Vacanze di Natale in prosa spontanea


Mamma mia – comme sto. Mamma mia – che dolore, mamma mia mamma. E facevo po’ po’ che di tutto. Pure de farina basta che era porvere. Amore è questa la verità, sembro. Sembro un purosangue – ma sono un cavallo spossato! Amore – te la ricordi la nostra prima notte di nozze – E me a ricordo si – ‘na trombata porca puttana. E vaffanculo. Faceva tanto il difficile e poi invece s’è riperticato ‘sta cessa – E te pareva! Me chiamo er cipolla – perché se ve pijo – ve faccio piagne. Me sento come l’ovo – Me sento come l’ovo de Pasqua sotto l’arbero de Natale. Doveva parcheggiare a spina di pesce – non a cacchio di cane. I ricordi si affastellano.

“Papà, dove andiamo?” chiese Marco, gli occhi pieni di curiosità e brama di avventura.

“Sulle strade, figlio mio! Sulle strade dell’anima!” rispose Giovanni, con un sorriso che nascondeva il desiderio di fuggire dalle convenzioni e assaporare la libertà.

“Siamo pronti per questo viaggio, tesoro?” – sussurrò Laura, con la voce leggermente ansiosa:

“Pronti? No, Laura, non siamo pronti, siamo vivi! Siamo una fiamma che brucia nel vento! Abbandoniamo le catene del quotidiano e gettiamoci nell’abisso dell’ignoto!” gridò Giovanni, il suo sguardo brillante come le stelle che splendevano sopra di loro.

Sofia, la figlia ribelle, balzò in piedi, l’entusiasmo che la pervadeva al pari di un’onda selvaggia. “Voglio lasciare un’impronta su questa terra, voglio scoprire il mio vero io!”

Luca, il figlio più riflessivo, con un sorriso enigmatico, disse: “Preparatevi, perché questa strada non sarà solo un viaggio fisico. Saremo testimoni delle meraviglie dell’animo umano, delle sue contraddizioni, delle passioni che bruciano come fuoco nella notte.”

‘A – Duca – famme un piacere: guarda se in giro c’è ‘a spremuta d’arancio – che me sparo proprio ‘na dose de vitamina C – Eh – Eh – Ma guardi che io non sono duca – – – Io sono il Signor Ettore Colombo e son di Milano – Molto piacere – grazie – Ma Duca è un abbreviativo – no: duca sta per du capelli – Ma nun vedi che c’hai in testa – Ma che è – ‘Na voja de prosciutto cotto o t’hanno trapiantato ‘na chiappa -Buona questa – Il 2000 – Vuoi mettere con i favolosi anni ’60 – Giovanniii – Cosooo – Questa qui era una stronza anche negli anni ’60 –  A rincojoniti nun è Babbo Natale. E vaffanculo. Chi sta facenn, strunz? Io ehm io bohemo bohemo de Rumenia de Rumenia de Bohemia Porca put in in mia lingua lingua lingu significa buonu natalu. Ma come figlio di mignotta? Io sono il tuo trottolino amoroso! Oh, peccato! Te faccio vede’ er dente de balena – E vaffanculo, lo ripetevo all’unisono, con il mio inconscio – pensiero magico – puro pensiero, prima magico e poi pensiero. Straano.

Le città si susseguivano, i volti si fondevano, le emozioni si intrecciavano. Nel caos del mondo, riuscivano a trovare la loro armonia interiore, un ritmo vibrante che risuonava nel profondo del loro essere.

I silenzi erano carichi di significato, le parole sussurrate tra i denti raccontavano storie che solo loro potevano capire. I gesti, gli sguardi, i sorrisi componevano un linguaggio segreto che solo il cuore poteva tradurre.

E mentre il viaggio proseguiva, tra risate che echeggiavano come canti tribali e abbracci che si allungavano all’infinito, capirono che il Natale non era solo un giorno dell’anno, ma uno stato mentale, un modo di essere. E nelle profondità di quel momento, sentirono che il vero miracolo delle festività risiedeva nell’amore che si scambiavano, nella comprensione che li legava, nella consapevolezza che ogni istante era un dono che il destino aveva piovuto sulle loro teste.

