Fantasmi da marte (2001, J. Carpenter)

C’è una considerazione che viene fatta spessissimo riguardo ai cosiddetti film di serie B (tra cui annoveriamo senza dubbio “Fantasmi da Marte”), ovvero (citando un’ improponibile Wikipedia): “Con il termine piuttosto generale di B-movie, o anche film di serie B, si indica solitamente un film a basso budget e di dubbia qualità, di qualunque genere o sottogenere. […] In Italia i B-movie hanno assunto soprattutto significato di film di bassa qualità.

In breve: film “di cassetta” di un Carpenter in versione poco pioneristica. Sparatorie, esecuzioni, tanta azione ed una trama piuttosto sottile, anche se godibile.

locandinaIn effetti considero sbagliata, fuorviante, generica oltre che fin troppo stereotipata la definizione di b-movie appena vista. Da un lato, infatti, abbiamo un modello carico di effetti speciali, azione accattivante, attori perfetti, scarso spessore contenutistico (vedi le saghe fantascientifiche e/o fantastiche simil-Signore degli anelli in genere): dall’altro, film che tracciano il profilo psicologico di ogni personaggio, magari involontariamente, regìe non sempre all’altezza, rappresentazioni crude, brutali, volgari e ciniche della realtà (e questo credo valga per Cani Arrabbiati come per i film di Alvaro Vitali prima maniera: “col fischio o senza”?). La contrapposizione in fondo sta proprio nel pretendere che un film mostri necessariamente determinate cose, buonismo, ambientazioni piatte. Molti lo pretendono proprio perchè il modello dominante imposto corrisponde con il cinema di lustro.

Questa introduzione si ricollega pienamente alle considerazioni che ho fatto rivedendo volentieri “Fantasmi da marte” di John Carpenter, film del 2005 con Ice Cube e Natasha Henstridge.

Nel film il pianeta rosso diventa teatro di una storia che richiama in parte “Distretto 13: le brigate della morte“, “La cosa“, “Fuga da New York“: insomma, un film dichiaratamente autocelebrativo che pare abbia fatto la gioia dei fan del regista. Un regno di violenza incontrollata si instaura a causa di una nube sprigionata dagli scavi di una scenziata, particolare volutamente lovecraftiano che richiama alcuni racconti evidentemente molti cari a Carpenter. La caratteristica di questo film si esplica necessariamente, direi, in una caratterizzazione forte dei personaggi e in un budget limitato che sfoggia un discreto numero di effetti speciali.

Lo sfruttamento plurimo di uno stesso personaggio faceva sì che divenisse, ben presto, uno stereotipo; o l’utilizzazione di una situazione conosciuta e/o riconoscibile immediatamente alla collettività degli spettatori, anche di diversa estrazione sociale, permettevano al grande pubblico di affezionarsi alle serie […]

La contrapposizione tra polizia e criminalità viene a cadere, perchè il resto del mondo conosciuto sembra essersi rivoltato in un terrificante “tutti contro tutti” nel quale pochi sopravviveranno. La valenza metaforica di questa ennesima opera di Carpenter, a mio avviso leggermente inferiore alla media ma comunque dignitosa, nonostante qualche “trashata” di troppo ed il senso di “riciclaggio” che prova lo spettatore nel vedersi propinare sempre le stesse sparatorie (quanto western, in Carpenter), gli stessi dialoghi. In fondo la bella Natasha altri non sembra che una “jena plinski” modernizzata per l’occasione: cupa, aliena da compromessi, solitaria, eppure guidata da una lealtà ed un senso di giustizia di fondo che la rendono anacronistica.

Una piccola nota di merito è l’ennesima presa di posizione politica del regista americano, ben chiara anche in film poco noti come “Pro Life”.  Godiamoci pure queste chicche di cinema “underground” senza pretendere troppo: in molti casi, si può trovare di più e diventa una bella scoperta.