Estratto a sorte da una cella in cui vive assieme ad altri detenuti, un uomo viene inviato in una città innevata, che si scoprirà essere stata devastata da una pandemia. Si tratta di un viaggio nel tempo mirato: l’uomo dovrà reperire informazioni sul virus, che si scoprirà essere stato fabbricato ad arte dall’uomo.

Cogliendo un’opportunità rara nella storia del cinema, il Monty Python Terry Gilliam trasforma e riproduce a modo proprio – sotto l’ala della Universal – un mediometraggio sperimentale francese, realizzato quasi interamente di sequenze di fotogrammi: La Jeteè del 1962, un pregevole photo-roman di fantascienza realizzato con questa singolarissima tecnica. Ne risulta, a conti fatti, uno dei suoi film più citati, amati dal grande pubblico nonchè ovviamente “profetici” del nostro presente. Se la maggioranza delle critiche furono semrep positive, peraltro, non mancarono definizioni caustiche contro l’approccio scelto da Gilliam, tra cui quella di Irene Bignardi che defì l’opera un “baraccone postmoderno“, peraltro utilizzando termini non troppo adeguati per via della derivazione dell’opera, che è multi-settoriale e coinvolge psichiatria, paradossi temporali, distopìa modello Terminator, leggende urbane ed un pizzico di steampunk.

In questa sede Bruce Willis intepreta un “osservatore”, poco più di un prigioniero e cavia umana, inviato nel passato – come il Terminator di James Cameron – per cambiare il futuro: nello specifico, scoprendo le modalità di uno spaventoso contagio che, nel 1999, avrebbe decimato la razza umana, confinando i sopravvissuti a vivere nei sotterranei, sottoposti ad una spaventosa gerarchia militaresca e spersonalizzante. Una tecnocrazia in cui gli scienziati cercano di risolvere il problema raccogliendo informazioni sul virus, senza poter intervenire sullo stesso per evitare l’insorgere di eventuali paradossi temporali.

Giocando con i canoni del genere (dai malati di mente che profetizzano vari aspetto del mondo da cui proviene Cole, fino alle guardie brutali quanto distratte e relativamente facili da raggirare) L’esercito delle 12 scimmie si basa su interpretazioni quasi tutte superbe – soprattutto quella di Brad Pitt, all’epoca semi-conosciuto, nella parte dell’attivista internato in psichiatria, che fu quasi a livello di quella analoga di Jack Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cuculo – rendendo così il lavoro uno dei film d’autore forse meglio resi nel territorio mainstream.

Territorio che, tra apocalissi più o meno zombi di ogni ordine e grado, è stato esplorato in lungo ed in largo, fino ad oggi, e che qui fa ancora più impressione per un dettaglio: nel film si profetizza l’avvento di una pandemia letale, che somiglia molto a quanto sostenuto da alcune teorie del complotto, in voga anche in Italia, fin dai primi mesi del 2020, ovvero un virus creato dall’uomo diffuso a livello mondiale, cosa che il Covid-19 sappiamo non essere. E dire che, a ripensarci, il virus creato in laboratorio che rende tutti morti viventi lo aveva già pensato Bruno Mattei proprio nel suo Virus

All’inizio la prenderanno per una strana febbre…

La mitologia di John Titor sembra dovere qualcosa a questo film

Nel 2000 l’utente di un forum, mai identificato, affermava di essere John Titor, un militare USA proveniente dal 2036 e “viaggiatore del tempo”; per molti, una bufala o una mera operazione di marketing per vendere gadget. Per altri, una “prova” affascinante – quantomeno a livello narrativo – del fascino della possibilità, ovvero che un time traveler possa arrivare, un giorno, e rivelarsi anche da noi.

Molti dei dettagli che raccontava su quei thread, di fatto, sembrano trarre ispirazione – almeno in parte – sia da questo film che dal classico Terminator di Cameron. La storia è stata poi terminata – è proprio il caso di dire – da un thread finale che affermava che Titor era morto, rivelando la natura di un sostanziale scherzo, mentre il fisico Robert Brown ha ampiamente smentito l’intera storia: a suo dire era impossibile, sia in pratica che in teoria.

