Gatti rossi in un labirinto di vetro (U. Lenzi, 1975)

Ultimo giallo di Lenzi, argentiano a cominciare dagli animali presenti nel titolo, quarto di una quadrilogia thriller preceduta da Sette orchidee macchiate di rosso, Il coltello di ghiaccio e Spasmo – poco prima della sua azzeccatissima svolta verso il poliziesco all’italiana.

Un gruppo di turisti in visita a Barcellona si trova coinvolto in una serie di omicidi da parte di un misterioso killer, che sembra averli presi di mira. Ad occuparsi del caso un commissario prossimo alla pensione, che riconosce lo stesso modus operandi: come “firma” di riconoscimento, infatto, l’assassino usa strappare un occhio alla vittima. I sospetti sono indirizzati, come nella tradizione giallistica classica, su qualcuno degli stessi turisti o sulla guida turistica stessa, ma senza che si riesca a focalizzare la situazione.

Nel frattempo si continuano a mietere vittime, tra colpevoli apparenti ed ambiguità varie ed eventuali: sullo sfondo una storia clandestina tra una segretaria (Paulette, interpretata da Martine Brochard) ed il responsabile di una grande azienda (Mark Burton, John Richardson), sul quale si concentrato indagini e sospetti. Come nella tradizione argentiana, alla fine, sarà un dettaglio a fare scoprire il mistero – una foto fatta scattare casualmente da una delle turiste, Naiba: l’assassina è proprio l’insospettabile ed apparentemente mite Paulette, la quale riversa rabbiosamente la propria frustrazione cavando gli occhi alle vittime proprio perchè possiede un occhio di vetro (da cui l’enigmatico titolo). Un espediente non solidissimo, forse, che pero’ non mina affatto la sostanziale qualità dell’opera.

“I loro occhi… non potevo sopportare i loro occhi”

Tra le note curiose, la versione italiana del film sembra essere stata tagliata non tanto nelle parti efferate dei delitti quanto, ad esempio, nel momento in cui si evidenzia il rapporto lesbico tra Naiba ed un’altra donna (un semplice bacio fuori inquadratura!), scena che, di fatto, non è stata neanche doppiata. Le musiche incalzano perfettamente l’atmosfera di tensione che pervade il film dopo i primi spensierati minuti, e sono opera del grande Bruno Nicolai. Probabilmente uno dei migliori gialli di Lenzi, quantomeno uno di quelli che ho preferito come ritmo e suspance.