Il marchese del Grillo: l’iperbole del potere secondo Monicelli


Sulla base di fatti storici realmente accaduti nei primo dell’Ottocento, romanzando la figura istrionica e goliardica del Marchese Del Grillo (con qualche licenza poetica e “fusione” con l’erede Giuliano), Monicelli dirige questo film nei primi anni ottanta, con il consueto taglio realistico. Un taglio realistico che diverte e che accentua, come al solito, i caratteri disumani dei singoli protagonisti, mostrandone soprattutto vizi e decadenza. Al centro della storia, ovviamente, il Marchese Onofrio Del Grillo, qui rappresentato dai caratteri fortemente anticonformisti. Un personaggio iconico e non solo per i romani, che diffonda la propria fama grazie ad imprevedibili scherzi, come ad esempio far credere erroneamente che il Papa fosse morto. Cosa che poteva fare senza conseguenze, si mostra nel film, proprio per via dello status in cui si trovava, del resto.

La scelta di Alberto Sordi come interprete non poteva essere migliore, e la sua interpretazione è diventata emblematica: il Marchese è un archetipo di potente al di sopra di ogni legge, quasi come un cittadino al di sopra di ogni sospetto ante litteram e verso il quale, in qualche modo, si prova anche simpatia. Ma il dilemma sorge quasi subito nello spettatore, perchè la regia di Monicelli lo rende un’icona dei soprusi del Potere. Il tutto con vari episodi che fanno ridere, senza dubbio, ma inducono anche la riflessione perchè lo rendono un prepotente par excellence, come nel caso dell’artigiano che non viene pagato senza alcun motivo, semplicemente per un capriccio del protagonista di voler corrompere il giudice e farsi dare “ragione”.

La storia si sviluppa seguendo lo spirito avventuriero del Marchese ed i suoi numerosi vizi, oltre all’abitudine di rifuggire a qualsiasi responsabilità (mette incita una popolana, rinnegando poi la paternità), perso tra alcol e donne oltre che amico di alcuni ufficiali francesi, nonostante la cosa sia pesantemente invisa agli altri membri della famiglia. Nel Marchese Del Grillo rivediamo dunque un qualcosa di universale, un emblema del sopruso – e magari, per estensione, vari personaggi politici che abbiamo conosciuto ad ogni latitudine, che alcuni di noi potrebbero addirittura aver avuto come vicino di casa, cliente o capoufficio. Come sempre, la satira di Monicelli non è solo politica e anti-clericale, ma è sempre altrettanto umana, come emerge dalle bassezze a cui alcuni personaggi si riducono o sono ridotti.

Lo scambio di personaggi tra il marchese Onofrio Del Grillo ed il carbonaio Gasperino (entrambi interpretati da Sordi) al centro di molte sinossi, in realtà, è soltanto un breve episodio che si verifica nel finale, quando – durante una serata con l’attrice francese Olimpia – scopre casualmente di avere un sosia povero, e si diverte a far credere alla famiglia che si tratti di lui, più per spirito goliardico che per evidenziarne contraddizioni ed ipocrisie. Lo scambio tra sosia o gemelli di condizione sociale diversa è un topos letterario molto utilizzato, che deve la propria ispirazione ad una favola de Le mille e una notte (Storia dell’uomo addormentato e ridestato), ma anche a La bisbetica domata di Shakespeare. Il resto del film è una sorta di opera magna che racconta, tra l’ironico, l’amaro e l’allusivo, le avventure che vive il protagonista e la sua caratterizzazione, oltre a mostrarlo evidentemente prigioniero di una noia indotta dal conformismo di palazzo.

In qualche modo Il marchese del Grillo, nella sua sostanziale modernità – quantomeno da un punto di vista sociale – nonostante l’ambientazione da romanzo storico, evoca quasi un’ode amara e sconsolata alla speranza degli oppressi, dove la speranza è la trappola, una brutta parola (secondo quanto affermato dal regista qualche mese prima della sua scomparsa, relativamente alla situazione politica italiana dell’epoca). È anche una satira contro i potenti dell’epoca, dove la satira è riportata alla sua dimensione originaria di contrapposizione (il finto marchese che si ubriaca e rutta), e a quel punto poco contano le incongruenze temporali piccole e grandi che, negli anni, vari storici non hanno potuto fare a meno di sottolineare.

Tra il cast si ricordano, a parte Alberto Sordi, Paolo Stoppa, che interpreta Papa Pio VII e che possiede un record piuttosto insolito: ovvero quello di aver interpretato il ruolo di un Papa per altre tre volte nella propria carriera. Tra i caratteristi spicca il ruolo di Flavio Bucci, che interpreta Fra’ Bastiano e che viveva un periodo di numerose interpretazioni di personaggi differenti (tra cui il protagonista di La proprietà non è più un furto di Petri). Spicca, ancora una volta, la sicumera ed il sarcasmo venato di ribellione di Alberto Sordi, per una delle interpretazioni che lo renderanno forse più popolare in assoluto.

Il marchese del grillo vinse, all’epoca, il David di Donatello e il Festival di Berlino. Il film è stato appena riproposto su Rete 4, ed è reperibile facilmente anche in streaming.

C’era una vorta un Re cche ddar palazzo

mannò ffora a li popoli st’editto:

Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo

(Giuseppe Gioachino Belli, Li soprani der Monno vecchio)


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