La morte negli occhi del gatto (A. Margheriti, 1973)

Corringa MacGriffin (la Birkin nota al grande pubblico per la censuratissima canzone “Je T’aime… Moi Non Plus”) è una giovane apparentemente di buona famiglia, che viene espulsa da un collegio londinese e torna al castello per trascorrere un po’ di tempo libero. Qui incontra Lord James (Keller), un cugino coetaneo un po’ fuori di testa, il quale vive in semi-isolamento assieme al proprio fidato gorilla (sic): il ragazzo, che sembra nascondere parecchi segreti, sembra serbare rancore contro i familiari e custodisce la belva nella propria stanza, manco fosse un cagnolino da appartamento. Nel frattempo una leggenda legata al vampirismo in famiglia, ed un gatto dalle tendenze necrofile complicano la trama fino all’inatteso finale…

In breve. Incursione di Margheriti nel gotico alla Bava, con diversi elementi da giallo all’italiana al suo interno. Le reazioni non sono esaltanti oggi, e difficilmente lo furono all’epoca, ma ci sono elementi tali da renderne comunque consigliabile la visione.

“Quando un MacGriffin viene assassino da uno del suo sangue non muore, ma diventa vampiro…”

Un esempio dimenticato di gotico all’italiana, a dimostrazione che non solo Mario Bava contribuì ad arricchire il genere: genere che, per inciso, difficilmente mi sono trovato ad apprezzare in pieno per via delle ambientazioni sempre un po’ prevedibili. Margheriti, più noto (e più tonico) in Apocalypse Domani, mostra una buona capacità nel destreggiarsi con la macchina da presa, in un gioco di inquadrature paurose, belve che compaiono all’improvviso, sangue che sembra vernice rossa ed omicidi inspiegabili.

Tra gli aspetti positivi, le ambientazioni da horror di altri tempi, il macabro predominante, l’ambiguità dei personaggi apparentemente normalissimi e l’elemento animalesco a farla da padrone (gatti, topi, pipistrelli ed il mitico gorilla domestico: del resto sono gli anni di Quattro mosche di velluto grigio e ): in effetti anche il sito ufficiale del regista Margheriti ammette che “si intuiscono i richiami ad un preciso periodo storico del cinema italiano“. Se è vero che la trama è costruita in modo piuttosto accattivante, tale caratteristica viene accentuata da elementi erotici (Lady Mary è velatamente bisessuale) ma, vista oggi, la cosa fa globalmente sorridere almeno quanto i gemiti sensuali di Jane Birkin che fecero tanto scalpore all’epoca. In realtà il film non è un gotico “puro”, ammesso che abbia senso questa definizione, dato che si mescola con la struttura di un giallo alla “Mio caro assassino”, mescolando quindi terrore classico, erotismo e suspance. Come il thriller da cui deriva, comunque, conserva il difetto di fondo di un finale un po’ improbabile e che potrebbe apparire forzato. Probabilmente non è stato capito come “esperimento” gotico da parte del pubblico abituato a determinati, per quanto rispettabilissimi, standard. Davvero singolari ed un po’ gratuite, a mio avviso, le stroncature per un prodotto del genere, che a me è piaciuto e che credo possa essere curioso rivedere anche oggi.