Nel gelo incontrollabile del Wyoming post-Guerra Civile, otto figure incapsulate nell’odio si ritrovano schiacciate dallo stesso inverno e dalle stazioni di potere sotterranee. Un cacciatore di taglie e la sua prigioniera ferocemente incatenata solcano la steppa bianca verso il mercato dei villaggi: John “The Hangman” Ruth trascina Daisy Domergue, e la strada incontra Major Marquis Warren e Chris Mannix — allegorie stanche della violenza istituzionale che trovano rifugio in una capanna. Dentro, altre presenze enigmatiche: un boia britannico, un generale confederato sopravvissuto, un messicano sospetto e un killer chiamato Joe Gage. La neve non è solo paesaggio, ma una barriera che rende ogni parola sospetto, ogni gesto potenziale miccia. Dentro quelle pareti di legno, il passato sanguinario — il razzismo, la vendetta, l’ego post-bellico — esplode in dialoghi taglienti e sangue che macchia ogni promessa di civiltà. Nessuno è eroe, tutti sono sospettosi: un western che non orchestra salvezza, ma amplifica l’odio come coesione narrativa in un microcosmo di violenza e tradimento.
La genesi stessa di The Hateful Eight sembra un atto di resistenza contro l’ordine produttivo: quando la sceneggiatura trapelò online, Tarantino dichiarò di voler abbandonare il progetto, ma la reazione entusiasta del cast e la persuasione di Samuel L. Jackson lo riportarono nel campo di battaglia narrativo.
La colonna sonora, pilastro emotivo di questa carneficina artica, è firmata da Ennio Morricone, che non solo compose nuovi pezzi, ma riprese composizioni mai usate dal suo lavoro su The Thing — richiamando un horror glaciale che esiste come spettro sonico dentro e fuori l’opera.
Dentro l’esperienza diegetica la musica e la performance si fondono: la canzone “Jim Jones at Botany Bay” è cantata da Jennifer Jason Leigh dal vivo sul set, con i suoni di martelli e dialoghi mischiati nella traccia.
Nella dialettica tra testo e mito, il film cita se stesso e la filmografia di Tarantino: un personaggio pronuncia la frase “A bastard’s work is never done”, che era stato lo slogan di Inglourious Basterds.
Sebbene immerso in una tempesta di parole e pistole, The Hateful Eight porta i marchi ricorrenti dell’autore: il fumo della Red Apple cigarettes — un oggetto-simbolo che attraversa il suo universo filmico — e il tema violento ricorrente della ferita genitale attraverso più opere.
Sul piano materiale, questo film è un ritorno alla grandeur ottica: fu il primo a essere girato in Ultra Panavision 70 con anamorfici dal 1966, aprendo uno sguardo widescreen che è implacabile quanto la stessa neve che circonda i personaggi. wiki.tarantino.info
La produzione ebbe anche piccole aberrazioni “reali”: la chitarra d’epoca che Domergue suona — un pezzo autentico degli anni 1870 in prestito dal Martin Guitar Museum — fu distrutta da Kurt Russell per errore durante le riprese, costringendo alla creazione di repliche e sancendo il rifiuto futuro del museo di prestare strumenti ai set. moviemistakes.com
Infine, la natura multipla dell’opera non finisce in sala: esiste una Extended Version episodica, pensata come risposta alle richieste di chi voleva vedere ogni scena della Roadshow cut arricchita, rendendo l’esperienza di Hateful Eight un ampio continuum narrativo oltre i confini del cinema teatrale.
