The butterfly circus (“Il circo della farfalla”), J. Weigel

The butterfly circus (“Il circo della farfalla”), J. Weigel

Will non possiede nè gambe nè braccia: e per questo motivo viene sfruttato da fenomeno da baraccone, modello Freaks.

In breve. Un sintetico saggio di “crescita personale”, incentrato su un personaggio caratterizzato da un handicap fisico.

Uscito nel 2009 e diventato molto popolare sul web, vanta circa 40 milioni di visualizzazioni il che vuol dire, senza cimentarci in calcoli improbabili, che moltissime persone al mondo lo hanno visto (e soprattutto citato). Se state cercando uno dei film virali per eccellenza, lo avete appena trovato: ma ovviamente il numero di views non dirà granchè, di suo, sulla qualità del prodotto.

Per certi versi, l’ambientazione circense iniziale (siamo in un circo, diretto da un eccentrico direttore co-protagonista con la presenza di Will, personaggio principale sul quale si incentra il focus della storia) presenta un vago richiamo a quella dei grandi horror (si va da Rob Zombi a Tobe Hooper), ma ovviamente senza l’incisività aggressiva di quel tipo di riprese. I clown, gli acrobati ed i freak in genere sono espressione di una singolarità per cui vengono paradossalmente derisi o ammirati, a seconda dei casi. Il tono è assolutamente pacato, realmente per un pubblico di ogni età e gusti, ed è caratterizzato da toni favolistico-psicologici.

Il circo in questione si rivelerà essere popolato da artisti reietti (la donna cacciata in malo modo perchè incinta, l’acrobata considerato troppo anziano per lavorare e via dicendo), e per questo The butterfly circus è anche intriso di una malinconia di fondo che, a lungo andare, potrebbe risultare vagamente artificiosa, al netto della fortissima teatralità e carica motivazionale di ciò che vediamo al suo interno. Consiglio anche di vedere il film in lingua originale, non per vezzo radical chic ma perchè il doppiaggio, a mio avviso, tende a rimarcare qualche difetto per un film che, tutto sommato, sembra totalmente sincero nella propria attitudine.

Per chi conosce a memoria soprattutto The elephant man e Freaks (il cui pessimismo antropologico è qui assente, se non completamente invertito: Will troverà un proprio numero da eseguire nello spettacolo, ritrovando una propria dimensione umana e attraendo, così facendo, i propri simili) dovrebbe essere un must, anche per coglierne determinate sfumature che tendono vagamente al lacrimoso – lo ribadisco, senza passare per uno stereotipato “cuore di pietra” – ma che rendono la storia perfettamente godibile anche per chi non avesse presente quei canoni.

Il messaggio di fondo è che dalle ceneri può nascere la bellezza, passando per un percorso di auto-consapevolezza a cui il protagonista, demoralizzato per la propria condizione fisica, viene indirizzato dal direttore del circo (peraltro in maniera apparentemente cinica). Al netto della validità del messaggio, rimane anche una forma registica molto compatta: non era agevole sintetizzare in soli 20 minuti tutto questo, senza cedere alla tentazione di incursioni didascaliche o moraliste.

Il format non è esattamente da cinema d’autore classico, ma chissà che non venga considerato tale tra qualche anno, magari.

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