Allucinazione perversa (A. Lyne, 1990)

Quale mente contorta potrebbe tradurre l’originale titolo “La scala di Jacob” (Jacob’s Ladder) come “Allucinazione perversa” – manco fosse un porno-horror di Joe D’Amato? Prendiamo quindi atto del fatto che l’intestazione del film è stata forse mal interpretata, e – al di là del fattore linguistico – è piuttosto grave perchè fa in parte fraintendere il contenuto del film. “Allucinazione perversa” assume i connotati di un horror sovrannaturale con riferimento storici ben precisi, ed è interessante anche solo per questo motivo.

In breve: un intreccio piuttosto classico nel suo genere, che lascia affascinato lo spettatore ed avrebbe potuto essere partorito dal primo Stephen King.

Molto della pellicola sembra essere incentrato sui ricordi: memorie che tormentano il passato del protagonista, reduce dalla guerra in Vietnam, divorziato, con un figlio morto misteriosamente e via dicendo. Un film che a detta di molti evoca le atmosfere tenebrose di una celebre altra pellicola, che non cito – anche perchè molte altre recensioni lo fanno – per evitare di entrare nella categoria di quelli che bruciano i finali e rovinano le visioni altrui, anche quando non ce n’è bisogno. In effetti “Allucinazione perversa” è molto coinvolgente e ben realizzato: un continuo alternarsi di tranquillità e situazioni schizoidi, morti misteriose, non sequitur spiazzanti ed una teoria non confermata, e neanche troppo approfondita, secondo la quale i militari americani in Vietnam sarebbero stati drogati con un allucinogeno (il BZ, detto tecnicamente 3-chinoclidinile benzilato) per combattere in modo più efficente. A quanto risulta dall’intreccio, in sostanza, l’uso di questa sostanza sarebbe arrivato ad indurre i militari ad uccidersi tra di loro.

“Ho visto l’inferno…”

Non pensate ad un film tutto azione e niente arrosto, comunque, perchè in molti momenti prevale l’aspetto “meditativo” – non a caso il personaggio di Jacob possiede un master in filosofia: esso contrappone l’idea di un bene che tende a soccombere (noi) ad un male deforme, rappresentato da freak e vicende incomprensibili che tormentano il protagonista. Questo potrebbe non piacere – anzi, di certo non piacerà – ai fan del cinismo materialista di scuola fulciana o argentiano: siamo comunque abbastanza distanti dai lidi dell’orrore “spiritico” puro (“L’esorcista” e compagnia), che come forse saprete “aborro” con tutte le mie forze nella quasi totalità dei casi.

Tutti parlano fin troppo bene di “Allucinazione perversa“, e questo devo riconoscere che mi ha fatto sospettare la “beffa” conclusiva: invece no, devo segnalare che si va migliorando nel finale, gli attori convincono e l’intreccio avvinghia, intriga ed incuriosce. Sul versante difetti, direi che il tono dell’intera vicenda assume pieghe forse troppo lacrimose,  e mette in secondo piano il vero nocciolo del film (i soldati erano davvero “dopati” dal governo, o no?) favorendo l’aspetto in qualche modo più “hollywoodiano” (le due storie d’amore, le amicizie perse, il figlio morto). Il finale amarissimo, infine, oggi come oggi assume i toni di un deja-vu colossale e, quantomeno, finisce per dare a Cesare quel che è di Cesare: nessuno, o quasi, inventa mai nulla, e a certe conclusioni ci era arrivato – per esempio – Lucio Fulci circa nove anni prima del 1990. Questo mancanto riconoscimento un po’ infastidisce, ma purtroppo è una prassi anche piuttosto diffusa (altro esempio più clamoroso: Zeder è stato riscoperto da qualche anno, “Cimitero vivente” è un film di cui fin troppo si è parlato).

Tutti i demoni da combattere, i peggiori, i più invincibili, stazionano testardamente nella testa di Jacob: e lo spettatore non fa che intuire, cogliere vaghi riferimenti, spaventarsi. Da segnalare la figura della compagna di Jacob: sexy ad intermittenza (ed in questo simile ad Elizabeth Berridge ne “Il tunnel dell’orrore”), sempre molto ambigua e splendidamente delineata, capace di farci saltare sulla sedia con le sue continue incomprensioni e sussulti. Da ricordare la bellissima scena-incubo in cui un gruppo di chirurghi cerca di fare una lobotomia al protagonista, che è immobilizzato ad un lettino di ospedale: ai più attenti non potrà non ricordare la sequenza analoga ne “La mosca” del canadese Cronenberg, a cui il film deve forse qualche vaga influenza (di forma, e non di contenuto).

“La sola cosa che brucia di te all’inferno è la parte che rimane aggrappata alla vita (Eckart) …. i ricordi, gli affetti”

Pensare a “La scala di Jacob” rende molto efficentemente, alla fine, quella che è la chiave di volta per comprendere questa intricata opera, che materializza il senso di ossessione e di paranoia dell’insensatezza della guerra ma che cerca, forse come suo unico difetto, di far presa facile sul grande pubblico sfruttando stereotipi da film per famiglie.

Originally posted 2012-02-24 20:55:46.