Il film contiene un Mc Guffin nel titolo

Per accendere la miccia dell’intreccio, Gilliam riferisce la presenza del logo delle 12 scimmie, un movimento animalista che sembra alla base della diffusione del virus. Come la valigetta luminosa di Pulp Fiction e la scatola azzurra di Mulholland Drive, ma il ruolo delle 12 scimmie è quantomeno ridimensionato.

Una diffusa fan theory, peraltro, giustifica il riflesso del succitato logo degli occhi di James Cole – visibile in una certa parte del film – adducendolo al fatto che si trattasse di un androide (modello Schwarzy in Terminator, insomma), ma la cosa sembra più una scelta stilistico-simbolica della regia, in astratto insomma  – e l’intreccio sembra smentire apertamente tale possibilità, per quanto sembri suggestiva.

Il logo delle 12 scimmie, insomma, non sarebbe null’altro se non un diversivo, per rendere accattivante la trama fino al twist finale, che spiega il sogno che ossessionava il protagonista fin da ragazzo.

Il film contiene una “premonizione” de Il sesto senso

Al minuto 63 del film, il personaggio di Bruce Willis pronuncia chiaramente “vedo solo morti“, molto simile all’analoga frase che si sente dire il suo personaggio nel successivo “Il sesto senso” (1999), “vedo la gente morta“. Nel doppiaggio la cosa non è afferrabile, perchè viene tradotto più comprensibilmente come “non saranno gli unici a morire”; ma nell’originale il personaggio di Willis diceva esattamente “All I see is dead people“, con riferimento ai contagi mortali che, nel 1996, stavano per iniziare.

L’umanizzazione del personaggio, in un mondo cinico e disumano, è ben resa, ad esempio, dal suo amore per l’aria e la musica del ventesimo secolo, caratteristica tipica dei film di Gilliam in cui esiste, come in Brazil, un personaggio solitario in lotta contro un mondo che non gli da’ credito. E poi naturalmente dal fatto che si innamora, bellamente ricambiato, della sua psichiatra: una cosa che farebbe rabbrividire l’ordine professionale omonimo, probabilmente, ma che viene usata per costruire un climax clamoroso che è, in effetti, una citazione puramente hitchcockiana del regista

Gilliam e Hitchcock

Quando dichiarano il proprio reciproco amore, e finalmente decidono di scappare (qualsiasi cosa ciò significji: scappare, in una certa accezione, significherebbe un quasi certo paradosso temporale futuro), Cole e la psichiatra rifuggono la realtà – ricadendo in una patologia probabilmente psichiatrica già di per sè. Si camuffano tanto con baffi e parrucca, e si nascondono temporaneamente in un cinema. Danno La donna che visse due volte, precisamente vediamo la sequenza in cui i due protagonisti sublimano il proprio desiderio inespresso, davanti al grosso albero di sequoia, mentr l’uno si è innamorato tragicamente del personaggio interpretato dall’altra. Anche Cole ha cambiato le carte in tavola, accettando di non tornare nel proprio futuro per poter rimanere con l’amata (tanto da strapparsi via un dente pur di non farsi più trovare: un micro-delirio che potrebbe anche suggerire che, in un certo senso, sia “solo” un malato da curare).

Tra i ricordi evocati protagonista, ci sono due film di Alfred Hitchcock, ovvero il succitato ma anche Gli uccelli, e sentiamo anche la stessa musica epica usata dal regista inglese in una scena girata in modo molto simile.

Nel film si vedono in tutto 12 scimmie

La quantità impressionante di animali che si vedono nel film possiede una giustificazione dettata dall’intreccio: il mondo post-pandemico è dominato dagli animali che, nella visione di Gilliam, si riprendono il proprio posto in natura. Il motivo è perchè, semplicemente, gli attivisti che si pensava fossero responsabili del contagio li avevano liberati per protesta, scatenando il caos in città.

