Dogville (2003)

In Dogville la pratica cinematica è parte integrante della paranoia narrativa: Paul Bettany accetta il ruolo di Tom Edison solo dopo esser stato convinto da un collega, e alla fine racconta l’esperienza come “orribile” perché il regista Lars von Trier non vuole che tu sia parte del processo mentale con lui, ma che diventi puppet nel suo meccanismo di controllo. Nonostante ciò, Bettany non ha mai visto il film finito e non intende farlo. Nel frattempo, Nicole Kidman avrebbe giurato di non lavorare più con von Trier dopo Dogville, sentimento che la porta a rifiutare un altro ruolo — persino in un suo progetto successivo — prima di tornare a collaborare in seguito, pur saltando quel set specifico.

La macchina visiva del film non è naturale ma generata a mosaico: la celebre scena introduttiva dall’alto non è una long take reale, bensì una composizione digitale assemblata da 165 singole inquadrature, una sorta di patchwork panopticon che decostruisce lo spazio come superficie di abiezione sociale.

Grace e gli altri abiti di Dogville non esistono come oggetti nel mondo ma come sintomi stilizzati: il film è girato su un enorme soundstage minimalista in cui la cittadina è tracciata con linee bianche sul pavimento, edifici assenti, mobili ridotti all’essenziale — un teatro di segni che costringe lo spettatore a vedere ogni gesto come relazione di potere e trasgressione etica. Questa scelta drammatica non è giocata sul realismo, ma sull’artificio deliberato che rende visibile la crudeltà latente entro i rapporti sociali.

Esistono almeno quattro versioni distinte in circolazione, con durate che variano da oltre 2 h 50 min a versioni ridotte di circa 2 h 15 min, incluse una Director’s Cut teatrale e un taglio specifico per alcuni mercati, dove la forma stessa del film si disarticola come un organismo capace di autoadattarsi alla distribuzione.

I titoli di coda non sono un congedo neutro: scorrono su fotografie di crimine e povertà negli Stati Uniti, facendo del finale un epilogo che non chiude ma apre una ferita sociale, un interrogatorio visivo sulla tensione tra narrazione morale e violenza quotidiana.

Oltre ai tecnicismi produttivi, Dogville ha lasciato segni fisici anche sul set: in tempi recenti, l’attrice protagonista ha raccontato di essersi trovata a lottare con un pesante collare di metallo durante le riprese, un’esperienza così intensa da rimanere impressa come parte reale del suo vissuto, non solo come atto di fiction.

Nel complesso, Dogville è un esperimento di clausura etica e psicologica, un’opera che usa il dispositivo cinematografico e lo spazio teatralizzato per evidenziare come la comunità, di fronte all’“altro”, possa rapidamente decostruire ogni idealismo per ricostituirsi come macchina di sfruttamento, ipocrisia e violenza interiorizzata.

Di Regia di Lars Von Trier – catturato da Utente:Jaqen, Copyrighted, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=801629


Pubblicato

in

da

Advertise here