Session 9 (B. Anderson, 2001)

Session 9″ dovrebbe essere un thriller di buona fattura, un low-budget girato interamente in digitale, con diversi richiami a Shining ed alle atmosfere lugubri ed ambigue che caratterizzano buona parte della produzione di questo tipo. Probabilmente il condizionale è d’obbligo, e lo scrivo dopo aver appena finito di rivedere il film: poco da fare, manca qualcosa, che non è il mordente o simili – piuttosto la sensazione che provo è quella di essermi perso un maledetto dettaglio importante. Lo vidi quando uscì, e ricordo bene che mi fece un’impressione piuttosto nebulosa, anche se mi ero ripromesso di giudicarlo nuovamente (cosa che ho fatto stasera). Di fatto, la mia valutazione non è cambiata neanche di una virgola.

Un gruppo di operai – ci racconta la trama – si reca a ristrutturare con urgenza un vecchio edificio sede di un manicomio, nel quale iniziano a verificarsi strani avvenimenti, Uno dei manovali trova poi i nastri di un magnetofono: classificati come Session 1, 2, … si tratta dei resoconti delle sedute psichiatriche di una ragazzina rinchiusa all’interno della struttura, contenenti delle inquietanti rivelazioni. Il rapporto ambiguo tra i due responsabili-capi del gruppo, di fatto, è la chiave di volta per la risoluzione della trama, che gioca abilmente su paranoie, paure ed il senso di smarrimento che un grosso edificio abbandonato naturalmente evoca. Il problema che ho rilevato, di fatto, è che tale sottostoria psicologica è a mio parere scollegata dal resto; se preferite, se esiste un collegamento è alquanto indigesto (una forzatura). Di fatto, rileggendo la sinossi, ho scoperto che ciò che ho trovato un po’ “campato in aria” è legato ad un preciso dettaglio sovrannaturale (il genius loci). Dal mio punto di vista roba del genere negli horror è decisamente fuori luogo, a meno che (unica eccezione) non sia inserito in un contesto gotico (e non è questo il caso): è uno dei motivi, peraltro, per cui sono arrivato a ritenere sopravvalutato addirittura “L’esorcista“.

Nonostante lo script di “Session 9” sia piuttosto avvincente, e nonostante la presenza di David “CSI” Caruso, ci troviamo di fronte ad un film che sostanzialmente lascia il tempo che trova: esiste un buon livello di tensione ed un’apparente linearità dell’intreccio, ma ad un certo punto ho perso letteralmente il filo, e quando ti distrai – lo dico per esperienza diretta – è solitamente un “cattivo segno”. Tuttavia non mi sento di definirlo un “brutto film”, semmai lo lascio confinato nel “non classificato” di cui sopra – e, per una volta, chi lo vedrà potrà giudicare da sè.