Jeff e Hayley si conoscono in chat, e decidono di incontrarsi per la prima volta: tra di loro ci sono 19 anni di differenza d’età.

In breve. Thriller minimalista a tinte forti, girato in un asettico appartamento degli orrori. Da vedere, al netto di qualche lungaggine, di qualche nota pretenziosa e a patto che la violenza insistita (mai esplicita, ma intuibile) non vi risulti insostenibile.

Si tratta di un thriller dalle tinte decisamente cupe, girato in soli 18 giorni, quasi del tutto all’interno di un appartamento e con due soli personaggi: il tutto a sottolineare un feeling ossessivo ed inquietante per il primo lungometraggio di David Slade, noto anche per aver girato l’episodio interattivo Bandersnatch della serie Black Mirror. Questo è un thriller indie, con poco budget e tanta qualità – quindi, sostanzialmente, da non perdere seppur con qualche riserva. L’ispirazione nasce dalla cronaca giapponese, secondo cui alcune ragazzine adescavano adulti via internet per derubarli o aggredirli, spesso mediante vere e proprie baby gang.

È piuttosto difficile parlare di questo film in termini generali, perchè rifugge i meccanismi classici della narrazione, del rape’n revenge, dell’eroismo e del senso di liberazione – lo stesso che alla fine pervade addirittura pellicole nichiliste come The Human Centipede. Sono le specificità a farla da padrone, a cominciare dal tipo di riprese dettagliate, dalla fotografia magistrale ricca di primi piani, all’insistere su una recitazione fortemente drammatizzata (la sceneggiatura è scritta da Brian Nelson, americano che ha scritto molto teatro), dall’uso minimalista dei suoni e della colonna sonora, fino alla definizione di due personaggi per cui i ruoli – senza troppe sorprese, alla fine – si invertono.

L’horror ci ha abituati suo malgrado, anche se non sempre, alle figure femminili vittime di “orchi” – alla meglio, diventavano scream queen coraggiose, violente quanto liberatorie. In Hard Candy, invece, Slade sembra prendere la storia come pretesto per mettere in risalto il problema della pedofilia, non in ottica puramente giustizialista (almeno, non del tutto) mostrando un’anti-eroina con cui, almeno nella mia idea, il pubblico farà fatica ad identificarsi. Soprattutto se ci chiederemo a chi Hayley abbia scritto la mail raccontando dell’aggressione: alla baby gang di cui fa parte? Alla polizia che l’ha addestrata a dovere?

Insomma un’ottica diversa dalla media, difficile da paragonare a qualsiasi altra cosa sia stata girata prima, e di questo ne va dato atto. Slade sembra strizzare l’occhio ai revenge movie di Prosperi o Craven, riprendendo quegli stessi eccessi – con la differenza fondamentale che, stavolta, il sadismo è di marca femminile) e mostrando un adulto, con un certo bagaglio di esperienza (mite quanto insospettabile) contrapporsi ad una ragazzina dall’aria nerd, ma dalla natura infida e imprevedibile. Viene anche il dubbio, delle volte, di come una quattordicenne possa essere tanto attrezzata per seviziare la propria vittima, anche se qualcosa si intravede all’inizio fuoriuscire dalla borsetta (forse la pistola taser).

Non c’è dubbio che Slade, poi, riprenda quanto era stato fatto in Funny Games, che – con le sue ville isolate ed i suoi adolescenti psicopatici pronti ad uccidere dietro l’aura del candore – presenta vari punti di contatto con Hard candy (termine, per inciso, è un modo slangato per indicare le minorenni che vengono adescate in chat). Il tutto con un aspetto importante da sottolineare: proprio come nel film di Heneke non possiamo accertare il motivo della vendetta, o meglio lo conosciamo ma non abbiamo prove certe. Ad ogni modo la revenge è cieca, e per questo terrorizza. Il fatto che siano una ragazzina a torturare un adulto senza dubbio disorienta, ma viene anche più volte il dubbio su chi sia la vittima e chi il carnefice.

