Milano odia: la polizia non può sparare (U. Lenzi)

“Milano odia…” è un classico del cinema noir, del poliziesco all’italiana che si sviluppa su situazioni stereotipate, overdosi di violenza e pessimismo cosmico dilagante. Non si dice una falsità, in buona sostanza, se lo si considera uno dei migliori film in assoluto di questo genere: costruito in modo eccellente, ricco di colpi di scena (spesso abbastanza semplicistici, se vogliamo), con ottime interpretazioni ed una sceneggiatura che fa perdere il fiato. Giulio Sacchi/Thomas Milian rappresenta la doppiezza per eccellenza: capace di fare il duro solo con la propria ragazza o con l’amico più fragile, per poi piagnucolare di fronte all’ottusa malvagità di un boss locale. Strepitosa la sua capacità di mimetizzarsi nella società che dice di odiare, in particolare quando si auto-costruisce un alibi – tra lacrime e disperazione ultra-realistiche – solo per non essere incriminato e farla franca. Si è malignato fin troppo su film del genere: vuotamente violenti, copiati dai cult americani, costruiti su stereotipi quando non vagamente fascistoidi. Il poliziotto che, alla fine, rinuncia alla propria integrità morale per un’esecuzione sommaria del criminale in mezzo ai sacchi della spazzatura ha tolto il sonno alla critica moralista ed angosciata filo-sessantottina, la quale ha letteralmente crocefisso il povero Lenzi, colpevole solo di mostrare lo spietato che aleggia in ogni uomo. Durante il film Giulio riesce a mostrarsi nella più perversa amoralità e cattiveria: ferisce a morte un vigile che voleva multarlo mentre faceva il “palo” ad una rapina, uccide un metronotte per 600 lire per poi sfottere apertamente la polizia che non ha prove per incriminarlo. Arriva poi a concepire il sequestro della giovanissima figlia di un “pezzo grosso” del milanese, assieme a due amici che passano il tempo con lui a fare nulla.  Sospettoso segretamente di tutto e tutti, possiede le caratteristiche dell’infido e bugiardo che nessuno vorrebbe mai incontrare. Arriva all’apice della sua (in fondo vuota) cattiveria quando non manca di gettare nel lago la propria fidanzata solo perchè teme di essere denunciato. E dire che le aveva anche rubato la macchina… Organizza quindi un sequestro semi-improvvisato, che incredibilmente riesce alla grande, anche se a pagarne il prezzo saranno praticamente tutti coloro che avranno la sfortuna di trovarsi da quelle parti. La celebre scena della roulette-lampadario con le donne borghesi ed il commendatore spogliati ed umiliati sessualmente (“i soldi non sono tutto“, ricorda Giulio in un raro momento di lucidità) entra di diritto nella storia del cinema di genere. Dopo tutta questa crudeltà, tuttavia, quella scena finale, quella giustizia sommaria che vediamo negli ultimi liberatori finali, ci libera dal peso della storia ma continua ad aleggiare nelle nostre coscienze: viene il dubbio che quel tipo di giustizia sia davvero l’unica via percorribile, e questa idea macabra serpeggia viscida lungo la nostra spina dorsale. E’ a quel punto che le crudeltà commesse da Giulio Sacchi passano in secondo piano, rendendo il personaggio quasi “simpatico” allo spettatore. Eppure quell’uomo è stato capace di sparare a freddo ai propri compagni (senza un vero motivo, alla fine), mettendosi insensatamente contro tutti nella propria egoistica amoralità. Giulio Sacchi – Milian è un malvivente sadico e vigliacco, la massima espressione di crudeltà, l’antieroe cinico per eccellenza, con il quale paradossalmente il pubblico trova connotati umani, o forse quasi umani, debolezze che chiunque altro avrebbe, anche se Almost Human (il titolo americano del film) continua ad avere una connotazione negativa e pessimistica. Si tratta forse di uno dei personaggi più complessi della storia del cinema di genere, dai tratti contraddittori e caratterizzazione molto spinta. E nessuno – forse – vorrebbe che il commissario Grassi (un grande Henry Silva) premesse quel grilletto contro l’ormai indifeso Sacchi: il senso del film, alla fine, va forse cercato giusto in questo.