La settima donna (F. Prosperi, 1978)

Tre rapinatori in fuga si rifugiano in una villa isolata che ospita sette donne…

In breve. Classico exploitation disturbante e violento, tipico del periodo, ed apertamente sulla scia de L’ultima casa a sinistra. Girato con stile originale nonostante la rigidità del canone, e ricco di trovate sopra le righe. Nella sua semplicità, e soprattutto per i minuti finali, si apprezza ancora oggi.

Girato dal Franco Prosperi probabilmente più noto, assieme a Jacopetti e Cavara, per Mondo cane, La settima donna – titolo semplice e diretto, quanto suggestivo – si colloca nel filone cinematografico controverso della rape & revenge. Questa volta, pero’, rispetto ai consueti epigoni (Non violentate Jennifer, L’ultimo treno della notte), il sangue non è eccessivo, la violenza mai troppo insistita (ma ovviamente è presente), la storia ricca di particolari innovativi: su tutti, una delle vittime è una suora (la Bolkan, come sempre magistrale nella propria interpretazione). Sembra un dettaglio di poco conto, in apparenza, ma non lo è: da un lato si aggiunge un elemento di tranquillità che dovrebbe (sperabilmente) equilibrare la “micro-società” che si è venuta a creare. Dall’altro, pero’, finisce per esasperare il clima di claustrofobia ed oppressione dei carnefici sulle vittime, finendo per esaltare i presupposti stessi del rape e preparare una revenge ancora più feroce.

Partendo da un plot essenziale ed efficace, tanto da sembrare, allo spettatore più avvezzo al genere, quasi “telefonato”, riesce a creare in pochissimi fotogrammi un’atmosfera claustrofobica, quella che oggi avremmo chiamato home invasion (chi ricorda You’re the next?), ovvero irruzione di crudeli criminali nella vita ordinaria di persone ordinarie. E anche se ciò non fosse una vera scusa per inviare al pubblico messaggi sociali e/o politici – che comunque sono presenti (il rapinatore che seduce una delle ragazze mentendo apertamente, l’intervista radio alla militante femminista), La settima donna suggerisce un rinnovato campionario di cinismo, chiarendo quanto sia tragicamente difficile scendere a compromessi coi “cattivi”. Le vittime designate – nelle intenzioni, credo, più giovani dell’età che mostrano, a rendere l’atmosfera più disturbante – sono variamente distribuite come caratteri e fisionomia, e questo si distacca dalla moda, molto diffusa soprattutto nei film recenti, di affidare questi ruoli a top model urlanti (e col minor numero possibile di parole da pronunciare). Anzi: i personaggi femminili sono tutti significativi, mentre quelli maschili finiscono per ricordarsi quali “semplicemente” negativi.

La sensazione è quella tipica della cinematografia di genere, in bilico costante tra omaggio al passato (il classico di Craven L’ultima casa a sinistra) e reinvenzione: Prosperi riesce nel compito, sia al fine di innovare un genere rigido (difficile o impossibile da modellare liberamente) che a quello di costruire una storia semplice ed originale. Non era facile farlo, anche perchè girare un film del genere – quasi sempre accusato, quando a torto quando a ragione, di misoginìa e violenza gratuita – in un periodo come la fine degli anni 70, non era banale di per sè. Non sarebbe quindi corretto nè equilibrato, a questo punto, urlare al capolavoro, ma sicuramente si rientra tra i top del genere degni di essere ricordati.

Alla essenziale struttura del plot, si aggiungono alcuni sprazzi tipici del poliziesco (la rapina in banca inquadrata solo sui piedi degli attori): se è vero che si tratta solo di pochi minuti, sono istanti che – nell’economia del film – fanno la differenza. Perfetta la costruzione dei personaggi, tipi umani realistici, crudeli e misogini da un lato e semplicemente umani dall’altro, a costruire una contrapposizione tanto brutale da sembrare inconcepibile.

Il personaggio della suora diventerà, nelle sue variegate sfumature, un modello (in parte inconsapevole) per la generazione dei Tarantino-Rodriguez a venire: tanto che il finale de “La settima donna” sarà apertamente ripreso in Grindhouse – A prova di morte.

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