Se si volesse cercare un ulteriore difetto, poi, c’è da sottolineare che certi momenti sono troppo prolungati, e rischiano di risultare pleonastici: la fin troppo citata scena della castrazione, del resto, sembra raccontare di una parte di pubblico che implora per la conclusione della stessa – addirittura prima che il protagonista maschile si decida a farlo.

“Just because a girl knows how to imitate a woman, does not mean she’s ready to do what a woman does”

il meccanismo narrativo è affascinante quanto subdolo, pero’: non sappiamo se la vittima meriti quel trattamento, anche se lo merita non riusciamo a focalizzare il senso di quello che vediamo. Del resto vedere Jeff nelle mani di una teenager vendicativa (e poco realisticamente quasi invulnerabile) scatena un meccanismo di tensione  raramente visto su schermo: basterà a fare un buon thriller?

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Non c’è dubbio, peraltro, che molto della tensione psicologica vada a svilupparsi quando la protagonista rigira come un guanto la casa del fotografo, alla ricerca di prove della pedofilia di cui lo accusa. Prove che potrebbero esistere o meno: la violazione della privacy di chiunque potrebbe portare a risultati inquietanti, sembra suggerire il regista. Aspetto non banale che in pochi hanno notato, a mio avviso.

Hayley appare come un demone implacabile, scatenatore di una hybris (nel senso letterale di “pagare le conseguenze del passato”), una vendetta feroce che, proprio come nella tradizione dell’antica tragedia greca, colpirà senza pietà, a prescindere. La cosa che potrebbe far sollevare qualche sopracciglio, del resto, è il sospetto che la vendicatrice anti-pedofila potrebbe essere una mitomane, il che potrebbe inficiare (e rendere pericolosamente miope) l’intero discorso. Non sembra essere così, e comunque poco importa: Hard Candy, per manifesto, si erge al di sopra di qualsiasi morale – infatti il finale è tutt’altro che liberatorio, e questo, per inciso, non è detto che non sia solo pretenzioso.

Hayley, in fondo, ammette di essere un “simbolo” di tutte le vittime della pedofilia, una rivelazione ridondante in un film così: puoi metterci un’allegoria, ci sta tutta, ma perchè farla addirittura pronunciare ad un personaggio? A tale riguardo condivido e prendo in prestito la frase usata da Tim Brayton – in una recensione sarcastica e molto più critica della mia – dal suo sito AlternateEnding: “se un personaggio dovesse formalizzare in assoluto l’idea di rappresentare un gruppo o un classe, semplicemente non potrebbe farlo“. Gli assoluti non esistono, insomma, ed è forse parzialmente fastidioso sentirseli imporre da un film.

Slade sembra a suo agio ad impostare in questi termini la sua storia, che – al netto di almeno sei colpi di scena clamorosi – forma un buon film ma vive di un imprevedibilità diluita e spesso fine a se stessa. Soprattutto in alcuni interminabili momenti degni di un torture porn, di cui francamente non si avvertiva la necessità e che espongono – per loro natura – il film ad interpretazioni blande, istericamente entusiaste o semplicistiche. Ovviamente sarà importante vedere il film fino alla fine prima di esprimere qualsiasi giudizio, anche perché ribaltamenti di fronte saranno numerosi e, un po’ come nella tradizione hitchcockiana, basta un piccolo dettaglio per ribaltare tutto. Ma resta l’idea che il bersaglio sia stato, almeno in parte, poco focalizzato.

Dopo innumerevoli twist nella trama si arriva, dopo quasi due ore di film, ad un finale simbolico e angosciante – anche se pare ne esista uno più aperto ed ambiguo, ci racconta il regista nel commento audio. Hard candy, un po’ come un film analogo (e altrettanto crudo) uscito l’anno prima – Mysterious Skin – è tutto questo. Blindato nella sua narrazione soffocante e minimale, caratterizzato da dialoghi molto curati e da interpretazioni di livello, minato in parte da un’idea che non si capisce bene dove volesse arrivare. Ma in fondo, forse, va bene così.

Hard Candy non è mai uscito in Italia (e dato il tema trattato, non c’è da meravigliarsene), per cui non esistono versioni doppiate ma solo sottotitolate.

Titolo
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Hard Candy (D. Slade, 2005)
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05/06/2019