Disicanto di Groening è una serie interessante. Ma con la serialità sarebbe ora di smetterla

Disicanto di Groening è una serie interessante. Ma con la serialità sarebbe ora di smetterla

Disincanto è la nuova sitcom di Groening che sta spopolando su Netflix, e che propone una ennesima collezione di personaggi grotteschi. Un lavoro che nasce nell’estate del 2018 ed arriva in Italia solo da qualche mese, e sul quale vale la pena di spendere qualche parola.

L’ispirazione visuale di Disincanto parte ovviamente dai Simpson e da Futurama: ad un’analisi più approfondita, più dai paradossi e dal gusto per l’assurdo tipico del secondo, con la differenza fondamentale che l’ambientazione è puramente fantasy. Ed è già questo abbastanza insolito, dato che difficilmente si vedono in giro versioni parodistiche di questo genere (che di solito omaggia e deve molto all’horror e alla fantascienza, al limite). La storia è interamente svolta in un universo immaginario magico, epico-demenziale e con alcuni valori portanti invertiti (gli scienziati sono una specie di stregoni, gli esorcisti sono invece materialisti) altri, invece, intatti (società patriarcale, discriminazione), popolato di creature fantastiche (elfi, maghi, sovrani, giullari, orchi). Un mondo tutt’altro che perfetto o ideale, in realtà: esso è infatti vittima, suo malgrado, delle psicosi e dei drammi esistenziali moderni, con figure di sovrani autoritarie quanto goffe, figlie ribelli, elfi bonaccioni e beoti ed un singolare demone-ombra (Luci) che caratterizza il lato ribella della protagonista (una principessa che beve, rutta e fa razzìe di ogni genere).

Un mondo fatato oggetto di parallelismo con quello che conosciamo, e che avrebbe potuto far parte (senza l’apporto anticonformista di Groening) dell’universo classico della Disney. Esso viene declinato – come già nelle succitate serie precedenti da lui realizzate – in senso cinico e materialista, per quanto mai sgradevole né eccessivo e, in breve, all’insegna di un sostanziale equilibrio narrativo.

In Disincanto (ovviamente nomen omen significativo) si narra della storia della principessa Bean, avulsa ad un matrimonio di convenienza che il padre vorrebbe imporle, e dedita al vizio del gioco d’azzardo, dell’alcol e delle risse nei locali. La sua storia si intreccia con quella dell’elfo Elfo, alienato e sensibile personaggio: lavora come addetto alla catena di montaggio e si trova intrappolato in un mondo in cui le persone pensano a incartare regali (e, da buoni elfi, a gioire senza motivo).

In questo, la frase da lui pronunciata nel primo episodio “Cantare mentre si lavora non è la felicità, è malattia mentale” sarebbe stata perfetta anche nelle digressioni distopiche di Terry Gilliam (Brazil), ma tra le principali influenze del lavoro è impossibile non citare Fritz The Cat: un film di animazione per adulti realmente di culto, ancora oggi inarrivabile – e dal quale si derivano, seppur in modo molto più frenato, varie allusioni sessuali e satiriche di cui la serie è cosparsa. In tal senso Disincanto non cerca di imitare passivamente un linguaggio anni ’70 che non sarebbe stato consono nè compreso, ma ne ricostruisce uno nuovo sulla base dei classici stilemi di Groening. È impossibile non notare, ad esempio, come Turanga Leela potrebbe essere il personaggio che ha ispirato la principessa, mentre l’Elfo sembra ripreso direttamente (sia nelle fattezze che nei maltrattamenti che subisce) da Bart Simpson.

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Di contro, Disenchantment non sembra avere dalla sua il dono della sintesi, con episodi singoli molto più lunghi della media: questo sia rispetto alle produzioni classiche di Groening sia, ad esempio, rispetto alle sintesi cristalline di South Park, mentre rimane superiore narrativamente a qualsiasi episodio dei Griffin. Probabilmente, in altri termini, come potenziale lungometraggio avrebbe reso ancora meglio.

Quel formato invece, alla lunga, rischia di stancare, per quanto si tratti di una serie pensata per i fan dell’autore e caratterizzata dallo stile che ci saremmo sempre aspettati, quindi abbastanza da prendere per quello che è. Che la serialità sia un pregio o un difetto rimane, pertanto, un po’ dubbio: la critica è stata discorde a riguardo, anche se propendo a considerla più positiva che negativa (e fermo restando che non ho ancora finito di vederla). Ad ogni modo è una serie da scoprire, e dalla quale provare a farsi coinvolgere, fermo restando la mia sostanziale avversione alla serialità che, ormai, domina nel mondo della produzione americana – come fosse un requisito senza il quale sia impossibile proporre la realizzazione di qualsiasi cosa.

E se il cinema indipendente continua a regalarci orgogliosamente perle (ma anche porcate) delle Settima Arte di massimo due ore alla volta (il formato perfetto per chi vede il cinema in qualsiasi modo, sia come impegno che come intratteniment), siamo costretti nostro malgrado (e senza nulla togliere) a visionare le ennesime operazioni del genere che, alla lunga, rischiano di saturare il mercato e appiattire la produzione. L’originalità dell’intreccio, ad ogni modo, costituisce un forte punto a favore dell’operazione, soprattutto a confronto della saga dei Simpson che, ormai da anni, sembra aver perso mordente.

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