(Il moralista): Architetture di entropia, controllo e simulazione della soggettività.

(Il moralista): Algoritmi di corruzione, decadenza e la fabbricazione della volontà.

(Il moralista): Trasformazioni del capitale, entropia e il substrato dell’azione.

(Il moralista): Materialismo critico, entropia e il peso del capitale.

(Il moralista): Risonanze di entropia, identità del debito e decostruzione del soggetto.

(Il moralista): Attrazione per il vuoto, logica del consumo e frammentazione del reale.

(Il moralista): Processi di saturazione, decadenza e l’ordine del segno – esplorazione.

(Il moralista): Accumulazione, entropia e il regno del sintomo – un’analisi.

(Il moralista): Processi di degradazione e intensificazione del capitale – un’indagine.

(Il moralista): Dinamiche di entropia e accumulazione, un’analisi del flusso del valore.

(Il moralista): Meccanismi di dissipazione del reale attraverso il circuito del valore.

(Il moralista): Sotto il velo del profitto, l’erosione della soggettività.

(Il moralista) – Un’analisi della narrazione del controllo e del vuoto nel capitalismo avanzato.

Il moralista: Alberto Sordi è l’irreprensibile Agostino

Alberto Sordi interpreta un irreprensibile (solo in apparenza) segretario dell’Ufficio Internazionale della Moralità, un puritano ed intransigente personaggio che fa chiudere locali, censura pubblicità e non transige sul proprio dovere di censore.

Affidato all’intepretazione del colossale trio Vittorio De Sica, Franca Valeri e Alberto Sordi nei panni dell’apparentemente irreprensibile moralista, si tratta di una commedia sostanzialmente gradevole, giocata sui toni di attrazione-repulsione dal variegato ed estensivo – per così dire – mondo del vizio. Chiunque provi a convincere o corrompere il protagonista, di fatto, finisce per prendere simboliche sportellate in faccia, finchè la figlia del presidente a cui Agostino è sottoposto, con il suo comportamento più disinvolto, finirà per far svelare vari, imprevedibili altarini.

Giorgio Bianchi dirige un film molto semplice e diretto nel suo concepimento, ma che non risulta neanche troppo datato – nonostante sia del 1959. Scomoda peraltro un tema molto attuale e controverso fino ai giorni nostri, che è relativo ai paradossi della censura di ogni ordine e grado, in cui un’autorità finisce per applicare un criterio arbitrario (quelle censure, viste oggi, fanno ancora più sorridere) per decidere chi debba vedere cosa. Ogni epoca ha avuto i suoi, senza dubbio, ed è magistrale in tale senso – ad esempio – la parodizzazione dello strip tease, formalmente combattuto da Agostino, il quale poi prova ad esibirsi in una sua (improbabile) riproduzione dal vivo. Per poi, naturalmente, andare a vedersene uno, alternando espressioni di biasimo e di godimento semplicemente da manuale.

Se svetta per eccellenza l’interpretazione di Sordi, irresistibile nei suoi sguardi giudicanti, il resto della commedia si caratterizza con siparietti consecutivi di ogni genere, che sono commedia pura e cristallina, quasi tutti di natura elegante quanto allusiva – oltre che giocati sul tema evergreen contrasto tra le vecchie e le nuove generazioni. Alla base dell’avversione di Agostino, peraltro, vi è uno specifico trauma che non è mai stato superato, e che rende la trama ancora più divertente quanto, per certi versi, prevedibile. L’unico problema del film è che, di fatto, sembra tirato un po’ troppo per le lunghe: non sarà un capolavoro ma, visto oggi, è sicuramente da riscoprire.

Che faccio, chiamo ‘e guardie?


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