Non si sevizia un paperino (L. Fulci, 1972)

Nel 1972 Lucio Fulci gira uno dei suoi migliori film, che considererà sempre uno dei suoi preferiti.

In breve: nonostante le premesse ed il titolo, si tratta di un film che fa molta attenzione a quello che vuole trasmettere. Non manca il macabro, è un orrore “sporco” che fa sentire tali, ma il messaggio anti-clericale è altrettanto forte.

Trattando temi scottanti per l’epoca (pedofilia, superstizione, intolleranza verso i diversi e le donne) Fulci ambienta questo thriller atipico all’interno di un paese del meridione del tutto immaginario (Accendura), nel quale è all’opera un assassino di ragazzini. A rendere ancora più morboso il tutto si aggiunge un’evidente movente di natura sessuale nei vari delitti: e così l’innocente paesello fatto di noia, di pettegolezzi e di vuoto diventa teatro di questo macabro e significativo intreccio, grazie alla maestria del grande regista ed i suoi inconfondibili tocchi di classe.

La polizia avvia dunque le indagini, ogni paesano diventa un potenziale colpevole e vengono accusati ingiustamente prima lo scemo del villaggio, poi la “maciara” (una sorta di maga-veggente del posto, massacrata di botte nella celebre scena con la colonna sonora “Quei giorni insieme a te” della Vanoni a fare da chiaroscuro) ed infine la bellona del paese, prevalentemente a causa dei suoi modi disinibiti. A seguire le indagini vi è il giornalista Andrea Martelli (uno strepitoso Thomas Milian), che indaga sugli strani fenomeni e che, come nei classici protagonisti dei film di Argento, si fa letteralmente ossessionare dalla storia fin quando non riesce a venirne a capo di persona.

Potrebbe suonare anomala la scelta di una colonna sonora nostalgica ma tutto sommato “leggera” per accompagnare una delle scene più celebri e cruente del film. Mentre infatti vengono scandite le note di “Quei giorni assieme a te” una presunta strega – la “maciara”-Bolkan – viene aggredita brutalmente a colpi di spranga e catene. Questo film, rappresenta nelle intenzioni del regista, una critica esplicita alle mentalità retrograde, quelle che semplificano i fatti per trovare un colpevole in modo populistico. L’essenziale si esprime nel fatto che questa musicalità romantica, unita alla nostalgia dell’amore perduto espresso dal pezzo, fa violentemente da contrappunto alla violenza visiva delle scene, e soprattutto all’immoralità dei protagonisti che la loro violenza machista esprime.

Fulci calca la mano sull’ipocrisia del piccolo paese, che si mostra superficiale, mostruoso nella propria ignoranza, forte con i deboli e debole con i forti: nel frattempo i dettagli macabri e i cenni al voodoo diventano un semplice scenario per denunciarne i suoi pregiudizi e – in definitiva – la sua voglia maniacale di trovare un capro espiatorio per lavarsi la coscienza. Del resto le recenti vicende di cronaca nera italiana, e la morbosità con cui tali vicende sono state affrontate, fanno capire che il regista romano aveva purtroppo visto giusto a riguardo.

“Non si sevizia un paperino” è uno dei capolavori del giallo-thriller all’italiana, nel quale le interpretazioni sono tutte sopra le righe e nel quale rimane spazio per mostrare un’ottima sceneggiatura, un’ambientazione da incubo ed un’estetizzazione della violenza a voler rappresentare le brutture dei pregiudizi e dell’intolleranza verso il “diverso da noi”. La conclusione del film, basata sull’osservazione di un pupazzo di Paperino privato della testa, mostra che a compiere i delitti era l’insospettabile parroco del paese. La piccola sorella è muta, infatti, e non avrebbe potuto comunicare a nessuno ciò che aveva visto fare all’assassino se non emulando il soffocamento sui suoi pupazzi (anche se stringendo un po’ troppo alla fine, come ricorda Andrea). La frecciata contro l’ipocrisia religiosa diventa quindi preponderante, visto che è stata ostentata per tutto il film la sua presunzione di assoluta purezza e di grande sicurezza per tutti i bambini.

Opera dalla nascita e dallo sviluppo tormentatissimo, “Non si sevizia un paperino” fu uno dei pochi film in cui il regista ebbe massima libertà espressiva, nonostante l’evidente impopolarità dell’ambientazione e l’intreccio morboso obiettivamente “difficile” da proporre e girare senza problema. Il prezzo da pagare fu una denuncia per la celebre scena della Bouchet nuda che si diverte a provocare un ragazzino, causa che poi diede ragione al regista romano che era stato previdente ed aveva utilizzato un espediente per evitare che il minore vedesse l’attrice nuda (nelle riprese di spalle venne usato un nano).

Un cult dell’horror all’italiana da avere in DVD ad ogni costo, e del quale esistono almeno due versioni (la uncut del DVD andata in onda anche sul satellite, e la televisiva che è solitamente tagliata nei momenti più macabri).

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