Machete (R. Rodriguez, 2011)

Machete è la nuova opera di Rodriguez di piena scuola b-movie nonchè tarantiniana, che esaspera la tradizione del grindhouse coniugandola in senso quasi completamente demenziale.

Guardando questo film è un po’ come se Peter Jackson si fosse cimentato invece che nel leggendario Bad Taste in una versione estremizzata ed ancora più sarcastica di Pulp Fiction, inserendo splatter esplicito dopo neanche un minuto di film come ha fatto, in effetti, il giovane regista di Machete.

La storia è la seguente: Machete (Danny Trejo) è un ex agente federale dall’indole violenta, tradito durante una missione e a cui il cattivo della situazione, ovvero un monolitico Steven Seagal (Torrez), ha decapitato la moglie davanti ai suoi occhi. Dopo diversi anni il bestione messicano è un disoccupato solitario, che per risollevare le sorti proprie e dell’amica-compagna Luz (Michelle Rodriguez) decide di accettare una missione estrema: fare fuori il senatore McLaughlin (Robert De Niro), promotore di una feroce campagna razzista contro gli immigrati. Nella trama si inserisce Jessica Alba (Sartana Rivera), agente dell’ufficio immigrazione che aiuterà il riscatto del protagonista e ne guiderà il vendicativo bagno di sangue.

Il film è volutamente sporco – a cominciare dalla pellicola rovinata modello grindhouse – e trascorre tra svariati inserti di violenza esplicita (molto “teatralizzata”), oltre ad una serie innumerevole di siparietti d’azione che si richiamano ad altrettanti cult del passato. Un esempio per tutti potrebbe essere il coltello che trafigge la donna attraverso la porta, ripreso fedelmente dall’inizio di “Quella villa accanto al cimitero” e che ne ricalca fedelmente le dinamiche sceniche. Qualcosa di interessante è da raccontare sul personaggio protagonista: burbero, aggressivo ed incapace anche di utilizzare un cellulare, entra definitivamente nella leggenda sia quando strappa le budella ad uno dei cattivi servendosene come liana per passare da un piano all’altro (!), sia quando invia un SMS ai cattivi intimando loro di “aver rotto le palle al messicano sbagliato“: del resto “Machete improvvisa“, ed è davvero uno spettacolo vederlo in azione.

Ovviamente il meccanismo del film – che non vuole essere pro-guerriglia sociale bensì semplicemente sarcastico, come ammesso dal regista in un’intervista – è basato sulla rielaborazione di stereotipi: messicani dipinti come wrestler mascherati (!), delinquenti, fannulloni o mangia-tacos, belle donne che cadono letteralmente ai piedi del protagonista e tutta una tradizione di “giustizieri solitari” che faranno, immagino, la gioia dei cultori di Lenzi e di Thomas Milian. Del resto la faccenda delle informazioni compromettenti su politici e pezzi grossi richiama abbastanza pesantemente quanto visto nel mitico Squadra Antifurto di Bruno Corbucci, così come il brutale messicano riesce a fare il playboy almeno quanto Nico Giraldi. Menzione speciale per le bellezze femminili del film, a partire da Jessica Alba (che per questo film, manco a dirlo, ha vinto un Razzie Award come Peggior Attrice Non Protagonista) a finire con Lindsay Lohan, figlia dell’imprenditore senza scrupoli ed appassionata attrice di porno amatoriali (!) che ama mettere sul web. In fondo, parafrasando lo spirito dell’intero film e ciò che diceva Joe D’Amato, in questi casi non si fa altro che dare al pubblico ciò che lo stesso desidera.