Violent cop (T. Kitano, 1989)

Azuma (Takeshi Kitano) riprende la tradizione dei poliziotti dai metodi sbrigativi visti in tanti classici del periodo d’oro: con metodi poco ortodossi fa sbattere in galera alcuni emuli di Alex di “Arancia Meccanica“, e tramortisce pesantemente uno spacciatore che era riuscito a sfuggirgli. Al tempo stesso si prende amorevole cura della sorella, appena uscita da un ospedale psichiatrico…

In breve. Takeshi Kitano dirige un cult che segna l’inizio della sua carriera, facendo sia l’attore protagonista che il regista per un film tanto essenziale quanto efficace. Nonostante in alcune parti non si riesca a decidere se si voglia fare sociologia spicciola o sottile ironia sui metodi usati dalle autorità, il film riusce piuttosto bene: quasi certamente la seconda parte “tarantiniana” è migliore della prima (più riflessiva).

Ventitrè sonori schiaffoni: sono quelli che il brutale Azuma, un nuovo anti-eroe fuori dalle righe, assesta ad uno spacciatore durante un interrogatorio. Ventitrè ceffoni interminabili, insostenibili, roba che farebbe impallidire la scazzottata epica – di tutt’altro contesto – di “Essi vivono”: ma attenzione, chi non conosce Kitano potrebbe sospettare un banale collage iper-violento ed insensato di violenza, magari resa “artistica” dalla sua estetizzazione. Non è così, perchè lo scenario di Kitano (attore, regista, pittore ed artista poliedrico) è molto profondo e di grande spessore: Azuma è un poliziotto con problemi in famiglia, rovinato dal gioco d’azzardo, in contrasto coi suoi superiori e a contatto – suo malgrado – con un degrado metropolitano fatto di spaccio di droga e nichilismo. Kitano sembra molto consapevole dei propri mezzi, e dirige un film che prende spunto da un’infinità di riferimenti assai diversi tra loro. Essi si riducono alla brutalità del cinema poliziesco condita con un grottesco inaspettato, che tende a rappresentare la polizia come un corpo tutt’altro che “muscolare”: basti pensare alla celebre scena del giovane spacciatore che riempie di botte tutti i colleghi di Azuma, senza che quest’ultimo intervenga se non in extremis. Indimenticabili, a tale riguardo, i siparietti tra un poliziotto principiante ed il protagonista, con quest’ultimo che – in modo paternalistico – si diverte a stuzzicare e prendere bonariamente in giro. Al tempo stesso, però, il mondo finisce per crollare addosso all’apparentemente cinico poliziotto: questo finisce per spiazzare lo spettatore, oltre che creare l’humus più adatto per la furiosa reazione finale (quella sì, degna di “Milano odia…”).

Il gioco di contrasti tra la serenità incoscente della sorella malata ed il degrado urbano in cui vige la legge della giungla, i primi piani gelidi, in camera fissa, su uomini senza scrupoli, la crudele sequenza dello stupro, più in generale la doppia faccia del poliziotto rispettabile in ambito familiare e, al tempo stesso, profondamente immorale nei metodi usati sul lavoro, rendono “Violent cop” un grande esempio di cinema orientale underground, a dispetto del titolo che suggerisce riferimenti certamente più “grezzi”.

“Non tentate di fuggire… perchè se lo fate vi ucciderò io, e comunque vadano le cose voi morirete”