Non si deve profanare il sonno dei morti (J. Grau, 1974)

Osannato e rivalutato da parte della critica, ma il tutto sarà meglio proposto in molti altri contesti. E poi si sa: in un certo senso i film di zombie sono tutti uguali.

Trama in breve. Un motociclista ed una giovane donna si incontrano casualmente, ed iniziano un viaggio che dovrebbe portarli a casa della sorella di lei l’una, e nel sospirato scenario naturale incontaminato l’altro. Ma li attende qualche sgradevole sorpresa: quale? (non lo scrivo, mi rifiuto di scriverlo)

Identico stile, simili scene, a volte personaggi fatti con lo stampino: il protagonista che “capisce-tutto” 30 minuti dopo di noi, oppure quello apparentemente buono ed equilibrato che poi svela il proprio lato animalesco. Quello che cambia in questi film è, tutto sommato, il messaggio di fondo. Quando c’è: quando non si tratta di mero compiacemento splatter da film “di cassetta”: non è questo il caso, ma “Non si deve profanare il sonno dei morti” non riesce a convincermi del tutto. In questa sede lo scenario apocalittico vorrebbe portare in sè una critica ambientalista contro un certo tipo di modernità: una critica forse un po’ naive e comunque dignitosa, senza contare l’età del film (ma, tutto sommato, La notte dei morti viventi era stato girato anni prima anche in quest’ottica). Questa volta non è un virus di laboratorio a causare il risveglio dei morti (ecco, l’ho detto), bensì un macchinario (inevitabilmente finanziato dal governo) realizzato per sterminare insetti parassiti. Quest’ultimo si scopre progressivamente che possiede come effetto collaterale quello di risvegliare cadaveri. La vera tragicità del film sta dunque nell’incomprensione del mondo esterno verso i protagonisti, che ricorda quella della classica sci-fiction in cui nessuno da’ credito a quanto detto dai protagonisti finchè sono i fatti che danno loro spaventosamente ragione. Nonostante i presupposti apparenti da cult seminale che i fan dovrebbero adorare a prescindere, le modalità e le sequenze assumono forme fin troppo prevedibili.

Dopo tanti anni di visioni di opere del genere, ho imparato che se riesci a vedere un film distrattamente riuscendo a seguire comunque la trama (vuoi per abitudine, vuoi per “esperienza”) vuol dire che c’è qualcosa che non va a livello di rappresentazione. Probabilmente anche di idee, che bene o male sono sempre le stesse, nonostante noi fan ci ostiniamo a vedere ogni opera di questo tipo come un bellissimo mondo a se stante. E devo riconoscere che almeno la prima volta ho visto questo film distraendomi, e anche ripassando qualche scena mi sono dovuto arrendere all’evidenza che non mi ero perso niente. Una nota ulteriore devo aggiungerla, in ogni caso, per completezza. La cosa migliore del film è proprio la rappresentazione della crassa ignoranza e del cinismo dell’uomo e, per estensione, dello “spettatore medio”: quello burbero, pigro, stra-pieno della propria tranquillità artefatta, che se ne sbatte del mondo che lo circonda, preso com’è dalla propria mediocrità e dal proprio orticello. Una negatività che si esprime dunque in totale sfiducia, e che viene metabolizzata nella demonizzazione (un po’ troppo brutale, a mio avviso) di una scienza che si mostra come una minaccia delle individualità e dei modi di vivere di tutti noi. Una scienza che, pur non essendo responsabile unica di questa alienazione, continua a piegarsi alle volontà di “demoni umani” che sanno far credere alla maggioranza di non esistere.

Aggiungo per la cronaca il tocco di fino degli effetti speciali del “fulciano” Giannetto De Rossi, ed una regia più che sufficiente di Grau, icona registica dell’epoca al suo ultimo horror. Niente di memorabile a mio avviso, e fatico a comprendere come la critica abbia potuto osannare all’inverosimile un film piuttosto ordinario come questo (anche se non davvero brutto, a dirla tutta). Siamo certamente lontani – nel tempo e non solo – dall’arte di Argento e dagli orrori romeriani, e si tratta comunque di un discreto prodotto non troppo memorabile. Un film vagamente “fulciano”, in fondo, caratterizzato da scene oscure, sequenze molto crude, ma anche (purtroppo) attori poco all’altezza e un senso di “slegato” diffuso per tutto il film, caratteristica che ne sancisce una connotazione più negativa che altro. Il finale di “Non si deve profanare il sonno dei morti” apre un capitolo a parte, stranamente: atipico, amaro, quello sì, bellissimo. Nota a margine: avviso ai gentili ospiti dell’hotel: siete pregati di riporre per terra gli asciugamani usati, di non fumare nelle vostre stanze e di non profanare il sonno dei morti.

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