Videocracy – Basta Apparire (2009, Erik Gandini)

Ho avuto modo di visionare questo discusso prodotto italo-svedese, del quale ho apprezzato lo stile documentaristico, mentre ho trovato realmente spiazzanti alcune sue parti (da film dell’orrore, in tutti i sensi). Non sono certo dalla parte dell’attuale presidente del consiglio: eppure, senza scadere ina affermazioni che potrebbero apparire qualunquiste, il punto è che guardando questo film si colpisce duramente un modo di pensare per intero.

Sarò franco: per quanto si dica il contrario, a tutti piacciono le veline “chiappe al vento” o i quiz televisivi in cui vinci migliaia di euro rispondendo a domandine ridicole, senza contare il mondo plastificato dei sorrisi a 33 denti sempre e comunque, del consumismo sfrenato che si inorgoglisce dello slogan “nasci, produci, crepa” e le ragazzone senza cuore che si concedono (Big Brother docet) ai nerd più sfigati del pianeta (e quanta gente si identifica…). Cazzate, secondo tutti: eppure i cosiddetti benpensanti, tra un moralismo e l’altro, intasano i call-center per sapere come fare a vedere il grande fratello (“sa, è per mia figlia…“). Il degrado culturale (e spero di non passare per uno squallido bacchettone alla “si stava meglio quando si stava meglio“), si vede anche da questo: ormai il gossip ha sostituito la letteratura, anzi a volte ne eredita le pretese di spessore in modo involontariamente comico. Siamo in Italia, terra dei cachi, terra del pallone, delle discoteche, dei guardoni, degli yuppie e della donna-oggetto: questo film ne parla in abbondanza, e con le idee molto chiare. In Videocracy si discute il potere dell’apparenza catodica, ma siamo piuttosto lontani dai tecnicismi e dalla sottigliezze di Videodrome (il paragone penso suoni “blasfemo”, ma i punti di contatto sono innegabili, tra le due pellicole): eppure l’idea di fondo è che ormai il “big brother” televisivo ami riprendere tutto. Si nutre della nostra spazzatura, e la fa diventare uno splendido (o quantomeno seguitissimo) show televisivo. Obbligatorio sorridere, anche per te, donna!, che passi (come mostrato da un quiz televisivo) dal camerino in cui ti sei fatta bella ad ambire tristemente al “trono” di tua suocera. E guai a non sorridere: il sorriso è uno degli argomenti più soffocanti ed inquietanti del film. In Videocracy si deve sorridere.

Al trash delle origini, unito al gusto morboso delle morti in diretta, del filmato amatoriale con morti e sesso (finalmente, oserei dire) autentico, si sostituisce l’idea che una mandria di fighetti (sia uomini che donne), in calore e pieni di ambizioni, vadano ad occupare il grande schermo. Donnie Darko li avrebbe forse descritti come gente anonima che “non si sa chi è, non si sa che cosa viva a fare, vuole solo fare sesso, quanto più sia possibile, prima di morire” – e nonostante tutto, riesce ad avere soldi, fama e gloria. Ed il pubblico di casalinghe, impiegati, “intellettuali” ed operai in bilico depressivo è, in fondo in fondo, felicissimo di assistere a tutto questo. I protagonisti del film sono volti noti (Corona, Mora) e meno noti, spesso protagonisti di una serie di scandali morali e culturali che esibiscono con l’orgoglio maschio del cacciatore che ha appena massacrato un po’ di coniglietti. Prova di forza, secondo loro, e soprattutto secondo buona parte del pubblico.

Si può provare un forte disagio a vedere Videocracy: con Mora, all’interno della sua villa, che mostra con tranquillità il video sul proprio cellulare di “faccetta nera”, con Corona che, tra una sbruffonata e l’altra, si fa riprendere nudo (dopo essersi folkloristicamente autodefinito “il Robin Hood moderno che ruba ai ricchi per dare a se stesso“): soprattutto, nella scena iniziale, esce fuori il senso del film, quando viene mostrato uno dei primi telequiz della TV commerciale. Quest’ultimo è un prototipo di “Colpo grosso” in versione snuff, in cui rispondendo a delle domande si ha la soddisfazione di vedere una casalinga in maschera denudarsi progressivamente. E “meno male che Silvio c’è“, direbbe qualcuno. Gira tutto attorno al sesso facile, ai soldi facili, al lavoro facile, alla vita facile: semplice no?