Un orso, un leone, uno scarafaggio, un ragno, alcune colombe, una giraffa, una civetta e naturalmente una scimmia (almeno un paio, per la verità), simbolo degli animali sfruttati per la vivisezione. Esiste anche qui una fan theory che sostiene la presenza di precisamente 12 scimmie all’interno del film, in momenti diversi (la prima compare al minuto 28:00 circa, dentro la TV che guardano nell’ospedale psichiatrico, la seconda dovrebbe essere al minuto 1:14, e così via).

Nota meta-cinematografica: raramente quello che i personaggi guardano in TV è incidentale, nel film. Ad un certo punto, ad esempio, i ricoverati nell’ospedale psichiatrico guardano Monkey Business dei Fratelli Marx (Monkey significa scimmia), espressione inglese figurata traducibile come birbonata, o meglio “affari sporchi”, e che in Italia è arrivato col titolo “Quattro folli in alto mare”.

il film è ambientato in 4 anni diversi

Ci sono quattro anni in cui viene ambientato il film, mediante frammenti e microstorie annesse: il 1917 (prima guerra mondiale), 1990 (ospedale psichiatrico), 1996 (secondo incontro con la psichiatra) and 2035 (la realtà sotterranea).

Al tempo stesso, L’esercito delle 12 scimmie è un saggio del mondo distopico di Gilliam, per certi versi molto simile a quello di Brazil, in seguito ripreso e rielaborato anche dal successivo The Zero Theorem, qui caratterizzato da un’atmosfera rigida, marziale e spersonalizzante, in cui i prigionieri sono chiamati come numeri ed usati come cavie sperimentali mentre tutto attorno aleggia una minacciosa tecnologia, dalla parvenza più steampunk che propriamente futuristica o fantascientifica. Quasi tutto è semi-meccanico o analogico, in effetti, e per quanto il film sia difficile da inquadrare nel filone steampunk in senso stretto, la suggestione sembra aleggiare in molte parti del film (soprattutto in quelle ambientate nel futuro). Il precedente Brazil da cui Gilliam trae qualche elemento, invece, è molto più marcatamente steampunk.

Nonostante il quid dell’intreccio ruoti attorno ad un virus molto aggressivo e dall’altissima letalità, peraltro nessuno dei personaggi usa alcuna mascherina, si deterge le mani o mantiene le distanze, anche quando la logica suggerirebbe di fare uso degli accorgimenti che oggi conosciamo molto bene.

I viaggi nel tempo del film sono “limitativi” per il viaggiatore

Anche se è possibile viaggiare nel tempo (come possibilità teorica senza dubbio: come sempre, nella realtà la colpa è degli ingegneri che non riescono a creare le macchine in modo corretto!), nel film il passato è monolitico, immutabile: questa la filosofia che regolamente lo script, come esplicitato dal personaggio di Willis quando reincontra l’ex compagno di cella, interpretato da Pitt, al ricevimento. Non può cambiare o impedira nulla all’altro: può solo raccogliere informazioni. Anche perchè, in questo modo, Gilliam evita il problema di dover affrontare i paradossi temporali – vedi punto successivo – che derivarebbero da alcune diramazioni della storia, complicandola notevolmente.

Il soggetto è tratto da un corto sperimentale anni ’60 di Chris Marker

Il soggetto originale del film venne scritto dal francese Chris Marker, La jeteè (The Jetty, ovvero il molo) ed è un corto sperimentale quanto suggestivo dei primi anni sessanta, il quale racconta praticamente la stessa storia del film sfruttando una narrazione sperimentale (una sequenza di foto, ed una breve parte filmata).

Si narra di un “volontario” che vive nei sotterranei di Parigi dopo un disastro nucleare, che viene spedito nel passato per provare a risolvere la situazione. Anche in questo caso, alla base di tutto, un sogno ricorrente di una donna dentro un aeroporto.

