Alien (R. Scott, 1979)

La nave spaziale “Nostromo” durante il viaggio di rientro sulla Terra intercetta un segnale radio che sembra possedere una certa regolarità, segno probabile di una qualche forma di vita intelligente. L’equipaggio composto da sette persone – cinque specialisti e due operai – si imbatterà presto in quelle che sembrano delle vere e proprie uova di extraterrestre…

In breve. Uno dei capolavori dell’horror fantascientifico: lo script di Dan O’ Bannon – regista de Il ritorno dei morti viventi – e la regia di Ridley Scott non potevano che produrre un risultato memorabile, carico di filosofia cyber-punk e preoccupazioni sociologiche.

Mettere in discussione a qualsiasi livello un film come Alien significa inevitabilmente, per un recensore, entrare in un vero e proprio campo minato. La grandezza indiscutibile di una pellicola del genere, a mio avviso, neanche richiederebbe quasi nessun tipo di approfondimento o analisi, che in questa sede serve più che altro a chiarire punti che molti altri, prima di me, hanno già  egregiamente messo in rilievo. Partendo da un’atmosfera degna di 2001 Odissea nello spazio (l’interno asettico, pallido eppure umanizzato di una nave spaziale ipertecnologica) Scott segue uno script tanto originale quanto spaventoso, basato sull’idea vagamente lovecraftiana di una forma di vita aliena, proveniente da un passato non misurabile, che rappresenta una minaccia per l’uomo dall’interno, violandone inesorabilmente il corpo per poter vivere a sua volta. Un film dal ritmo perfetto, interpretato e diretto in modo esemplare, dalla atmosfere estremamente realistiche – attuali anche oggi – e basato sulla storia scritta da Dan O’ Bannon, l’istrionico ri-creatore di una nuova saga dei morti viventi che, per la prima volta, si distaccò dichiaratamente dalla filosofia romeriana.

L’idea di fondo, suggestiva quanto “naturalmente” spaventosa, si basa sul comportamento di alcuni tipi di vespe, che usano deporre le uova all’interno dell’addome dei ragni: esattamente quello che l’alieno opera sugli esseri umani, usando i loro corpi come un parassita e ricalcando, in parte, le efferatezze imprevedibili de “La cosa“. Il concept grafico dell’alieno, realizzato dall’artista H.R. Giger – noto anche per “La macchina procreatrice” – e cambiato numerose volte per via della sessualità troppo esplicita di alcune sue rappresentazioni, è entrato ormai nell’immaginario collettivo degli appassionati del genere, a cominciare dalla sua forma di ragno gigantesco le cui zampe ricordano delle dita umane (questo per dare un minimo di plausibilità biologica alla creatura stessa).

Del resto, a tale riguardo, le viste “chirurgiche” sul corpo dell’alien – dettagli organici quasi sempre ravvicinati – ed il rigore scientifico delle apparecchiature utilizzate dall’equipaggio stabiliscono dei canoni che, almeno in parte, saranno ampiamente sfruttati ad esempio da David Cronenberg (in modo accentuato per i pod di eXistenZ). La gelida ripresa  – tra le più famose del film – che rappresenta in modo esplicito, praticamente inedito fino ad allora, la fuoriuscita dell’alieno dal povero ed ignaro Kane è diventata di culto già da sola, e definisce una nuova dimensione in cui l’essere extraterrestre – con una sola eccezione rassicurante e familiare – risulta essere naturalmente, potremmo scrivere, ostile all’umanità.

A coronare il tutto viene abilmente inserito un inserto cyberpunk, ovvero un robot umanoide proprio tra i “magnifici sette” dell’equipaggio, incaricato di riportare forme di vita aliene dallo spazio come priorità assoluta, e incrementando così il clima di tensione claustrofobica che caratterizza “Alien” fin dai primi minuti.

“Non si direbbe un SOS… ha tutta l’aria di una minaccia”

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Alien (R. Scott, 1979)
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