“Parasite” (Bong Joon-ho, 2019)

“Parasite” (Bong Joon-ho, 2019)

La famiglia Kim vive in un piccolo semi-interrato, costretta ai lavori più umili e malpagati pur di sopravvivere. Tutto è destinato a cambiare quando entreranno in contatto con la ricca ed ingenua famiglia Park, con il pretesto di dare lezioni private alla figlia adoloscente.

In breve. Thriller di argomento sociale come raramente ne vengono prodotti, premiato con 4 Oscar nel 2019. Da non perdere.

Girato in 77 giorni, e passato alla storia come primo film non in lingua inglese a vincere ben 4 premi Oscar, Parasite (기생충, Gisaengchung) è stato uno dei film coreani più discussi dell’anno, con una folta schiera di pubblico interessato a scoprire improvvisamente dove vederlo, come interpretarne alcune istanze e così via. Formalmente è un thriller dalla fortissima componente teatrale, incentrato sulla contrapposizione tra famiglie agiate e povere e, neanche a dirlo, si ispira sulla falsariga degli horror e thriller politici molto in voga negli anni ’80.

Diciamo fin da subito, a questo punto, che la definizione di un genere mal si addice al lavoro di Bong Joon-Ho, che proviene dalle esperienze più variegate di genere (dal fantasy di Okja al post-apocalittico di Snowpiercer) e lo dimostra ampiamente in questa sede, mostrando una notevole disinvoltura nel girato. Certo i presupposti narrativi sono vagamente dozzinali: i Kim manipolano fin troppo facilmente i Park, infiltrandosi a qualsiasi livello nella loro casa. La sanno lunga, sospinti da una sorta di saggezza popolare, di arte dell’arrangiarsi che li rende abili improvvisatori, in grado di sbirciare su internet all’occorrenza (ovviamente scroccando la connessione a qualche Wi-Fi senza password) le informazioni che gli mancano. Se i Kim sono poveri ma fortemente legati da un’empatia reciproca, i Park vivono una vita agiata e apparentemente senza problemi, sospesi tra le proprie frivolezze, ma restano tormentati interiormente almeno quanto i propri indiretti antagonisti. La contrapposizione sarà sempre più esasperata ed avrà conseguenze in parte prevedibili, giocando su una tensione sempre molto ben controllata dalla regia.

Se si volesse fare un parallelismo con un altro thriller sociale analogo, potremmo pensare ad una versione miniaturizzata, più leggera e meno esasperata di The hole, in cui la stratificazione sociale corrisponde, in parte, con quella strutturale dell’edificio (nei sotterranei vivono i poveri, nei piani più alti vivono i ricchi: e come in Funny games, i secondi sono quasi del tutto indifesi a confronto dei primi).

Tutto, nel film, è architettato a scopo satirico, con l’idea di contrapporre i caratteri della famiglia povera-ma-scaltra con quelli dei ricchi-ma-tonti. Tant’è che, ad esempio, la struttura della casa dei Park – per come era stata concepita dal regista – venne bocciata da un architetto consultato per l’occasione, che sostenne che solo un imbecille avrebbe progettato una casa così. Il ritmo di Parasite, almeno nella prima parte, è puramente incentrato su una contrapposizione tra le due famiglie, che si innestano l’una nella vita dell’altra in modo subdolo e continuativo, evocando nella struttura narrativa elementi tipici delle piece teatrali moderne.

La seconda è decisamente più movimentata, e si basa su una serie di ribaltamenti di fronte e di twist che rendono la versione molto gradevole per chiunque.

Io credo che mio figlio sia un artista nato: guardi questo quadro.

È così metaforico, così potente.

Ha un certo occhio lei per queste cose.

È uno scimpanzè, vero?

È un autoritratto.

Pazzesco. È complesso capire il punto di vista di un giovane artista.

Tra gli svariati sottotesti di Parasite, uno è dedicato specificatamente a satireggiare la presunzione di chi, da ceto abbiente, assume un atteggiamento da colto o intellettuale, facendosi così raggirare letteralmente dal primo che passa. Il bello dell’intreccio è legato ad un segreto che entrambe le famiglie non conoscono, e che si rivelerà la chiave di volta per lo sviluppo della trama. A livello horror, per la verità, la parte più movimentata (e assolutamente spettacolare) è relegata a circa venti minuti dalla fine del film, dopo aver costruito un’attesa insostenibile ed una serie di rapporti tra i personaggi che, alla fine, metaforizzano quelli della nostra società.

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