Curse of the Maya (D. Heavener, 2004)

Renee, una giovane donna affetta da manìe depressive, è fidanzata con Jeffrey, il medico che la cura: i due si trasferiscono a scopo terapeutico in una casa sperduta nelle vicinanze del confine con il Messico. La protagonista è affetta da squilibri mentali e si interessa di mitologia Maya: un giorno trova nei pressi della propria abitazione un manufatto di questa civiltà…In due parole: noia, sbadigli, comico involontario, qualche breve sussulto e pochissimo da raccontare: in mano ad un altro regista probabilmente sarebbe un po’ salito di livello. Un prodotto trash-horror anacronistico e difficilmente difendibile, piuttosto scarno e vuoto.

L’home video a volte fa brutti scherzi, e quello di Heavener è piuttosto subdolo. Le storie horror sono credibili solitamente quando sono costruite su personaggi ben delineati, su dettagli minimali, al limite solo su una bella fotografia: se il regista ha una mano experienced, può uscire fuori un gran film. Quello da cui è affetto “Curse of the Maya“, al di là di un difetto innato di sostanza, è una forma sconclusionata, scollegata, un montaggio non troppo comprensibile (casuale?) ed una recitazione da telenovela: effetto, questo, anche del doppiaggio italiano. Un rigurgito orrorifico poco originale, non diverso da uno “Zombi Holocaust” dell’epoca, con l’aggravante che oggi non puoi fare un film come se fossimo negli anni 80 senza riuscire neanche ad illuminare decentemente un esterno. Semplicemente, non puoi.

Probabilmente le intenzioni di realizzare un bel prodotto c’erano, ma ci sono difetti piuttosto grossolani che finiscono per limitare l’effetto: lo splatter non è male, le citazioni romeriane (ai limiti della scopiazzatura) neanche, alcune idee sono “divertenti” – ma il tutto è sbilanciato da una sceneggiatura piuttosto poveristica e da situazioni che non si riescono a capire, senza capo nè coda. Tanto per fare un esempio, la scena in cui Reneè rischia di annegare è “rallentata” inverosilmente da un montaggio errato, che crea l’effetto paradossale di un marito che si accorge del pericolo “a scoppio ritardato”. Altri passaggi sono vaghi, si perdono nel nulla e mancano troppe spiegazioni alla trama (troppa carne al fuoco).

La pretesa di ispirare il film alla complessa mitologia Maya imporrebbe l’accortezza quantomeno di saper fare paura, di studiare i dettagli con attenzione e non – come avviene qui -di proporre pedissequamente situazioni già viste, già sentite, peggio ancora se fuori luogo e fuori contesto. Se l’argomento è quel mondo affascinante, qui diventa meno che una pezza giustificativa per mostrare i soliti zombi che mangiano tutto quel che possono (ebbene sì: ce li hanno infilati, ed escono fuori senza un perchè). L’equivoco e la conseguente crisi tra la coppia tra uomo e donna, l’intesa prevedibile di lei con il “terzo incomodo” (che è anche il regista factotum del film, David Heavener), la semi-sensitiva ed il medico razionalista sono stereotipi di una letteratura horror-pulp talmente abusata che fa meraviglia come – ancora oggi – si possa pensare di riciclarli. Le musiche, come se non bastasse, sono scelte male per scandire i momenti topici: la comparsa degli zombi, ad esempio, viene introdotto da una musichetta da cartone animato. E non fa ridere neanche un po’, questa scelta.

Momento cult: “Tutto ciò che so finora è che non c’è un posto per pisciare…

Non mancano i momenti puramente trash, come l’aggressione del neonato-mostro (di fronte alla quale lo spettatore potrebbe sentirsi seriamente preso per i fondelli da Heavener), l’inutile strip della procace Trisha (Carrie Gonzalez non sfigurerebbe in un prodotto Troma, gliene diamo atto), i terribili dialoghi da fotoromanzo della serie “Ti ha mai detto nessuno che sei strano?“, o peggio-che-peggio i messicani stereotipati, incolori ed insapori: Machete, dove sei? “Curse of the Maya” è un film sbagliato sotto diversi punti di vista – avrebbe forse avuto un senso in altri tempi e in altri modi – ed è facilmente accusabile di faciloneria.

Sembra quasi di sentire il 99% del pubblico lamentarsi: un brontolìo che mi richiama il celebre tormentone “Che cosa stai dicendo, Willis?“, citazione doverosa perchè nel cast vi pure è Todd Bridges, il Willis de “Il mio amico Arnold“, leggenda assoluta delle sit-com americane. Quest’ultima fu caratterizzata dal fatto di non aver mai avuto una vera e propria conclusione: esattamente quello che succede qui, dove si parte senza mordente, manca il simpatico Arnold (qui nessuno è simpatico, per inciso), gli spunti decenti si smarriscono ed il finale è un’apocalisse di trash. Difficile vederne di peggio, a mio parere. Da vedere senza aspettative, o da evitare del tutto.