Alla base della storia c’è un pericolo di contagio: un virus letale

L’inizio del film parte con una singolare (mai avverata e quantomeno minacciosa, vista nel 2020) profezia: nel 1997, si legge all’inizio, 5 miliardi di persone saranno uccise da un virus letale, costringendo i sopravvissuti nel sottosuolo. Il mondo, a quel punto, sarà popolato nuovamente dagli animali…

A parlare, ci viene riferito, è un non meglio identificato malato di schizofrenia paranoide, malattia citata indirettamente più volte all’interno del film – che secondo Gilliam stesso potrebbe essere una spiegazione plausibile fin dall’inizio dell’inquietudine di Cole, che a quel punto il “suo” futuro lo avrebbe solo immaginato.

Il film è intenzionalmente ambiguo

Parte del film è spiegabile come una serie di viaggi nel tempo più o meno riusciti, spesso sbagliati di qualche anno ma sostanzialmente agevoli da ricostruire. Ma c’è un aspetto sul quale Gilliam ha voluto insistere, lasciando una sorta di doppio finale al pubblico: nella prima intenzione, il film doveva finire semplicemente con la morte di Cole, mentre la scienziata “dal futuro” probabilmente riuscirà ad ottenere un campione del virus, avvicinando il collaboratore del virologo che lo porta nella valigetta (il cui contagio è appena iniziato nell’aeroporto, durante i controlli prima della partenza). Prevedibilmente avrà quindi il tempo di analizzarlo negli anni successivi, a quel punto prospetterà un futuro migliore per l’umanità.

Il secondo finale, che è una diramazione della vita di Cole e non esclude affatto il primo, mostra Cole stesso ragazzino incrociare lo sguardo della futura amante, spiegando così al pubblico la natura della sua ossessione (anche amorosa, a questo punto).

Questa ambivalenza follia/realtà e tecnica di narrazione innestata (una storia surreale che poi si potrebbe spiegare in termini razionali) è tipica e radicata anche in uno dei masterpiece del cinema espressionista, ovvero Il gabinetto del dottor Caligari.

Il film ha ricevuto (e perso) una causa per plagio

Il sedile sospeso con cui il protagonista viene psicoanalizzato, parte dello scenario fa emergere le sue doti di grande memoria che lo rendono particolarmente adatto ai viaggi nel tempo, è in realtà stato concepito dall’architetto visionario Woods, e si chiama “Neomechanical Tower (Upper) Chamber“.

Woods non solo citò in giudizio la produzione – per non aver chiesto il permesso di usare la sua opera – ma ottenne anche un risarcimento corposo (probabilmente qualche milione di dollari). E venne ringraziato nei credits finali, ovviamente.

Il film ha una struttura circolare

Infatti inizia e finisce con il primo piano sugli occhi di Cole da bambino, richiamando la struttura circolare di una specie di nastro di Moebius. Nastro circolare che,  per inciso, è lo stesso che – secondo una complessa teoria di fisica quantistica – potrebbe essere in grado di spiegare il paradosso temporale alla base dell’interccio: il paradosso del nonno, irrisolvibile nella fisica classica (cosa succederebbe, in breve, se un nipote viaggiasse nel tempo per uccidere il proprio nonno? Se ci riuscisse, di fatto, non sarebbe più possibile la sua stessa esistenza).

È il dilemma che si pone agli occhi del protagonista, che vede sè stesso morto in diretta e, a quel punto, non dovrebbe più esistere: l’entanglement quantistico risolverebbe in teoria il problema, anche se Gilliam si guarda bene dall’essere didascalico nella spiegazione della cosa, e lascia tutto molto ambivalente. Di fatto, le uniche soluzioni possibili al paradosso di un viaggiatore nel tempo che uccide sè stesso o un antenato sono l’esistenza di più mondi paralleli – viaggiare nel tempo significa anche viaggiare in più mondi alternativi – oppure, più finemente, la fisica quantistica può offrire una soluzione ammettendo la possibilità di sovrapposizione degli stati vivo/morto.

La sensazione fatalista che, soprattutto nel finale, si stia realizzando l’unico destino (tragico) per i protagonisti, del resto, è una sensazione tipica di molti dei film di Gilliam.