1954: Edward “Teddy” Daniels, un agente federale dal passato tormentato, indaga sulla scomparsa di una paziente da un manicomio criminale.

In breve. Thriller psicologico in pompa magna, molto ben realizzato ed interpretato (ed è forse uno dei film di Scorsese più oscuri di sempre). Alla prova dei fatti vagamente ermetico, e non sempre capito dal pubblico. Twist finale magistrale: unico nel suo genere.

Girato in quattro mesi nel 2008 è uscito due anni dopo; è indubbiamente uno dei film più noti e cupi di Scorsese, oltre ad essere l’ultimo ad essere stato girato dal regista su pellicola. Basato sul libro omonimo di Dennis Lehane (del 2003), non si basa su una storia veria (anche se tutto lo farebbe pensare), per quanto la suggestione dell’isola sia tratta da un ricordo di Lehane: la visita, da ragazzino, ad un carcere di Boston Harbor.

La scelta precisa di un “genere” per Shutter Island è difficoltosa: c’è il noir, c’è il thriller, ci sono in parte anche l’horror e le atmosfere claustrofobiche alla The Experiment. Fino alla fine lo spettatore è assalito dai dubbi: chi è davvero Teddy Daniels? Anche il più razionale tenderà a dare ragione e sostenere il suo personaggio fino alla fine, sostenendo la sua (tutto sommato credibile) teoria del complotto: egli sospetta che gli infermieri ed il personale del manicomio abbiano favorito l’evasione di Rachel Solando, una paziente evasa in circostanze misteriose e, da allora, svanita nel nulla. Eppure l’isola è un ambiente ristretto, in cui è difficoltoso muoversi, e non sembra esserci modo di fuggire: come stanno davvero le cose?

Shutter Island sembra quasi artefatto nella sua atmosfera, e le allucinazioni del protagonista (ad un occhio allenato, per la verità) faranno più volte sospettare quella che è, alla fine, l’unica inesorabile verità. Probabilmente, visto oggi, è anche facile da smantellare nella sua costruzione da giallo puro, ma questo ovviamente non cambia la sua valutazione complessiva, che rimane senza dubbio positiva. Del resto la figura di Edward oscura qualsiasi dubbio o domanda, tanto è compatta, coinvolgente e nitida: un poliziotto tutto d’un pezzo, in cui è scontato immedesimarsi, apparentemente irreprensibile e stereotipico del federale cinematografico USA – con tanto di vizio dell’alcool. Questo film, del resto, è anche un raro caso in cui non solo il twist finale stravolge l’intero senso della storia, ma anche gli errori di continuità (che in realtà sembrano essere tratti dai sogni allucinati di Edward) sono voluti, funzionali e frequenti, oltre ad essere prettamente legati alla spiegazione finale. Non ha senso, pertanto, sindacare sugli stessi e “scandalizzarsi” che Scorsese abbia potuto girarli, dato che sono funzionali ad una narrazione tra realtà e fantasia – che non tutti, evidentemente, hanno inquadrato nel modo corretto.

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Nello scorrere di Shutter Island, del resto, si gioca spesso sul filo dell’inintellegibile, del non percepito a prima vista. Vedi ad esempio la questione degli anagrammi dei nomi (e dello stesso titolo: l’anagramma di Shutter Island potrebbe essere “verità e bugie” -“truths and lies” – così come verità-negazioni – “truths/denials“). Più in generale le apparenze non sono quello che sembrano, ed il limite tra follia e realtà è sempre sottile, sfumato, sulla falsariga di thriller ambigui come Seven o Identità. Nella narrazione sono comunque presenti riferimenti a casi storici realmente accaduti (i fatti di sangue nel campo di concentramento di Dachau nel 1945, liberato dall’esercito americano), ed il feeling generale è tanto realistico da lasciare spiazzati, alla fine della visione, e quasi malinconicamente delusi dalla stessa.

La frase più significativa del film, del resto, nella sua lucida follia (“Cosa sarebbe peggio: vivere da mostro o morire da uomo per bene?”) è legata ad un doppio significato: vivere da mostro, infatti, significherebbe accettare il proprio senso di colpa. Morire da uomo buono, al contrario, comporterebbe l’asportazione di parte del cervello mediante lobotomia, proprio perchè la cura non ha mai funzionato. Due scelte soffocanti e dai tratti esistenzialisti, che evidenziano i limiti della psicologia e definiscono il paradosso definitivo della pellicola, oltre a sancirne ufficialmente la bellezza.

When a man lies he murders
some part of the world
These are the pale deaths
which men miscall their lives
All this I cannot bear to witness any longer
cannot the Kingdom of Salvation
take me home (Metallica)

Il dilemma del protagonista, del resto, è riassunto da quella criptica frase, la quale – a parte evocare il testo di To live is to die dei Metallica, non so quanto volontariamente – definisce il senso di quanto abbiamo visto: un film nel film, un roleplay ultra-realistico – difficile da vedere con scetticismo, sia per il protagonista che per buona parte degli spettatori. A livello di spiegazione del finale, inoltre, non abbiamo risposte nette, ma il modo in cui l’uomo si consegna agli infermieri farebbe pensare che abbia scelto di farsi lobotomizzare come unico possibile antidoto al loop di dolore che prova.

Shutter Island è in definitiva un grande thriller, forse uno dei migliori mai girati in quegli anni – come pochi ne sono stati girati, e che vanta tantissimi, più o meno fiacchi, tentativi di imitazione.

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07/09/2019