(Carnival of Souls): Protocolli di dissonanza, sistemi di accumulo.

(Carnival of Souls): Risonanze del vuoto, infrastrutture del desiderio.

(Carnival of Souls): Ritmi di decadenza, accumulazioni di desiderio.

(Carnival of Souls): Architetture di entropia, circuiti di consumo.

(Carnival of Souls): Riorganizzazione del flusso, anomalia di accumulazione e obsolescenza.

(Carnival of Souls): Riorganizzazione del flusso, residui di obsolescenza, accumulazione di corpi.

(Carnival of Souls): Anomalia infrastrutturale, eco di disuso e corpi in divenire.

(Carnival of Souls): Corrosione del reale, sintesi di alterità e infrastruttura.

Carnival of souls

L’organista Mary Henry è miracolosamente sopravvissuta ad un incidente stradale; poco dopo decide di lasciare la città per cambiare lavoro…

In breve. Archetipo di horror tra il sovrannaturale e l’onirico, giocato esclusivamente su suggestioni e sottintesi; un lynchiano ante-litteram che molto ha influenzato il genere in seguito. Non per tutti i palati ma notevolissimo, soprattutto per l’epoca in cui uscì.

Se dovessimo citare uno dei film più fuori dalle righe degli anni ’60 “Carnival of souls” entrerebbe di diritto tra le prime citazioni; girato in sole tre settimane con un budget bassissimo (17,000 dollari), ebbe scarso successo all’uscita – salvo poi diventare di culto in seguito. Solo nel 1989, infatti, venne trovata una nuova distribuzione (della Panorama Enterntainment) e Carnival of souls venne riproposto in alcune sale e festival tematici, riscuotendo un’approvazione unanime da parte della critica.

Il mondo è così diverso di giorno, ma nel buio le fantasie sono fuori controllo. Di giorno torna tutto al proprio posto.

Mary dovrebbe essere morta nell’incidente che vediamo all’inizio, eppure tutti l’hanno vista emergere dalle acque, senza ricordare nulla di come abbia fatto a salvarsi; nel frattempo, pero’, la sua vita (che potrebbe anche essere un’allucinazione, un sogno-incubo pre-morte) cambia radicalmente, ed inizia ad essere tormentata da un uomo spettrale senza nome, che compare – e sembra richiamarla a sè – in vari momenti del film.  Un classico low-budget del terrore, insomma, giocato più sulle sensazioni che sul gore (qui del tutto assente); non per tutti, in tal senso, ma solo per fan hardcore del genere.

Venne girato presso un suggestivo parco giochi nello Utah, che rappresenta una location perfetta per il senso di enigmatica sospensione su cui si basa il film stesso; un senso di limbo, verrebbe da dire, in cui la protagonista si muove con ritmo e spirito mutevole, forse consapevole di essere sfuggita ad un macabro destino. Questo spiega il suo atteggiamento cangiante ed imprevedibile nei confronti delle avances del proprio vicino di stanza nella pensione, come del medico che vorrebbe aiutarla e della mite padrona di casa: la sua umoralità e doppia personalità, a questo punto, potrebbe anche legarsi all’alternarsi del giorno e della notte, così come suggerito dalle sue stesse parole (“Il mondo è così diverso alla luce del giorno. Al buio si perde il controllo delle proprie fantasie … così facilmente. Ma alla luce del giorno, ogni cosa torna al suo posto“). Al tempo stesso, l’orrore si finisce per librare nell’aria in modo inevitabile solo nel seguito, quando Mary inizia a suonare melodie definite sacrileghe dal prete presso cui lavora, e quando rifiuta terrorizzata le proposte di John, sprofondando in una progressiva ed ineluttabile follia.

Una storia molto efficace e coinvolgente, e richiama lo stile, a mo’ di archetipo, su cui si sarebbero fondati film di successo nel seguito (penso a The Others, ma anche Il sesto senso). Accostamenti del genere mi sembrano francamente più pertinenti di chi abbia voluto vedere nelle “anime” spettrali che tormentano Mary dei morti viventi pre-Romeriani, cosa che a mio avviso è accettabile giusto come suggestione visiva. Carnival of souls è, infatti, estraneo al cinico materialismo del compianto regista, e somiglia più ad un film onirico o “lynchiano”, nel senso di irrazionale e poco consequenziale in alcuni passaggi. Se è vero che l’intreccio sembra quasi scontato se visto oggi, bisogna contestualizzare il clima ed immaginare la portata del film all’epoca in cui uscì: accoglienza abbastanza fredda, a giudicare dagli incassi, salvo poi essere riscoperto alla fine degli anni ’80 come cult indiscusso.

