(Psycho): Amplificazione dell’anomalia – processo strutturale.

(Psycho): Risonanza del perturbante – analisi strutturale.

(Psycho): Amplificazione della dissonanza – un’indagine strutturale.

(Psycho): Amplificazione della frattura – un’analisi dispositiva.

(Psycho): Meccanismi di accumulo e disfunzione psichica – uno studio strutturale.

(Psycho) Cronica di disadattamento e accumulo di capitale psichico.

La morte dietro la porta di Bob Clark

Titolo originale: Deathdream (noto anche come Dead of Night)
Anno: 1974
Regia: Bob Clark
Sceneggiatura: Alan Ormsby
Cast: John Marley, Lynn Carlin, Richard Backus, Henderson Forsythe

Genere: Horror, Drammatico
Durata: 89 minuti
Paese di produzione: Stati Uniti
Distribuzione: Bob Clark Productions

Charles: Ci hanno detto “tuo figlio è morto”.

Andy: … era morto!

 

Bob Clark costruisce un horror cupo e profondamente metaforico, che fa uso del sovrannaturale (il tema dei morti viventi) per riflettere sulle ferite psicologiche della guerra nella società americana, e sull’incapacità di elaborarne le conseguenze. “La morte dietro la porta” tratta del trauma della guerra sui soldati coinvolti nella campagna in Vietnam, utilizzando la tematica degli zombi per raccontarlo come storia grottesca.

Il film si apre con una scena di battaglia girata di notte, in cui il personaggio di Andy – un giovane militare americano – viene ferito durante un’operazione nella foresta (scena visibile solo nella versione uncut del film): viene successivamente inquadrato in primo piano mentre fissa freddamente la camera. L’attore Richard Backus che interpreta Andy venne scelto, a quanto sembra, proprio per la glaciale fissità del proprio sguardo.

Si passa alla casa della famiglia di Andy: sta per cenare, sono presenti i genitori e la sorella. L’impostazione (vale la pena ricordarlo) è patriarcale (“tagliare la carne è un privilegio maschile“, viene detto dalla madre, che poi si dilunga a spiegare alla figlia le caratteristiche dell’uomo che dovrà sposare). Un aspetto non da poco che viene suggerito anche da altri personaggi (il cuoco del locale in cui Andy fa tappa durante il rientro, ad esempio, afferma che a casa sua comanda lui, e non la moglie). Assistiamo pertanto allo shock emotivo di venire a sapere, da un militare di alto grado, che Andy è morto sul fronte. Questo provoca una frattura nell’ordine precostituito: da un lato i padri aspirano al titolo di eroi di guerra per i propri figli in guerra, considerata positivamente e da “veri uomini”. Dall’altro il senso di colpa non tarda ad affacciarsi nella coscienza collettiva, creando una risposta traumatica e facendo rifugiare nell’alcolismo il padre di Andy.

Sconvolta dal dolore, dal canto suo la madre Christine nega la realtà, continuando a sperare nel suo ritorno. È lo specchio dell’America conformista e conservatrice, incapace di accettare il sacrificio e la perdita e pronta, di riflesso, a negare l’evidenza pur di non confrontarsi con l’orrore del conflitto. Il suo rifiuto di elaborare lutto culmina nella gioia di vedere Andy tornare a casa, senza chiedere altro, e si esprime come atto politico. La nazione che manda i figli a combattere è disposta a celebrarne le gesta ma non ad affrontarne le conseguenze.

Andy riappare alla porta di casa, illeso quanto cripticamente cambiato. La sua “resurrezione” è una metafora del reduce che torna a casa emotivamente distrutto, incapace di comunicare con la famiglia e di riconoscersi nel mondo che lo circonda. Sono casi di disturbo post traumatico che affliggono realmente i reduci di guerra. Da questo punto di vista il film è piuttosto fedele ai sintomi effettivi che affliggono i reduci di guerra. Andy ormai è rientrato in famiglia, ma non riesce a reintegrarsi: è ombroso, scostante, continua a rivivere i traumi di guerra dentro di sè ed ha sviluppato tratti aggressivi di personalità. Dopo i primi sospetti espliciti sul protagonista, Andy si reca volontariamente da uno psichiatra: è uno dei punti chiave dell’opera, perchè mette nero su bianco lo status di non morto (del quale è pienamente consapevole). Questa seduta psichiatrica con lo zombi è significativa da molti punti di vista: si tratta di una trovata inedita e dalla valenza ovviamente simbolica.

