Macabro (L. Bava, 1980)

Jane (Bernice Steigers) tradisce il marito all’interno di una villa isolata; durante la sua assenza uno dei due figli muore in circostanze violente, mentre l’amante rimane ucciso in un incidente stradale proprio per la fretta di rientrare a casa. Dopo un anno in clinica, la protagonista ritorna nel luogo dove avvenivano gli incontri sessuali…In breve. L’ispirazione dovrebbe risalire ad un pazzesco fatto di cronaca; in realtà i richiami sono molto variegati, si parte dalla tradizione giallistica all’italiana risalente ad almeno dieci anni prima (intrighi tra benestanti, misteri, scheletri nell’armadio) e si contamina l’atmosfera con il gotico “puro” tipico del padre del regista. Il risultato è un film a mio avviso per pochi, con qualche buco narrativo, una trama “da giallo settantiano”, un gore che tarda ad arrivare (e quando lo fa, colpisce duro) ed una verità (forse piuttosto prevedibile) che si svelerà solo alla fine.
Macabro è, di fatto, il primo Bava: quello con le migliori influenze del padre e quel tocco di personalità che hanno concorso a rendere cult la pellicola nei decenni successivi; il film ha una sua importanza storica, tra l’altro, perchè segna un passaggio chiaro dai settanta agli ottanta. Settantiane sono le musiche, la costruzione dei personaggi e la definizione della tensione di fondo: tipicamente eighties, invece, le atmosfere e l’indugiare rapido e conciso su dettagli – neanche a dirlo – profondamente macabri. Lo spettatore maliziato potrà intuire quasi da subito di cosa si tratta (e questo depone un po’ a svantaggio di una visione oggi); in ogni caso la sequenza del doppio incidente iniziale sembra una versione apocrifa della sfiga mortale di Final Destination (ma la decapitazione non potrà che richiamare l’omologa sequenza di Quattro mosche di velluto grigio girata anni prima). Paragoni a parte, Macabro fa respirare dall’inizio aria malsana, ed indaga sugli incubi umani in modo ambiguo e inquietante, rappresentando efficacemente la finta normalità di un’umanità corrotta fino all’osso; davvero troppo difficile dire di più sull’argomento senza fare spoiler, a questo punto. Un film che vi lascerà profondamente scossi (si spera), nonostante sia un sostanziale “studio d’atmosfera” che – pensavo mentre lo guardavo – si sarebbe adattato più ad un cortometraggio, liberandosi così dei fronzoli che finiscono (secondo alcuni) per appesantirlo. Per cultori del genere, a mio parere, e per il pubblico più orientato sull’ open-mind; si tenga conto che – nel bene o nel male – un pezzo di storia dell’orrore italiano, per quanto ridimensionabile, è stato girato da Lamberto Bava anche in questa sede.

Qualche nota a margine sulla trama: il film è lento, decisamente più rallentato rispetto alla media del periodo, e questo lo riconduce a mio avviso ad un film decisamente d’ambiente. La cosa potrebbe inorridire (!) alcuni amanti dell’orrore, specie quelli che non apprezzano il gotico e la sua tipica atmosfera oscura da cui “Macabro” ha tratto gran parte dell’ispirazione. Nel finale, poi – al di là della terrificante scoperta, che come detto prima per molti finirà per essere “acqua calda” – c’è una sostanziale forzatura sovrannaturale, impianta a scopo puramente scenografico che, a mio avviso, fa perdere gran parte dell’efficacia al film. Mi riferisco all’ultimo fotogramma, che ho trovato piuttosto pretestuoso e abbastanza scollegato con il resto della storia. Un tema come la necrofilia, di fatto, non dovrebbe mai cedere il passo ad aperture di questo genere: i più grandi successi non lo hanno mai fatto, perchè un gore poco realista (o poco credibile, se preferite) spaventa molto meno di quanto non faccia, ad esempio, anche il più gratuito degli splatter amatoriali. Se non si trattasse di un film diretto con grande maestria (cosa, questa, assolutamente fuor di dubbio) staremmo qui a parlare dell’ennesimo sconfinamento dell’orrore italiano nel ridicolo involontario. Non me ne voglia nessuno dei fan di questa pellicola, ma trovo che questi difetti rendano sostanzialmente appena sufficente l’intero lavoro, che per quanto ben diretto e discretamente interpetato soffre di un sostanziale problema di script.

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