Il gatto dagli occhi di giada (A. Bido, 1977)

Mara (Paola Tedesco) è un’attrice di cabaret, minacciata da un misterioso assassino probabilmente dopo visto qualcosa di troppo dentro una farmacia, nella quale il titolare è stato ucciso senza un’apparente ragione: l’ amante Lukas (Corrado Pani) si offre per darle una mano a comprendere cosa stia succedendo. Nel frattempo il signor Bozzi (Fernando Cerulli), vicino di quest’ultimo, riceve minacce telefoniche e sembra coinvolto nella faccenda…

In breve. Giallo-thriller classico di fine anne settanta di Antonio Bido: trama intricata, violenza ben dosata e sorpresa finale. Il debito verso Argento e “Profondo rosso” appare piuttosto esplicito,  sia nella dinamica degli omicidi che nell’aria generale del film. Notevolissima la colonna sonora, che include il ‘Dies Irae’ di Verdi ed il rock progressive dei Trans Europa Express (il chitarrista, Gianfranco Coletta, è stato membro della primissima formazione del “Banco del mutuo soccorso”).

«Per farlo ho dovuto accettare dei compromessi legati alla commerciabilità del film. Potevo scegliere qualsiasi “genere” purché fosse un “genere”. Mi è sembrato che il thriller fosse il modo più dignitoso per fare un film commerciale e nello stesso tempo, data la difficoltà del genere, mi dava la possibilità di dimostrare di avere anche le capacità tecniche per dirigere un vero “film” » (A. Bido, Nocturno)

Archetipico del suo genere, davvero molto ben realizzato e da riscoprire anche oggi: ne risulta un film non troppo diverso dai canoni dei gialli del periodo. Direi che abbiamo di fronte una buona meteora nel ricchissimo panorama del thrilling italiano: si tratta della solita “gente comune” che, coinvolta nelle trame di un serial killer, non trova di meglio da fare che farsi le indagini da sola senza ricorrere alla polizia. Uno stereotipo romanzesco, chiaramente, che in questo contesto funziona bene visto che ci risparmia eroismi improbabili “all’americana”, e mantiene il tutto a livello delle debolezze e paure più comuni. Non mancano le sequenze memorabili, tra cui l’assassino in cappotto nero, cappellaccio e guanti bianchi che uccide una vittima mettendole la testa dentro al forno, tagliando di netto la gola ad un’altra vittima e (udite, udite) un omicidio nella vasca da bagno. Nel complesso poco sangue, molta tensione e parecchia sostanza: se pensiamo che c’è di mezzo anche una villa abbandonata (senza il bambino urlante, per fortuna), si capisce che il debito verso Argento è da far rizzare capelli in tutti i sensi, anche se siamo lontani da qualsiasi squallida scopiazzatura.

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Abile il regista a costruire moventi credibili, che poi vengono regolarmente smentiti dai fatti e riescono ad intrattenere lo spettatore fino alla fine: è questo il vero punto di forza del film. Il livello di recitazione è molto buono, per certi versi addirittura superiore a quello di molti classici di Argento (quelli più recenti, soprattutto, penalizzati proprio da questo aspetto), mentre Bido non può che essersi ispirato al grande regista romano, dal quale eredita scelte stilistiche (le efferatezze in primo piano, ad esempio) ed ambientazione globale. Un film puramente settantiano a partire dall’ambientazione, con uno splendido finale che tiene sulle spine fino all’ultimo.