Andy sembra consapevole di ciò che comporta essere tornato in vita, e di come la propria esistenza sia vincolata – letteralmente – alla morte degli altri. Il che è anche, se vogliamo, lo status quo di qualsiasi soldato, anche questa volta in chiave sociologica. Andy non è uno zombi nel senso classico del termine, dato che si auto-inietta il sangue che gli serve per sopravvivere: in questo è più simile ad un vampiro in chiave moderna. Del resto ciò che conta è essere un non morto, integrato nella quotidianità e nei “bei tempi” ormai lontani, distrutti da un mondo che sta radicalmente cambiando.

Si sta bene da morti: perchè non prova anche lei?

A sprazzi il film ricorda un horror standard: un uomo viene trovato morto dissanguato e tutto, naturalmente, fa pensare che sia Andy il responsabile. Ma il suo bisogno di sangue non rimanda semplicemente all’iconografia zombie, ma suggerisce un’esistenza parassitaria quale unica possibilità di sopravvivenza. Nel frattempo emerge un quadro familiare in crisi, in cui i genitori esprimono una spaccatura profonda nel proprio rapporto – il che simboleggia, ancora una volta, la crisi della società americana.

Andy è uno dei più inquietanti personaggi degli horror anni Settanta: si aggira nelle sequenze in modo avulso dalla realtà, in una società che non riesce ad integrarlo e lo fa sentire estraneo (tematica trattata anche da Oliver Stone, negli anni a venire, con il più noto Nato il quattro luglio). Ma l’elemento horror in questa sede crea un twist narrativo: Andy non è un reduce con cui il pubblico possa empatizzare, ma si comporta come un morto vivente in cerca di sangue umano per sopravvivere. L’esito della storia sarà un crescendo drammatico, chiaramente: la natura non-morta di Andy Brooks emergerà progressivamente, a pari passo con la sua profonda incompiutezza. Un vuoto esistenziale che, alla prova dei fatti, non potrà che culminare in un ritorno a casa: Andy chiederà alla madre di accompagnarlo al cimitero, l’unico luogo in cui potrà trovare letteralmente la pace dai tormenti e dalle colpe che lo affliggono. Ed è qui che si erge uno dei finali più drammatici e toccanti della storia dell’horror: dopo una fuga rocambolesca dalla polizia, Andy chiede alla madre “perchè hai voluto che vivessi?“. In una ulteriore sequenza (tagliata in alcune versioni), Christine si inginocchia su quella che è diventata la tomba di Andy, che ha appena finito di auto-seppellirsi, e dice alla polizia “Andy è a casa. Alcuni ragazzi non tornano mai a casa“.

Uscito a pochi mesi dalla fine del conflitto, “La morte dietro la porta” intercetta un momento storico in cui l’America è profondamente divisa e traumatizzata. La guerra del Vietnam fu il primo conflitto seguito quotidianamente dai media: le immagini dei soldati feriti o uccisi arrivavano direttamente nelle case, generando un senso diffuso di lutto collettivo, senso di colpa e disillusione. In questo contesto, il ritorno dei veterani rappresentava un problema irrisolto: molti di loro rientravano segnati da disturbi mentali, alienazione e incapacità di reintegrarsi nella vita quotidiana.

La morte dietro la porta si distingue dall’horror contemporaneo per la sua dimensione politica. Bob Clark utilizza il linguaggio del cinema di genere per raccontare una ferita lancinante, simboleggiata da ciò che viene narrato dall’inizio: il mito del “ritorno a casa” diventa un autentico incubo. Non c’è catarsi, né redenzione: la guerra non finisce con il rientro dei soldati, ma continua a vivere all’interno delle mura domestiche.

Curiosità

  • Il film nasce come allegoria diretta della guerra del Vietnam: Bob Clark e lo sceneggiatore Alan Ormsby concepirono Andy come una metafora dei soldati che tornavano a casa “diversi”, incapaci di reintegrarsi nella vita civile.

  • La morte dietro la porta è considerato uno dei prototipi del sottogenere “zombie psicologico”, anticipando tematiche che verranno sviluppate anni dopo da George A. Romero.

  • Il titolo Dead of Night venne scelto per evitare confusione con altri film horror dell’epoca, ma contribuì a rendere l’opera meno riconoscibile al pubblico. Esiste infatti Incubi notturni di Cavalcanti che era uscito come Dead of night nel 1945, e che tratta tutt’altro. L’espressione in questione significa, per inciso, “notte fonda”.

  • Nonostante il basso budget, il film è stato rivalutato nel tempo ed è oggi considerato uno dei lavori più personali e politici di Bob Clark, noto al grande pubblico soprattutto per Black Christmas e Porky’s.


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