  • Ma?
  • Ma come?
  • Ma come, figlio ?
  • Ma come, figlio di mignotta?

Mi chiedevo dove comprasse quella biancheria – che la rendeva sexy – tremendamente sexy – e allora pensai alle televendite di Jessica Rizzo, non è possibile, davvero! Mi scusi ho sbagliato camera. Oh, peccato! Eh pecccato sì! Io sto a cerca’ mi’ moglie che è un pezzo de fica, e invece ho trovato te che sei ‘n frocio coi baffi! Ma che c’hai le gambe depilate? Ma vattela a pijà ‘nder culo, ahò e quanno ce vo’ ce vo’! Ma che te ridi? Ma rifatte i denti! Oh, peccato!

Nò – non ho popo che capito che hai detto – – C’è – er nonno de Heidi – viè da le montagne pè dimme – – – (Cipolla)

E vaffanculo.

E.

Vaffanculo.

Esmeralda – dove sei – In un Paese – dove non conosci la lingua tranne la mia.

Trama riscritta in prosa spontanea

Era l’inverno del 2000, quando una famiglia italiana si preparava per le tanto attese vacanze di Natale. La frenesia era palpabile nell’aria, mentre ognuno dei membri cercava di organizzare gli ultimi dettagli per la partenza. Papà Giovanni, un uomo affabile e avventuroso, decise che quest’anno avrebbero intrapreso un viaggio epico verso nuove mete, abbandonando le tradizioni per abbracciare l’ignoto.

Con un furgone ricolmo di bagagli, la famiglia si lanciò sulla strada, incurante delle rigide regole del tempo e delle convenzioni. L’animo ribelle di Giovanni permeava l’atmosfera, e tutti si sentivano pronti a sfidare la monotonia della routine quotidiana.

Mamma Laura, una donna dallo spirito libero, si lasciò trascinare dall’entusiasmo contagioso di Giovanni. Decise di gettare al vento ogni preoccupazione e di abbracciare l’imprevedibilità del viaggio. I loro tre figli, Marco, Sofia e Luca, erano incantati da questa nuova avventura e dalla possibilità di esplorare luoghi sconosciuti.

I giorni si susseguirono come le pagine di un romanzo on the road, attraverso paesaggi imbiancati e città addobbate a festa. Ogni tappa era un nuovo capitolo di scoperte, incontri casuali e lezioni di vita. La famiglia si immerse nella magia dei mercatini di Natale, tra odori di cannella e caldarroste, tra colori vivaci e melodie incantate.

Ma il vero viaggio era quello interiore, un percorso di crescita e comprensione reciproca. Insieme, la famiglia imparò ad affrontare le difficoltà con coraggio e ad abbracciare le diversità con curiosità. Si spinsero oltre i confini delle loro comodità, abbracciando l’imperfezione del cammino e riscoprendo l’importanza dei legami familiari.

Le strade si snodavano come fili di una trama intricata, portandoli verso mete insperate. Saltarono da città in città, da villaggi pittoreschi a località montane, abbracciando l’incertezza con un sorriso sulle labbra. Le loro giornate erano riempite di avventure imprevedibili, incontri effimeri e riflessioni profonde sotto il cielo stellato.

E così, tra risate e qualche lacrima, la famiglia scoprì che il vero dono del Natale era il tempo trascorso insieme, la condivisione di esperienze e la volontà di abbracciare l’ignoto. Alla fine del viaggio, tornarono a casa con cuori pieni di amore e ricordi indelebili, consapevoli che il vero spirito delle vacanze risiedeva nell’essere aperti al mondo e alle persone che incontriamo lungo il percorso della vita.

E fu così che le vacanze di Natale del 2000 divennero un capitolo indelebile nella storia della famiglia, un racconto spontaneo scritto sulla strada, guidato dall’anima ribelle di Giovanni e dalla sua sete di libertà.

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