Politicamente corretto: l’impressione (sbagliata) che non si possa più dire niente


L’impressione che il politically correct coincida con un divieto di libertà di espressione è molto comune (anche nella stampa generalista), e in teoria qualifica ab ovo la potenziale discussione: una giungla priva di regole in cui, di fatto, una persona (in molti casi un po’ buzzurro) che si sente privata della “libertà” di insultare gli altri.

Chiariamo, non sembra esistere una singola accezione del termine politically correct: nell’ambito cinematografico, ad esempio, non è raro che esso venga utilizzato in modo improprio, e non mancano esempi in cui si riferisce della scorrettezza di personaggi che non sono persone, che appartengono comunque al mondo dell’immaginario e contro i quali, se non altro, l’atto di sfogarsi aiuta forse a lavare la coscienza. Esiste anche una ulteriore accezione del termine, usata da persone prevalentemente conservatrici, che ne fanno uso a titolo di assurda “arma bianca” da usare contro l’interlocutore, specie se quest’ultimo non è troppo attrezzato verbalmente.

In un libretto denso e di poche pagine in cui parla del film Matrix, Slavoj Zizek smentisce tra l’altro il mito del politicamente corretto (come lo chiama lui stesso) secondo il quale Lacan, il celebre filosofo e psicologo di inizio novecento, avrebbe relativizzato anche la scienza esatta, per “farlo sembrare”, in qualche modo, più “flessibile”. In realtà potrebbe essere una semplice banalizzazione del concetto, cosa non da poco ma sicuramente meno grave del ritenere il politically correct un “tabù” da sfondare egoisticamente e come se nulla fosse.

Sono questi i limiti in cui dovremmo muovere e focalizzare la nostra discussione, in effetti: comprendendo che se è accettabile una certa flessibilità nelle scienze sociali, non possiamo applicare lo stesso criterio in modo acritico anche a concetti di fisica o medicina. Non che queste ultime siano infallibili e non possano prendere svarioni, ma proprio perchè è in qualche modo il “prezzo da pagare” a fare la differenza.

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