Apologia del loser


Secondo la Treccani, laconicamente, Loser era un architetto e scultore del 1700; il termine loser non sembra incluso nel dizionario come vocabolo della lingua italiana, o comunque in uso nella stessa.

Che cosa da loser.

Definizione loser

Loser” è in realtà un termine inglese che viene utilizzato per descrivere una persona che non ha successo, in uno o più ambiti, oppure che sembra essere svantaggiata rispetto agli altri. In italiano, il termine “loser” può essere tradotto con “perdente” o “sconfitto”.

Secondo l’Urban dictionary il termine sembra ampiamente polisemico, nel senso che assume vari significati sulla base del contesto: se in un caso la definizione fornita di loser è qualcuno che non sa quello che ha e rovina tutto, in un altro è (al contrario) qualcuno che stuzzica e schernisce intenzionalmente un altro per il proprio divertimento.

Non sono definizioni molto indicative di per sè, tanto più che sembrano viziate dalla ricorsività e/o dal bias del ricercatore oppure, ancora, dal pregiudizio inconscio (per capirci: sembrano scritte e approvate intenzionalmente da perfetti loser). C’è ironia, certo, ma non può bastare. Visto che l’etimologia non sembra di grande aiuto, in questo caso, potremmo provare a sviluppare un’apologia del loser in termini diversi.

loser come profeta dell’auto-avveramento

Una delle primissime occorrenze nella musica rock del termine loser risale al brano I’m one dei The Who, tratto dal concept album Quadrophenia. Inizia con un dolce arpeggio di chitarra, mentre la voce di Roger Daltrey suggerisce:

Every year it’s the same
And I feel it again
I’m a loser, no chance to win

(ogni anno è la stessa cosa
lo sento di nuovo
sono un perdente, non ho speranza di vincere)

Analizzando il testo, in ambito loser, sembra fondamentale non tanto stabilire che il protagonista del disco del 1979 sia davvero un perdente o meno, bensì è cruciale che si senta tale. Anche dalle fumose ed evitanti definizioni che abbiamo snocciolato prima sembra che, in altri termini, il punto non sia tanto essere o meno un loser ma, molto più finemente, farsi ossessionare dall’idea di essere tale (o di provare a definirne uno, peggio ancora).

Secondo la classica teoria della profezia che si autoavvera, in effetti, gli stati d’animo sono molto condizionanti sul comportamento umano. Al punto che può capitare che la sensazione vissuta da un giocatore di calcio di perdere una partita importante si traduca “magicamente” nel fatto che la sconfitta avverrà sul serio. Oppure che dei broker di successo temano il crollo di un titolo disinvestendoci economicamente, con il risultato di farlo crollare sul serio. Oppure, ancora, che la sfiducia indotta su un individuo da esperienze passate dolorose, suo malgrado, finisca per tradursi, di fatto, in continui e ribaditi insuccessi futuri.

Psicologi sociali come Richard Wiseman si sono spinti a sostenere che la profezia che si autoavvera sia uno dei fattori primari per la distinzione tra persone fortunate e sfortunate (sia pure in termini divulgativi e che strizzano l’occhio alla controversa “crescita personale”). Sigmund Freud avrebbe probabilmente spiegato che un paziente loser presenza determinate aspettative inconscie, basate su esperienze passate o conflitti interni, che finiscono per influenzare il modo in cui l’individuo percepisce ed agisce rispetto alle situazioni che si presenteranno in futuro. Se altri pensatori come Zizek potrebbero spingersi a considerare la profezia che si autoavvera come una manifestazione del potere delle ideologie dominanti, in grado di condizionare l’andamento del mondo a livello inconscio, altri come Lacan immaginerebbero una sorta di ciclo in cui le aspettative esterne modellano il comportamento interno, mentre il comportamento individuale conferma le aspettative stesse. Nick Land, a questo punto, mostrerebbe la propria convinzione che la società sia destinata all’auto-degrado, dando anche qui un ulteriore motivo perchè il nostro povero loser possa trovare ulteriore conferma al proprio fallimento auto-indotto.

Forse adesso sappiamo qualcosa di più a riguardo: il loser sembra più modellabile da una spirale che da una linea retta, in cui la cosa da fare per non essere più un loser (o non sentirsi tale, per dirla meglio) sia proprio quella di spezzare quel ciclo, rompendo la maledizione una volta per sempre, focalizzandosi su nuove possibilità e facendo un qualcosa che ho fatto molte volte: muoversi sulla non prevedibilità, senza rinunciare alla prudenza s’intende ma provare, ad esempio, a muoversi in modo non predicibile.

Immagine di copertina generata da Midjourney: un loser immaginato da un’intelligenza artificiale, che si muove in un mondo caotico

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