Basket case (F. Henenlotter, 1982)

Duane Bradley, ragazzo di provincia dalla faccia pulita, si presenta in un motel di New York portando con sè uno zainetto ed una grossa cesta di vimini: ma cosa è venuto a fare nella Grande Mela? In breve. Tra i b-movie horror per eccellenza: sangue, violenza, trama piuttosto solida e vari elementi che lo hanno reso un oggetto di culto. Gli appassionati più accaniti non potranno prescindere da questa chicca (per quanto non completamente esente da difetti), gli amanti generalisti dell’horror possono sempre visionare per curiosità.

Basket case” di Frank Henenlotter (regista noto principalmente per via di questo film) è probabilmente uno dei b-movie dell’orrore più solidi e famosi mai realizzati negli anni Ottanta. Il suo feeling, il suo ritmo alto e ben scandito, il suo splatter artigianale e gli spruzzi di sangue (probabilmente fatti con una “peretta”) hanno fatto scuola, e non ci sono dubbi che i lavori della Troma (oltre che quelli di almeno una generazione di film-maker del terrore) ne possano essere stati pesantemente influenzati. Un esempio di b-movie per fama, gloria e giusti meriti, anche per il fatto che riesce a mantenere viva l’attenzione dello spettatore senza banalizzare alcunchè, ma anzi accattivandosene le curiosità e dosando con grande cura tutti gli elementi.

In pochi hanno notato che si tratta di un horror che, a suo modo, analizza le relazioni umane (amore, gelosia, possessione) sfruttando un’apparenza meramente organica e gore: il risultato appare pienamente convincente anche se riesce più ad incupire che a spaventare sul serio. Si potrebbe parlare di una sorta di proto-body horror, per via della presenza della creatura nella scatola che finisce, inevitabilmente, per avere un’ovvia valenza simbolica (orrore esteriore / interiore). Beninteso che, in questo discorso, si rimane comunque lontani dalle introspezioni sul tema effettuate qualche anno dopo da David Cronenberg (e se non volete guastarvi la sorpresa di “Basket case” non fate click sul collegamento), si tratta un horror artigianale tipicamente ottantiano nello stile, nella sequenzialità e nella costruzione dei personaggi, in cui vive qualche momento davvero tragico che forma una strana coppia – neanche a dirlo! – con l’andamento scanzonato, irriverente e volutamente trash del resto. Secondo alcuni è proprio questo dualismo l’unica cosa che finisce per essere l’aspetto negativo di “Basket case“, fermo restando che si tratta di una pellicola “di genere” per pubblico “di genere” (con poche eccezioni) non sono d’accordo: l’accostamento mi pare ben realizzato, il tema di fondo è piuttosto disturbante, e la verità, per quanto faccia sorridere di riflesso si sa trasformare, e diventa fin troppo serio nella seconda parte. Una prassi di molti horror, per la verità, quella di unire il comico al tragico, anche se probabilmente non sarà troppo comune fare considerazioni del genere su pellicole più recenti. Il tutto, c’è da specificare, in un contesto di recitazione abbastanza infimo ed una qualità visiva piuttosto bassa, per non parlare del doppiaggio in italiano non esattamente da Actor’s Studio.

Del resto rimangono innumerevoli gli elementi di culto della pellicola: il mazzetto di dollari ostentato da Duane – secondo il regista si trattava dell’intero budget del film! – gli inevitabili tagli che misero sul mercato una versione “fully uncut” ed una che esaltava (censurando tutto il gore) solo l’aspetto ironico del film, i credits per buona parte fasulli (!) dato che il cast era particolarmente esiguo, la chirurgia improvvisata nel salotto di casa (!), gli inquilini casinari del motel, le urla nella notte, le smorfie indimenticabili di Terri Susan Smith versione “ragazza della porta accanto”, senza dimenticare naturalmente il “contenuto del cestino” (la vera miccia che “accende” la pellicola). La creatura venne animata parzialmente in stop motion (cosa un po’ insolita per un film di questo tipo) oppure, ove possibile, con un guanto deformato mosso direttamente dal regista – tanto per dare l’idea del livello di artigianalità che, è bene specificare, non degenera mai in un eccesso che lo avrebbe reso solamente ridicolo. Probabilmente uno dei film del genere più “puramente” b-movie, non il miglior horror anni 80 (questo è sicuro) ma certamente una delle pellicole che meglio bilancia artigianalità e qualità, con un finale in crescendo ed un epilogo tragico che non potrà, a mio avviso, lasciare indifferenti. Come già in altri casi: “Basket case” per molti, ma non per tutti.

“A lui piace il buio, a lui non piace essere visto… neanche da me a volte. E sai una cosa? Lui mi parla, qui dentro, senza parole… lo sento bisbigliare nel mio cervello. Non so più chi di noi sia il peggiore.”

Fonte: IMDB