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“Black Christmas” spoglia il Natale della sua sacrale ipocrisia




Black Christmas è un film horror canadese del 1974, conosciuto negli Stati Uniti come Silent Night, Evil Night e in Italia distribuito con il titolo Natale rosso sangue. Il tema centrale del film, come si sarà certamente capito, è proprio la festività del Natale, sul cui sfondo si dispiega la trama di questo horror che, ben prima dell’avvento vero e proprio dello slasher, ne utilizza sapientemente gli archetipi e anticipa alcune scelte stilistiche.

Ambientare un horror durante il periodo natalizio è senza dubbio una scelta ambiziosa: insieme alla Pasqua, è la festa sacra per eccellenza, in cui la religione cristiana trova pieno trionfo celebrando la nascita di Gesù. Un simbolo del Bene, dunque, che il regista Bob Clark decide di contaminare irrimediabilmente con il Male, mostrando che neanche la notte santa impedisce a un serial killer di agire indisturbato a suo piacimento.

Black Christmas è ambientato in una confraternita femminile, la Pi Kappa Sigma, dove le ragazze che vi alloggiano stanno trascorrendo una serata di festa prima di tornare dalle proprie famiglie per trascorrere le vacanze natalizie. La loro spensieratezza si alterna alla macchina da presa che ci immerge tramite la soggettiva nel punto di vista del killer: un killer atipico, che non vedremo mai, che si intrufola nella soffitta della confraternita pronto a compiere il proprio piano omicida. L’immediatezza con cui il regista ci fa assumere il punto di vista del killer ci fa porre in una posizione di potere privilegiata: ci troviamo a sapere di più di ciò che sta per accadere rispetto alle ragazze della confraternita, che osserviamo quindi non solo in quanto spettatori ma anche come predatori. Le studentesse vivono quindi una totale condizione di impotenza, la quale analizzata più in profondità mostra il vero intento di Black Christmas: parlare della condizione femminile in un mondo governato da dinamiche e logiche patriarcali che soffocano la piena espressione dell’essere donna. Non stupisce quindi vedere che la maggior parte delle ragazze della confraternita provi sentimenti di rabbia e frustrazione verso gli uomini e verso l’autorità famigliare e della legge (rappresentate appunto da maschi), e in ultimo verso il killer che da tempo le molesta telefonicamente, dicendo sconcezze e minacciandole di stupro e di morte. L’uomo esercita quindi un controllo, costringendo le protagoniste ad avere paura, a temere un pericolo che non possono vedere e di cui quindi non possono prevedere le azioni, non potendo perciò difendersi. Il contenuto delle chiamate inoltre è volto a castigare moralmente delle giovani donne che sono sessualmente attive e libere (il fatto stesso di vivere in una confraternita è indice di libertà e indipendenza).

È quindi proprio una chiamata del killer a dare l’avvio alle dinamiche filmiche: al termine dell’ennesima telefonata, il personaggio di Claire è turbato e si chiude in camera, decisa a terminare di fare i bagagli per tornare a casa l’indomani. Nella sua stanza però si nasconde proprio il killer, che fa di lei la prima vittima della propria furia omicida. La minaccia di un uomo sconosciuto che improvvisamente e in base a chissà quale pulsione aggredisce e uccide una donna non appartiene più esclusivamente al mondo esterno: le donne, di fatto, non sono al sicuro neanche in casa propria. Questo elemento è ulteriormente avvalorato dal comportamento della polizia, che prende sottogamba la scomparsa di Claire non appena le amiche vanno a denunciarla; il poliziotto in turno inoltre ipotizza che la reale scomparsa della ragazza sia da ricercare in una fuga volontaria con un amante, diffondendo perciò dicerie sul conto della ragazza e sulla relativa sparizione. Nessuno sembra voler proteggere le donne della Pi Kappa Sigma, le cui richieste d’aiuto restano inascoltate: una metafora, questa, per mostrare come la società tenda a chiudere gli occhi nei confronti della violenza che puntualmente si verifica in condizioni in cui le donne sono vulnerabili. Le continue soggettive del killer ci permettono di capire ancora meglio il senso di soffocamento e di impotenza nei confronti delle cose in una società misogina: pur sapendo già ciò che succederà, non possiamo cambiarlo né impedire che accada. Il killer non è altro che l’acme del patriarcato, rispecchiandovi tutti gli uomini che circondano quelle ragazze che vogliono imbrigliare in ruoli antiquati e legati alla dimensione domestica, alla figura di mogli e madri devote e sottomesse, negando loro qualsiasi libertà e diritto (come quello all’aborto). Contravvenendo alla teoria di Linda Williams espressa in Film Bodies, secondo cui le donne vittime dei killer degli horror presentano analogie con le attrici dei film porno, Bob Clark non rappresenta le sue personagge come parti di un corpo sessualizzato: il loro martirio ha un significato più profondo, da ricercare nei veri orrori che le donne vivono quotidianamente dovendo relazionarsi con una cultura che impedisce loro di esprimere la propria autonomia e individualità senza aggressività e violenza.

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Il finale gesto estremo di Jess, la final girl di Black Christmas, ha un significato amaro: la possibilità temporanea di porre fine a una singola minaccia, ma non a tutte, poiché il problema che le donne devono combattere è sistemico, da ricercare in millenni di storia e dinamiche socioculturali volte soltanto a proteggere e tutelare gli uomini e il loro dominio sul femminile. Black Christmas non è solo un film horror perché risponde in maniera puntuale alle richieste tipiche del genere, prima tra tutte quella di spaventare lo spettatore, ma proprio perché il suo significato può essere applicato alle dinamiche che si verificano quotidianamente anche al di fuori dal cinema. Tramite il pretesto della finzione, il film spinge a concentrarsi su quanto ciò che accade all’interno dello stesso sia effettivamente riscontrabile anche al di fuori, mostrandoci quindi che la paura non dura il tempo della visione, ma ci accompagna anche dopo la conclusione dei titoli di coda.

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