Beyond rave party


Periodicamente tornano all’ordine del giorno, nelle cronache, l’organizzazione di rave party e la repressione degli stessi da parte delle forze dell’ordine – giusto ieri a Torino. Figlie del caos post moderno, verrebbe da scrivere, i free party (detti rave party dalle nostre parti) assumono la valenza liberatoria di feste auto-organizzate, in cui tecnicamente (come si legge e si dice spesso a riguardo) “la festa sei tu“. In tempi di post-pandemìa, peraltro, rischiano di diventare il “frutto proibito” travisato dai più, affamati di aggregazione senza regole nonchè accompagnati, in molti casi, da logiche minimizzatrici o negazioniste.

È quantomeno curioso che tale slogan, demonizzato tanto dalle autorità quanto da certi sociologhi biased (in grado di argomentare sul tema già sapendo, fin dall’inizio, che le stroncheranno), possa adattarsi ad un social network in cui il prodotto sei tu, ovviamente con la sostanziale differenza che il prodotto consumistico è diventato anarchicamente una festa. Gratuita, peraltro, come spesso avviene nei free party. Che continuano ad oltranza finchè non siamo tutti stanchi o ne abbiamo avuto abbastanza, e come – basterebbe leggere Wikipedia per capacitarsene – lo spirito del tempo impone un recupero dell’empatia con altri esseri umani, sacralizzato mediante l’uso della danza – e a volte facilitato dal consumo di droghe.

La parola free in effetti può avere la valenza di indicare, più che altro, la mancanza di restrizioni all’interno del contesto indicato (e non necessariamente che non si paghi un biglietto d’ingresso, per intenderci). Questo genere di party, spesso dalla valenza politica ben delineata e tipicamente antagonista, sono in genere considerati illegali, portano in sè molteplici contraddizioni dei tempi moderni (relativi all’organizzazione “a norma” degli eventi, in generale) e sono lo specchio in cui moralisti da ogni dove, soprattutto, urlano il proprio odio cieco. Ma sono pur sempre davanti ad un specchio, verrebbe da dire, per cui potrebbero odiare tranquillamente se stessi senza capire il processo di intolleranza profonda che quei party, di fatto, cercano di invertire senza che loro se ne accorgano.

Il cinema è stato spesso riflesso di quella diffidenza media, tipica del parere dell’uomo della strada in merito. In molti casi, da ciò che ne sappiamo, rave party diventa anticamera dell’orrore, come avviene in Morituris di Raffaele Picchio (la promessa di un rave attrae due ragazze e viene poi disattesa da un gruppo di assassini), senza dimenticare i film basati sulla strage del Circeo come La casa sperduta nel parco o, più di recente, La scuola cattolica. E bisognerebbe per forza di cose, a questo punto, citare Climax di Gaspar Noè, che racconta di un party di fine anno che degenera per colpa di allucinogeni aggiunti all’insaputa dei presenti nelle bevande. Quei presupposti e quelle scene, così spaventose (se volete vederne solo un aspetto) quanto nate per perdersi al loro interno (se preferite), portano a conseguenze inaspettate, ma sono anche l’espressione di una società “drogata” a propria insaputa, che spesso lamenta il comportamento di altri propri simili – senza mai, rigorosamente, guardarsi dentro.

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