Cani arrabbiati (M. Bava, 1974)

Una rapina finita male è l’inizio di un incubo su strada che forma uno dei migliori cult del cinema pulp / road movie all’italiana.

In breve: cattiveria allo stato puro, claustrofobia, personaggi molto ben caratterizzati e finalone a sorpresa costituiscono i quattro ingredienti di “Cani arrabbiati” di Mario Bava. Alcune scene, notissime ai fanatici di cinema di genere, sono seriamente insostenibili. Una vera mazzata nello stomaco, imprenscindibile per i fan del pulp più estremo.

caniarrabbiati

Partendo dal titolo del film, e pensando al fatto che è stato inedito per anni, ristampato in versione edulcorata nel finale solo anni fa, viene subito da pensare che si tratta dell’essenza della “metà oscura” di Mario Bava. Il regista (nato a Rimini nel 1914) ha infatti diretto prevalentemente horror, ma  fu artefice in uno dei suoi momenti più ispirati dello slasher-movie per eccellenza “Reazione a catena”. “Cani arrabbiati” è l’esposizione alla luce solare di tutti gli archetipi di crudeltà umana, dove non esiste speranza di salvezza per nessuno ed a trionfare sono soltanto la violenza ed il mero interesse economico. Il tutto usando il linguaggio della violenza e dell’exploitation, raramente a livelli talmente lucidi ed insostenibili.

Si tratta di un thriller atipico, per il fatto che è ambientato quasi interamente nello spazio ristretto di una macchina, nella quale tre criminali prendono in ostaggio un uomo, una donna ed un bambino che hanno la sola colpa di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. I tre cattivi della storia (“Dottore”, “Trentadue” e “Bisturi”) non sono che degli avidi psicopatici che uccidono senza rimorso, in nome di uno sgangherato ed imprescindibile “mors tua, vita mea”: al tempo stesso dimostrano di possedere un lato prettamente umano che spiazza ed inchioda lo spettatore alla poltrona fino all’ultima scena. Ed in quella lotta all’ultimo sangue per “tutto o niente”, che ricorda vagamente il discorso di Giulio Sacchi in “Milano odia…“, risiede, oltre che la sintesi di un possibile senso di vita, il significato di questo film nichilista e profondamente pessimista. A cominciare, guarda caso, dall’inaspettato e pazzesco finale, in cui si svela un velo di Maya che mostra una realtà clamorosamente inaspettata. Il che significa, in altri termini, l’assenza di spazio e tempo per divisioni manichee tra bene e male, oltre a raffigurare il prezzo da pagare – spesso inaccettabile dal punto di vista morale – per poter sopravvivere. Ognuno lotta per se stesso, e lo sforzo finisce beffardamente per non essere quasi mai correlato all’effetto finale che provoca. Tra gli attori, da ricordare Riccardo Cucciolla in una delle sue migliori interpretazioni e Don Backy che interpreta il crudele “Bisturi”, le cui confusioni mentali vengono bizzarramente (e in modo geniale) rese da una pallina di flipper che rimbalza. Claustrofobia su pellicola senza contaminazioni, se non quelle suggerite dalla strada – e parlare solo di road-movie, per una volta, appare quantomeno limitativo. Realizzato nel 1974, in realtà non uscì mai poichè la casa di produzione fallì, e come accennato in precedenza soltanto anni fa è stato recuperato con il titolo Semaforo rosso in DVD. Probabilmente le tematiche “scomode” trattate ed il lugubre pessimismo sull’uomo che accompagna tutto il film non furono incentivi alla pubblicazione dell’opera, rimasta semi-sconosciuta per molto, troppo tempo. Le musiche sono di Stelvio Cipriani, uno dei più grandi musicisti di cinema anni 70 ed autore di numerose altre colonne sonore (Incubo sulla città contaminata, La morte cammina con i tacchi alti e lo stesso Reazione a catena).