidi? Quale valore assumono i ricordi nella vita dell’uomo? Uno dei migliori film di fantascienza di tutti i tempi (assieme a Brazil).

Scrivere oggi di “Blade Runner“, indimenticabile capolavoro proto-cyberpunk girato da Ridley Scott, rischia di ricadere inevitabilmente nella sterile ripetizione di concetti, idee e visioni futuristiche che hanno formato buona parte del cinema di fantascienza “colta”. L’analisi, che non può – in casi del genere – essere approssimativa in alcun modo, dovrebbe comunque basarsi su una duplice considerazione. Se da un lato infatti questo film ha stilato dei veri e propri canoni stilistici all’interno del cinema di fantascienza, dall’altro – senza nulla togliere a regia ed interpretazioni – è la storia originale di Dick ad avere buona parte della responsabilità del successo della pellicola. “Do Androids Dream of Electric Sheep?” (1968) poneva, in anticipo sui tempi, una tematica estremamente intrigante: se è umano amare, proteggere e relazionarsi con altri simili, cosa implica uccidere un androide che, in preda ad una “presa di coscienza” progressiva, si senta “vivo”? Bisogna rispondere a questa domanda formulandone molte altre, e questo potrebbe non piacere a chi concepisce la fantascienza in modo più orientato verso l’azione pura che altro. Il film possiede dunque la capacità di far immedesimare grandi fette di pubblico, e questo sia nella coscienza per così dire “organica” di alcuni protagonisti che in quella “artificiale” dei replicanti, rendono impossibile la chiarificazione definitiva dei ruoli di ognuno (è quasi certo che Deckard sia anch’egli un replicante, come sappiamo, ma rimane vivido il fascino di lasciare questo interrogativo “appeso” fino all’estremo).

In fondo il tratto distintivo di questo cult – uno dei film che possiede ben 7 cut differenti, tra Director’s, International e Final – è rappresentato essenzialmente dalla profondità dei topic che tira in ballo: questo è visibile non soltanto all’interno di ambientazioni metropolitane gigantesche e tutt’altro che a misura d’uomo, ma anche per via delle tematiche esistenzialiste che sono inserite nell’intreccio. I replicanti, umanoidi che assumono le precise fattezze di esseri umani, non soltanto possono pensare, agire e vivere per quattro anni, ma si trasformano in autentici “oggetti”. È questa loro duplice natura che li rende dei veri elementi tragici della storia, e questo è visibile soprattutto nel momento in cui iniziano a porsi delle domande ben precise. Oggetti, dunque, che sono consapevoli di esserlo e che sviluppano autonomamente sofferenza, disgusto e – quasi di controbalzo – desiderio di diventare immortali. Cosa ci sarà dato fare nell’arco della nostra breve vita? Soprattutto, ha davvero importanza se i ricordi vengano impiantati artificialmente mediante una macchina oppure siano frammenti di vita realmente vissuta? La complessa simbologia scomodata da “Blade Runner”, di cui i celebri origami di Gaff sono soltanto la punta dell’iceberg, pone domande per il nuovo millennio che meriterebbero risposte fin troppo articolate. La cosa davvero incredibile di questa pellicola, del resto, è che conserva il suo valore di attualità ancora oggi, mentre il 2019 sembra essere alle porte e la realtà tecnologica sembra quasi essere pronta a fornire nuovi contributi sempre più realistici ed incredibili. Da vedere almeno una volta nella vita.