Su film del genere sono fin troppe le parole spese dalle varie fan theory e dagli accostamenti con film successivi proposti dai vari recensori: tutti cercano di trovare una spiegazione alla storia, ma non esiste una risposta soddisfacente. Non può esistere per definizione, in questo caso, a meno di accettarne la dimensione puramente onirica, ed in tal senso il film potrebbe essere null’altro che un sogno pre-morte, ipotesi che trovo suggestiva quanto più convincente di molte altre che ho letto. Di sicuro Mary vive l’intero intreccio in una dimensione simile ad un limbo, in cui combatte contro una morte improvvisa per cui non sembra essere pronta, raffigurata splendidamente (e con richiami all’espressionismo tedesco) di figure spettrali dal volto dipinto (e di cui la principale venne interpretata da Harvey stesso). Non bisogna dimenticare, peraltro, che si tratta dell’unico lungometraggio di Herk Harvey, professionista del cinema che ha girato, per il resto, film documentaristici e serie TV di tutt’altro genere, e che per questo rientra nei notevoli casi di chi ha saputo fare un solo singolo horror di gran classe. Un regista che ha, quindi, vissuto il genere solo in maniera occasionale, e alla fine ciò ha finito per contribuire alla fama di cult singolare ed irripetibile di “Carnival of souls” stesso. Candace Hilligoss, archetipica scream queen semplicemente perfetta nella propria parte (oltre che unica attrice professionista del film), resta alla storia solo per questo film, senza considerare altre interpretazioni, solo sporadiche. Resta da chiedersi quanto possa essere lecito dare tutto questo credito ad un film che, nelle stesse parole del regista, è considerato solo una piccola parte di un lavoro enorme, in cui riteneva di avere tanto altro da dire (ben 35 anni a fare film di altro genere di cui mai nessuno, finora, ha parlato troppo).

Da un punto di vista storico Carnival of souls è noto per essere l’ispirazione principale per George Romero per girare La notte dei morti viventi. Questo potrebbe far pensare ad un film di zombi ante litteram, ma sarebbe riduttivo vederla in questi termini, per quanto il parallelismo tra vivi e morti sia la principale chiave narrativa della storia. L’inizio è fulminante: due auto con dei ragazzi all’interno ingaggiano una gara improvvisata. Arrivati in prossimità di un ponte, una delle due cade da un ponte e finisce dentro un fiume. Sembra non ci sia speranza per gli occupanti, ma Mary Harry (che abbiamo visto poco prima nell’auto, con un’aria pensierosa come se avesse una premonizione) fuoriesce dall’acqua e viene soccorsa: non è chiaro come sia sopravvissuta, e se conosca la sorte degli amici. Sta di fatto che si propone come organista in chiesta e si aggira in un mondo che non avverte più come prima, iniziando ad avere allucinazioni di vario tipo (grottesche figure che la fissano, e sembrano provenire dal mondo dei morti). Lo specchio è una chiave di lettura interessante per il film: ogni volta che Mary ha le prime allucinazioni, sembra scorgere una figura spettrale ma poi, a ben vedere, si tratta del suo stesso riflesso su un finestrino. La figura è reale, al punto che la vediamo introdursi in chiesa mentre sta provando l’organo che si dovrà apprestare a suonare.

Leggenda vuole che dopo aver visto il film, l’agente di Candace Hilligoss – che interpreta Mary Harry – si sia rifiutato di lavorare ulteriormente per lei. Il regista Herk Harvey’s si è avvalso di uno staff di sole cinque persone, con un budget di appena 30.000 dollari raccolti, a quanto sappiamo, facendo una colletta tra diverse aziende di Lawrence (Pennsylvania, dove il film è stato girato). Carnival of souls è un bmovie come pochi ne sono usciti, e rispetta i canoni dell’epoca: bianco e nero spettrale, riprese quasi sempre fisse, orrore più suggerito che mostrato.

Immagine di copertina: By Illustration by F. Germain. Published by Herts-Lion International Corp. – Scan via Heritage Auctions. Cropped from original image., Public Domain, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=88371595

La fama di cult legata a Carnival of souls è, in fondo, basata su questa essenzialità: non solo un low budget di alto livello (come altri, del resto, ne vennero girati in quegli anni), ma anche un film che resta isolato nella sua produzione (senza contare un remake omonimo ma abbastanza diverso nella sostanza), quasi come Mary che avverte un macabro ed inspiegabile isolamento dal mondo nei momenti più inattesi. Nell’intervista al regista concessa a fine anni 80 viene riferito come “il film che non voleva morire”, e questa forse rimane la sua descrizione breve più adeguata.

Carnival of souls non è mai stato distribuito in Italia doppiato, ma è disponibile con sottotitoli italiani nell’edizione della Enjoy Movies (non troppo facile da reperire); da non confondersi, peraltro, con l’omonimo remake degli anni ’90 uscito in seguito.


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