The neon demon (Nicolas Winding Refn, 2016)

Jesse è un’aspirante modella, appena arrivata in città e che entra a contatto con il mondo della moda mediante un gruppo di donne ossessionate dalla propria bellezza…

In breve. Qualsiasi sintesi rischia di risultare riduttiva: vengono richiamati simbolismi poco scontati (e spesso poco comprensibili) attraverso una trama piuttosto semplice, al limite del banale. Meraviglioso visivamente, ma il giudizio non poteva che essere, come è stato, generalmente controverso e molto soggettivo.

Quando si scrive di un film del genere, peraltro trattandosi di Refn (regista “difficile” di suo, ed altrettanto da catalogare o giudicare) il rischio è quello di banalizzare o fraintendere le sue intenzioni. Se da un lato, in effetti, parte di pubblico e critica ha tessuto lodi sperticate per “The neon demon“, dall’altro non in pochi ne hanno giustamente evidenziato difetti e limiti. Il difetto più evidente, senza dubbio, rimane secondo me legato ad una forma (bellissima, sotto ogni aspetto) che rischia di valicare la sostanza (la narrazione tirata troppo per le lunghe e, per certi versi, un po’ “telefonata” nelle conclusioni).

La storia è quella di un’aspirante modella di soli 16 anni, inserita nel mondo della moda quasi senza rendersene conto, fagocitata (sic) progressivamente dall’invidia delle colleghe. Non sarebbe altro che la trama del classico horror ottantiano che racconta della bellezza perduta, in effetti (o basterebbe pensare ad un film come Starry Eyes), se non fosse che la proposta è molto più originale e gli spunti inediti non mancano. Questo certamente non annoierà lo spettatore, per quanto certi simbolismi – come ad esempio quello dei triangoli, che ho trovato poco incisivo personalmente – rischino di risultare indigesti ai più. The neon demon piacerà al pubblico che ama farsi stuzzicare intellettualmente, e poco (temo) a tutti gli altri: nonostante questo, Refn ha prodotto un horror di qualità, visivamente molto forte e capace di valicare il genere.

Il merito più grosso del regista, in questa sede, al netto della storia in sè e delle sue lungaggini (a mio modesto avviso, almeno in parte evitabili), resta quello di aver saputo mostrare un horror rinnovato, basato su presupposti certamente già visti altrove (la scena necrofila, dai tratti disperati e intimisti, e quella cannibalica evocano l’horror classico anni 80, anche in maniera piuttosto evidente a mio avviso) e declinati, in questa sede, in maniera lucida e molto potente visivamente. The neon demon (con probabile riferimento alla luce utilizzata dalle modelle durante il trucco davanti allo specchio) riesce a valicare l’horror-thriller, dosando con cura gli ingredienti e senza mai indugiare a vuoto sulla violenza fine a se stessa, e lasciandosi un po’ prendere la mano nell’aspetto puramente visivo del film.

Che poi la tesi mostrata possa sembrare banale o già vista, poche storie: per certi versi è anche vero. Affrontare un tema del genere, del resto, già sviscerato dai giganti e senza contare l’onnipresenza del tema dell’apparenza nella cinematografia dell’orrore (la scelta del genere è perfetta, ovviamente), era una sfida ardua fin dall’inizio. Non mancano altri lavori che abbiano trattato la bellezza perduta e, come avviene qui, il potere che riesce ad esercitare; del resto qualsiasi paragone potrebbe risultare improprio, e non dare merito all’indubbia originalità stilistica di Refn. Resta vero che il gioco del cinema di genere è anche un gioco di rinnovi, rielaborazioni e riedizioni (che guai se non esistessero); per cui le pseudo-critiche di chi ha visto la solita storia della provinciale che va a vivere in città secondo me, con rispetto parlando, non dovrebbero neanche esistere. Specificato questo, che “The neon demon” possa o debba realmente piacere a tutti rimane molto ambiguo: sicuramente la forma non depone necessariamente in tal senso, e resta onestamente la sensazione di aver assistito ad un buon film seppur espresso in forma di interminabile o frammentario videoclip.

Del resto The neon demon evidenzia una verità poco chiara a gran parte del pubblico, cioè che alcuni film (tipo questo, per intenderci) non sono nati per essere letti come libri di narrativa, ma per essere “vissuti”. Un’esperienza che potrebbe sembrare un vezzo radical chic, ma su cui Lynch (evocato un po’ a sproposito in relazione a questo film, secondo me: se è vero che Refn strizza l’occhio al surrealismo, le conclusioni del suo film restano pesantemente realistiche ed altrettanto shockanti) e molti altri epigoni hanno costruito la propria fama. Chi ha letto ed apprezzato Burroughs o Cronenberg, per esempio, dovrebbe sapere quanto si possa apprezzare una narrazione e la sua tecnica, al di là di considerazioni sul cosa sto guardando. Un po’ quello che ha sostenuto Rene Rodriguez, insomma: Not all movies are intended to be read like books; some are meant to be experienced.

E se è vero che questo atteggiamento dovrebbe in ogni caso mantenerci vigili dal considerare capolavori qualsiasi film anarchico o fuori dalle righe (molta della critica che ha elogiato il film ha finito per perdere di vista il focus, snocciolando interpretazioni che lasciano il tempo che trovano), resta vero che The neon demon è una bella scossa all’horror moderno, che mostra un linguaggio rinnovato ed ancora una volta capace di emozionare, disgustare o suscitare pathos.

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The neon demon (Nicolas Winding Refn, 2016)
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