Sette orchidee macchiate di rosso (U. Lenzi,1972)

Soggetto e regia firmati da Umberto Lenzi, musiche di Riz Ortolani: un giallo classico con tanto di assassino “classico” in impermeabile, cappello e guanti neri. Il maniaco in questione è l’assassino “della Mezzaluna”, ovvero che lega i suoi omicidi ad un movente legato ad uno strano amuleto con tale forma.

Un serial killer uccide inizialmente una donna nel sonno che tiene sul comodino la foto di una prostituta (Marcella detta “La toscana”), la quale finisce poco dopo nelle sue grinfie. L’assassino lascia in mano alla donna uno strano amuleto d’argento a forma di mezzaluna, che diventerà la sua “firma”. La seconda vittima è la bionda Katy, assalita e soffocata a casa propria in un crescendo di tensione veramente notevole, che materizza una delle migliori scene del film (assieme al successivo omicidio con il trapano). Poco dopo la promessa sposa (Giulia) del responsabile di un grosso atelier, Mario, viene accoltellata sul treno mentre il compagno si era brevemente allontanato, e si salva in extremis per l’arrivo del controllore.

Da questo momento scattano le indagini da parte della coppia: la catena di delitti sembra legata ad una lista di persone che occupavano un albergo che, guarda caso che non è un caso, era precedentemente gestito proprio da Giulia. Nel frattempo la polizia, come tradizione del genere vuole non troppo brillante, sembra aver trovato ed arrestato un colpevole.

Neanche a dirlo una nuova donna (Rossella Falk) con manie di persecuzione, rinchiusa in una casa di cura, viene annegata dentro la vasca da bagno nell’incuria dell’infermera che avrebbe dovuto accudirla. Il conteggio degli omicidi arriverà infine a 7, come prevedibile dal chilometrico titolo, stereotipato come, del resto, l’intreccio stesso in puro stile argentiano.

Alcune ambiguità disseminate  nella trama fanno pensare che il marito sia in qualche modo a conoscenza del movente, sulla falsariga delle dinamiche giallistiche argentiane, ma basta poco perchè il dubbio nella spettatore possa dissolversi. Un americano abbastanza ambiguo viene fuori poi come persona a conoscenza dei fatti, e sulla base delle sue indicazioni si va a definire l’identità di un certo Frank Sauders. La verità uscirà fuori in modo abbastanza contorto, con tanto di interessante doppio finale, ma il film soffre di qualche evidente pecca che lo rende un po’ pesante per lo spettatore poco attento. Del resto Lenzi non è Argento, ma questo ovviamente ridimensiona solo in parte il primo, capace in compenso di cimentarsi in molti altri generi (horror puri come polizieschi cult).

Lenzi comunque, va detto in suo onore, costruisce in modo intelligente un intrigo giallistico coinvolgente, recitato in modo convincente e con momenti di autentica suspance. Interessante l’idea di far credere morta la vittima mancata – che è poi quella che porta avanti la storia assieme al marito –  senza contare il colpo di scena di far arrestare il marito stesso per spingere l’assassino ad andare a casa della moglie, esponendosi così allo stesso.

Un buon film, abbastanza fuori dai canoni odierni, certamente da riscoprire anche oggi.

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