Reazione a catena (M. Bava 1971)

Considerato il padre dello slasher-movie, è uno dei capolavori assoluti horror-thriller italiani, ricco di suspance, splatter, intrighi, buona recitazione e sano cinismo. Un capolavoro assoluto del grande Mario Bava, rimasto un cult anche oggi anche se – bisogna dire – (ri)scoperto in ritardo a causa di una pessima distribuzione.

Reazione a catena” esalta all’ennesima potenza gli stilemi che hanno ispirato apertamente il primo Dario Argento, tanto che i richiami nelle inquadrature e nelle ambientazioni viste in Profondo rosso sembrano essere molto ispirate alla sequenza iniziale del film.

La catena di delitti del titolo fa riferimento ad una serie che viene perpetuata per ragioni inizialmente poco chiare: prima un’anziana contessa strangolata il 13 febbraio, poi il marito di lei, successivamente una ragazza che fa il bagno nuda che fa riaffiorare casualmente il cadavere dell’uomo. Il tutto ruota attorno alla proprietà di una baia con un lago – proprietà della contessa di cui sopra – su cui vorrebbe mettere le proprie grinfie più di una persona, tra cui un architetto con buone conoscenza nella politica (nel film Ventura). Al tempo stesso la spietata figlia del conte, assieme al marito, progetta di possedere la proprietà a qualsiasi costo: così esce fuori un complicato intreccio che vede il figlio naturale della contessa come autore materiale dei delitti del conte e dei ragazzi capitati lì per caso. Il suo scopo è quello di proteggere quella proprietà che, come notiamo in un flashback, sua madre teneva moltissimo che rimanesse incontaminato ed estraneo da qualsiasi speculazione edilizia.

Dopo una catena di omicidi effettuati per paura di essere reciprocamente scoperti, ne esce un quadro umano senza speranza nè possibilità alcuna di redenzione.

…io almeno il polipo lo mangio. Ma uccidere così, per hobby…

La nota e spesso ripetuta somiglianza con la saga di Jason Voorhees, in fondo, si esplica nell’omicidio sanguinolento dei ragazzi nel cottage (la coppia viene trafitta alla schiena durante l’amplesso, una scena ripresa identicamente o quasi nel film americano) e nella difesa – in chiave ambientalista – della baia, un luogo incontaminato che è, peraltro, una sorta di prototipo di Camp Crystal Lake. Indubbiamente Reazione a catena è decisamente più intricato dell’episodio iniziale della nota saga americana, e la paternità al genere slasher credo che sia in questo caso più che lecita. Questo ovviamente lo dico da fan di Bava  ed Argento, senza per questo voler sminuire il lavoro eccellente fatto da Cunningham.

Inoltre Bava si orienta sul non politicallycorrect, denunciando grottescamente l’eccessiva non-chalance con cui si usano le armi, e più in generale la cinica barbarie a cui gli adulti abituano i bambini, che rischia di diventare un’arma a doppio taglio: così i figli, quando tutto sembra risolto, fanno fuoco contro i genitori, intrappolati in un gioco crudele ed inconsapevole per il quale non sono mai stati educati. In altre parole, un po’ come suggeriva uno dei titoli provvisori della pellicola, “Così imparano a fare i cattivi“, che si stampa nelle coscienze degli spettatori in modo indelebile. Con risultato ancora più amaro se si pensa alla coppai stessa che, durante il film, sottolineava che “i bambini hanno paura del buio“…